LE MATERIE DEL DOMANI / 5.

La Torre di Babele si sta sgretolando

L’inglese è diventato la lingua franca. Ma l’intelligenza artificiale potrebbe cambiare le carte in tavola

Corriere delle Comunicazioni

ottobre 2015

di Marco Magrini

La Torre di Babele si sta sgretolando. Non sotto il peso dei suoi 2.500 e passa anni. Non perché la diaspora delle lingue, frutto della punizione divina narrata nel Vecchio Testamento, all’improvviso sia venuta meno. Ma per effetto della comunicazione globalizzata.

Nella giornata di oggi, a bordo di questo pianeta, gli esseri umani stanno comunicando fra loro in 6.912 lingue diverse. In un giorno qualsiasi del 2100, saranno molte, molte di meno. L’Unesco stima per fine secolo la scomparsa fra il 60 e l’80% degli idiomi esistenti che, per loro natura, costituiscono la base fondante di altrettante culture umane.

Si dice che la facoltà del linguaggio, la caratteristica genetica che separa più decisamente l’homo sapiens dai suoi antenati, sia apparsa un po’ più di 100mila anni fa. «È plausibile che il linguaggio sia stato inventato solo una volta e che tutte le lingue abbiano un’origine comune – osserva il glottologo americano Stephen Anderson – ma questa relazione non può più essere trovata». Senza bisogno di interventi divini, le lingue cambiano col tempo. E troppo tempo è passato da allora.

Tuttavia, il fatto che oggi 7,3 miliardi di invidivui parlino 6.912 lingue diverse, non descrive la realtà delle cose. La realtà è che le 20 lingue più usate al mondo – primo il mandarino, secondo lo spagnolo, terzo l’inglese – sono parlate da quasi 4 miliardi di persone (l’italiano è ventunesimo). E c’è un’altra faccia della realtà: migliaia di lingue sono in pericolo (quelle che i bambini parlano soltanto fra le mura domestiche) e altre centinaia (quelle parlate solo dagli anziani) risultano già condannate a morte.

«Parleremo tutti mandarino?», si chiedono in molti. La risposta è no. Il mandarino è una lingua tonale – a seconda di quattro diverse modulazioni, ogni fonema vuole dire quattro cose diverse – che può essere facilmente appresa in età prescolare: impararla da adulti è un dramma. Neppure la scrittura a ideogrammi depone per un dominio culturale della Cina, nonostante il già programmato dominio economico. Non a caso la Repubblica Popolare ha imposto nelle scuole l’insegnamento della lingua di Shakespeare: con 350 milioni di studenti di inglese, rivaleggia il numero dei madrelingua inglesi di tutto il mondo, che sono 360 milioni.

Semmai, la domanda appropriata potrebbe essere: «Parleremo tutti inglese?». La risposta è no: una lingua unica universale non è in vista. Ma si potrebbe anche rispondere di sì: il peso dell’inglese nel mondo, è solo destinato a crescere.

La lingua che ha preso il posto del francese nel ruolo di lingua franca del mondo, deve il suo successo – nell’ordine – alla potenza coloniale dell’Impero britannico, al trionfo economico e culturale del Sogno americano e all’avvento dell’Era digitale. Prendendo esempio dalla storia, il luogo comune è che, un giorno, anche l’inglese perderà lo status di lingua passepartout per la comunicazione globale. Il che sarà certamente vero, ma non nel breve o nel lungo periodo. Semmai nel lunghissimo. Perché, al contrario, ci sono i segnali di un crescente uso dell’inglese nel mondo. L’impressione è che la comunicazione digitale stia consolidando l’universalità dell’inglese come non era mai successo prima nella storia. 

L’Unione Europea, che dà lavoro a 1.750 linguisti e a 3.600 interpreti, ha 24 lingue ufficiali: eppure, a Bruxelles e a Strasburgo si parla soprattutto in inglese. Della Cina si è già detto, ma nel sudest asiatico, dove l’impatto delle lingue coloniali (francese, portoghese, spagnolo) si è andato assottigliando, l’inglese è già stabilmente la lingua franca. Per non parlare dell’India, dove ci sono 122 lingue principali e il rischio di non capirsi è alto: a meno di non parlare in inglese. In Africa l’inglese è lingua ufficiale in Botswana, Cameroon, Gambia, Ghana, Lesotho, Liberia, Mauritius, Namibia, Nigeria, Ruanda, Sierra Leone, Sudan, Sud Africa, Swaziland, Tanzania, Uganda, Zambia e Zimbabwe. È la lingua ufficiale delle comunicazioni aeree e navali. Il 95% di tutti i paper scientifici, il 28% di tutti i libri e il 30% di tutti i siti web, sono in inglese.

La Torre di Babele si sta sgretolando perché, mentre stiamo (purtroppo) perdendo la diversità linguistica e culturale del pianeta, non era mai successo che così tanta gente riuscisse a parlare la lingua franca in auge. Di nuovo, con la complicità delle reti digitali, comunicare fra i quattro angoli del mondo non è mai stato così facile. Soprattutto se si comunica in inglese.

Certo, ci sono delle controindicazioni. L’inglese è una delle lingue più ricche del mondo: l’Oxford English Dictionary, che nell’ultima edizione del 1989 è composto da 20 volumi, comprende 301mila lemmi principali e altre centinaia di migliaia di voci composte e derivate. Il risultato è che i madrelingua inglesi, in teoria baciati da una sorta di vantaggio competitivo, sono quelli che vengono meno capiti dagli altri, quando parlano durante i consessi internazionali.

