LE MATERIE DEL DOMANI / 2.

La Geografia non è più quella di una volta

Internet, ma anche il container, il jet e il cellulare, hanno rimpicciolito il pianeta. E non è finita qui.

Corriere delle Comunicazioni

settembre 2015

di Marco Magrini

PRENDIAMO UN IPOTETICO nonno di nostro nonno. Diventato maggiorenne a metà dell’Ottocento, ha un bel problema: suo fratello è andato a cercare fortuna negli Stati Uniti e, nonostante in Inghilterra abbiano appena inventato il francobollo, l’unico modo possibile per comunicarci, è salire su una nave e viaggiare per settimane.

Suo figlio, il padre di nostro nonno, è solo un po’ più fortunato. A fine Ottocento, con l’avvento delle moderne navi a vapore, la durata dello stesso viaggio – stavolta per andare a trovare il cugino – è ridotta di un terzo. Può anche spedirgli una lettera, che arriverà forse fra un mese.

Il vero assaggio di futuro è toccato a suo figlio, nostro nonno, che a inizio Novecento può inviare un messaggio in codice Morse dall’altra parte dell’Atlantico e, invece della carrozza, può salire su una locomotiva a vapore per raggiungere l’Inghilterra: una delle poche nazioni al mondo dove i telegrafi e le navi transatlantiche non scarseggiano.

E che dire di nostro padre? Nei primi anni 60, riesce finalmente a telefonare ai parenti in America e anche andare a visitarli una volta nella vita. Una volta sola, perché il volo con i primi aerei a reazione è talmente caro che ha dovuto risparmiare per anni.

Oggi, i figli 40-50enni di questo padre di fantasia, vivono in un mondo che i loro antenati potevano solo fantasticare. Una flotta immensa di aeroplani collega qualunque punto della Terra con qualunque altro, spesso a prezzi irrisori. I telefoni cellulari ci consentono di parlare con chiunque – sia esso in Mongolia, in Brasile o in Nuova Zelanda – magari mentre camminiamo tutti e due per strada. La videoconferenza in tempo reale con altre quattro persone disseminate in quattro angoli del mondo, a costi prossimi allo zero, è un fatto normale.

La tecnologia dell’homo sapiens ha modificato lo spazio e il tempo, restringendoli. Fino al punto che, al giorno d’oggi, neppure la geografia è più quella di una volta.

Il mondo è piatto? Qualcuno, come Thomas Friedman, opinionista del New York Times, sostiene che «il mondo è piatto». Qualcun altro argomenta che siamo alla «fine della geografia», pur dimenticando che analoghi slogan («la fine della storia», «la fine delle città») alla prova dei fatti hanno mancato miseramente il bersaglio. Come dimostrano le dispute militari alle frontiere, il terrorismo per motivi più etnici che religiosi o l’accaparramento di nuove terre da sfruttare – siano le pianure africane da coltivare, o il polo nord per estrarre il petrolio – il mondo non ha nessuna intenzione di rinunciare a quelle righe ideali chiamate confini. La geografia è cambiata per sempre. Ma è fatta per restare.

Per chi ha fatto le elementari cinquant’anni fa, il mappamondo era ancora una cosa troppo vasta e misteriosa. Beh, rispetto ai nostri antenati, avevamo le cartine e le foto a colori di luoghi lontani, dove nessuno dei nostri conoscenti era mai stato. Chi frequenta oggi la quinta elementare, vede i documentari alla televisione, soddisfa le curiosità su YouTube, ha già volato in un paio di capitali europee e gli amici gli hanno raccontato di New York e di Pechino. Questo per dire che la concezione del mondo, l’idea del pianeta Terra e del suo mosaico umano di lingue e di culture, sta cambiando – di generazione in generazione – a una velocità senza precedenti. E non è possibile che sia finita qui.

La tecnologia che ha avvicinato di più il mondo fisico, è senz’altro il container. La standardizzazione di quei grossi parallelepipedi di acciaio, ha facilitato il carico, lo scarico, l’impilamento e il trasporto delle merci più disparate, diventando il principale combustibile della globalizzazione. Se nel 2000 la flotta mondiale di navi commerciali era capace di trasportare quasi 5 milioni di container, a fine 2015 stiamo sfiorando quota 19 milioni. Più o meno ogni sei mesi, viene inaugurata una nuova nave capace di trasportare ancora più container a costi energetici sempre più bassi. In questo momento, il record è della coreana Barzan che, lunga 400 metri (circa quattro campi da calcio), ha una capacità di 18.800 container.

Invece, la tecnologia che più ha avvicinato il mondo umano, è il telefono cellulare. Non ha soltanto permesso la trasmissione di informazioni – e di sentimenti – nella nuova dimensione spazio-temporale della (quasi) ubiquità. Ma ha avvicinato i mondi anche del Terzo Mondo, aprendo la strada a nuove opportunità di conoscenza e a nuovi modelli di business in Paesi africani poveri e remoti. Nel 2014, in Kenya c’erano 74 telefoni ogni 100 abitanti. In Sierra Leone 77, in Senegal 99, in Congo 108. E le cose non potranno che migliorare: basta che i paesi  in via di sviluppo possano accedere di più e meglio alle tecnologie di banda larga, che già portano internet in tasca alla gente, soprattutto nel lato ricco del mondo.

I confini del Web. Internet, non c’è dubbio, ha dato la spallata definitiva alla vecchia geografia. La capacità umana di comunicare si è moltiplicata indefinitamente a metà degli anni 90, quando il web ha cambiato i tempi di percorrenza dei messaggi scambiati fra i cittadini comuni, non più soltanto fra caserme e università. Le email e gli Sms, poi i social network e le app, danno l’impressione che non ci siano più ostacoli alla comunicazione fra due cervelli o una moltitudine. Ma le videoconferenze di lavoro e i videogame multiplayer con giocatori di tutto il pianeta, compiono un passo in più: sembrano azzerare completamente la distanza.

Il prossimo passo è la realtà virtuale. Il nuovo business va ufficialmente a cominciare fra sei mesi, quando Oculus VR (azienda comprata l’anno scorso da Facebook per due miliardi di dollari) lancerà sul mercato il suo Rift, una specie di maschera da sub con due auricolari e uno strumento per ogni mano che ti consente di interagire con un mondo interamente digitale. All’inizio, si tratterà solo di giocare. Ma non è difficile immaginare che questa tecnologia finirà per raggiungere molti altri territori: la telechirurgia, ad esempio, che già esiste ma ha larghi spazi per migliorare. Fino al teleturismo, ovvero poter girare per la Valle dei Re, o dentro la tomba di Tutankamen, avvertendo la completa sensazione di esserci: molto, molto meglio di Google Street View.

Come si diceva, questo radicale restringimento dello spazio-tempo, non può che avere un effetto sulla concezione, individuale e quindi collettiva, del mondo. Da quando la Terra era piatta a quanto diventa tonda, sono passati dei secoli. Da quand’era colossale a quand’è diventata piccola, solo dei decenni. Ma questo finirà per migliorare i rapporti fra le nazioni e i popoli? I cittadini del futuro saranno più cosmopoliti, come lo siamo noi a confronto coi nostri nonni? La cooperazione internazionale diventerà cooperativa per davvero? Ovviamente, possiamo solo auspicarlo.

Ma non si vede come la tecnologia non possa andare avanti su questa strada. I pronipoti dei nostri antenati si troveranno a vivere in un mondo sempre più piccolo e, ahiloro, popolato. E il mappamondo si restringerà ancora sotto i loro occhi, grazie alla realtà virtuale, alla banda larghissima e – come prescrivono tanti libri di fantascienza – al teletrasporto.

BOX

Apple e Google

alla conquista 

del mappamondo

Le due arcirivali si contendono il dominio sulla geografia digitale a colpi di miliardi di dollari. Con una strategia di lungo termine.

Il business dei navigatori satellitari sembrava oggetto di una crescita inarrestabile: nel 2009, nei soli Stati Uniti, ne sono stati venduti 80 milioni di esemplari. L’anno scorso, appena 4 milioni. L’origine di questo insuccesso è conosciuta: gli smartphone nelle tasche di tutti, dominati dai sistemi operativi di Google e Apple, sono perfettamente in grado di dirti in quale strada girare, mentre guidi o cammini. Per il semplice motivo che montano, gratuitamente, Google Maps e Apple Maps.

Ma fra le due multinazionali del bit – così simili e così diverse – la guerra della geografia è solo cominciata. Da quando, nel 2012, ha esordito con il suo programma di mappe pieno di falle e di errori, la Apple ha costantemente raffinato il software fino a portarlo a livello di Google Maps. Con l’imminente release di iOs 9, aggiungerà anche i servizi di trasporto pubblico (per cominciare, solo in alcune città) che le mancavano. Una flotta di auto attrezzate con la visione a 360 gradi, sta collezionando le immagini del mondo ad altezza d’uomo, con l’obiettivo di pareggiare i conti con Google Street View, si presume facendo di meglio.

La rivale di Mountain View intanto, non riposa sugli allori del suo dominio, assicurato da Google Earth, Google Maps e, giustappunto, dalla geniale idea di Street View.  L’azienda di Larry Page, alla vigilia di una massiccia ristrutturazione aziendale e operativa, sta segretamente lavorando al futuro delle sue mappe, quantomeno per non perdere il primato raggiunto.

In questa guerra non scorre sangue: solo miliardi di dollari. Negli ultimi anni, sia Apple che Google hanno comprato numerose startup geografiche, investendo ingenti risorse.  La settimana scorsa Apple ha speso 30 milioni per rilevare Mapsense e i suoi 12 dipendenti. Chi ha speso di più è Google,  1,3 miliardi per conquistare Waze, il software di navigazione “social” che è capace di dirti le condizioni del traffico meglio di una centrale di polizia. Ma il bello è che, al momento, non è chiaro quale sia il ritorno sugli investimenti.

TomTom e Garmin, le leader dei navigatori satellitari, hanno sempre venduto le mappe a caro prezzo. Apple Maps e Google Maps sono gratuite. La stessa Google, che ricava gran parte del suo fatturato dalla pubblicità, può forse fare qualche soldo dai link agli esercizi commerciali elencati sulla mappa.

Quegli investimenti servono a dominare il business della geografia. Non può che esserci dietro una strategia di lungo termine. Come ad esempio il progetto di una nuova autovettura, capace di orizzontarsi nel mondo, guidando da sola. Ah, già: è un progetto che Apple e Google, più o meno segretamente, coltivano.

Marco Magrini

Creative Commons License

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