Eppure, c’è chi sostiene che la Torre di Babele potrebbe anche tornare in auge, proprio per effetto della tecnologia che avanza.

Quando Google Translate è apparso sui nostri schermi, faceva sorridere: le traduzioni automatizzate che produceva erano infantili e gravide di errori. Adesso non è più così: la machine translation, basata su sistemi di intelligenza artificiale, non sostituisce un traduttore umano professionale, ma poco ci manca. Agli utenti mobili, Google offre anche traduzioni audio in alcune lingue (parli in italiano e ascolti la traduzione in tedesco) e anche la traduzione delle immagini (inquadri una scritta in spagnolo e sullo schermo la vedi in inglese).

Microsoft, tramite la controllata Skype, ha sviluppato anche l’interprete automatico, attualmente ancora in fase beta: durante una videochat fra due persone di lingue diverse, il sistema offre a entrambe di ascoltare la traduzione, non simultanea, ma praticamente immediata. Quando questa tecnologia sarà pronta, potrebbe aprire molti più ponti di quanto una lingua franca non riesca a fare. Che questo finisca per salvare le migliaia di lingue in pericolo di estinzione però, è assai dubbio. Tuttalpiù, frenerà un po’ lo strapotere dell’inglese.

Avendo due lingue ufficiali, il Canada dispone di un pubblico Translation Bureau. Il quale ha appena annunciato l’inizio della sperimentazione di sistemi per la machine translation  nell’amministrazione pubblica, ovviamente suscitando le ire dei traduttori di Stato e del loro sindacato. In India invece, dove le lingue e i dialetti sono più di mille, nessuno ha protestato quando, due settimane fa, il ministro della Comunicazione e dell’Information Technology Ravi Shankar, omonimo del celebre musicista, ha annunciato lo sviluppo di standard e di strumenti digitali per la traduzione automatica.

Siamo solo agli inizi, ma è evidente che l’intelligenza artificiale si prepara a rivoluzionare, fra le tante cose della vita umana, anche la comunicazione verbale. Questi sforzi scientifici e tecnologici però, con i rispettivi investimenti, serviranno a favorire gli scambi fra le lingue più parlate del mondo, rafforzando così la loro importanza: è ben difficile che riescano a proteggere le 17 lingue della Papua Nuova Guinea oggi a rischio di estinzione.

Così, è inevitabile che nel corso di questo secolo la mitologica Torre di Babele finirà per perdere altri pezzi del suo bagaglio culturale. Almeno fin quando non apparirà, lungamente atteso, lo Universal Translator di Star Trek.

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L'e-commerce

infiamma il business 

della traduzione

Da San Francisco a Kyoto, decine di startup costruiscono ponti fra le lingue del web

La quantità di contenuti – libri, film o altre opere dell’intelletto – prodotti nell’ultimo anno ha battuto, come ogni anno, il record precedente. Ma anche le traduzioni non scherzano: la globalizzazione e soprattutto il commercio elettronico, consentono a qualunque impresa, enorme o microscopica che sia, di accedere rapidamente a qualunque mercato del mondo. Ma a patto di saper parlare la sua lingua.

In questo scenario, delle decine di migliaia di nuovi website che vanno in linea ogni giorno, tantissimi hanno bisogno di costruirsi un’identità internazionale. È una monumentale costruzione di ponti fra una lingua e un’altra che, per dimensioni, non si era mai visto nella storia. Almeno per il momento, chi si affida alle traduzioni automatiche di Google Translate e similari, ha eccellenti possibilità di sbagliare il tiro: un website scritto in una lingua maccheronica, o anche solo imperfetta, non incoraggia nessuno a mettere mano al portafogli. Così, la traduzione dei siti web è già diventata un considerevole business.

Www.angel.co, un sito che traccia le opportunità per i cosiddetti angel investor a caccia di nuove startup, elenca 182 giovani aziende digitali che si occupano di traduzioni, con un totale di 1.032 investitori alle spalle. Nonostante si avvalgano di una tecnologia avanzata, in qualche caso anche algoritmi per il machine learning, promettono ai clienti la massima qualità grazie all’intervento di interpreti umani.

C’è Unbabel, che giustappunto usa traduttori in carne e ossa ma sfrutta le loro traduzioni per alimentare un sistema di intelligenza artificiale che – in prospettiva – automatizzerà sempre di più l’intero processo.

C’è Transfluent, che ha forse la massima varietà di lingue offerte (più di cento) e che realizza per la propria clientela (aziende, ma anche celebrità e gruppi rock) la pubblicazione multilingue su varie piattaforme diverse, da Facebook a WordPress.

C’è la giapponese Genko, che offre alle imprese una Api (application programming interface) che consente loro di integrare nei propri siti o nelle proprie applicazioni un sistema di traduzione sostenuto da un network di 8mila traduttori alle spalle.

Però ci sono anche startup che, invece di offrirti il pesce, ti insegnano a pescare. Duolingo offre un sistema di apprendimento linguistico ai consumatori finali, gradevole e innovativo: anche tramite smartphone, si impara una lingua straniera senza studiare la grammatica, ma solo facendo esercizi e quiz, ovviamente di crescente difficoltà. Del resto, bisogna non dimenticare che, come confermano i neuroscienziati, essere bilingui (o magari poliglotti) fa bene, anzi benissimo, al cervello.

Marco Magrini

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