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Requiem per l’industria fotografica

In Mondo Digitale by Marco MagriniLeave a Comment

Mai nella storia, il genere umano aveva scattato così tante fotografie come nell’ultima settimana, nell’ultimo mese o nell’ultimo anno. Eppure, il mercato delle macchine fotografiche – storicamente dominato dalle case giapponesi, a cominciare da Canon e Nikon – è entrato in una drammatica spirale al ribasso: se nel 2008 erano state vendute in 110 milioni di esemplari, le stime per il 2016 non superano quota 18 milioni. E le previsioni da qui al 2020 prescrivono un ulteriore calo medio del 9,3% all’anno.

Il motivo di questa stupefacente divergenza, può essere riassunto con poche parole, diciamo così, in codice: Facebook, iPhone, Instagram, GoPro, Snapchat. In altre parole, in appena otto anni il mondo della fotografia è cambiato per sempre grazie al modello della condivisione, incoraggiato e reso possibile dai social media, dalle app, dagli smartphone e da qualsiasi altro strumento che abbia un obiettivo incorporato. Ecco perché scattiamo più fotografie che mai e compriamo meno macchine fotografiche di otto anni fa.

Il requiem dell’industria fotografica l’ha cantato Tim Cook, gran sacerdote del sempre atteso e discusso keynote Apple, nel presentare al mondo l’iPhone numero sette. Negli ultimi otto anni, mentre le vendite di macchine fotografiche amatoriali precipitavano, le fotocamere Dslr più avanzate (quelle con le lenti intercambiabili) hanno tenuto bene, addirittura crescendo leggermente. Ma adesso la Apple ha sviluppato, solo per il telefono più grande, il 7 plus, un sistema che include un processore dell’immagine e due fotocamere separate, capace di creare quella bassa profondità di campo (soggetto in primo piano, sfondo sfuocato) che era solitamente riservata alle Dsrl.

Non vogliamo dire che si possa comprare un iPhone 7 plus invece di una camera professionale, per carità. Ma di questo passo, con la feroce ma creativa concorrenza che domina il mercato degli smartphone, è lecito ipotizzare che, nel giro di altre due o tre generazioni, la qualità delle macchine fotografiche installate sui telefoni di Apple, Samsung e dei loro rampanti competitor cinesi, offrirà qualche motivo in più per preferire la fotocamera tascabile a quella che ti impone di uscire di casa con la borsa. Insomma, per Canon e Nikon (ben più concentrate nel business fotografico di quando non lo siano le rivali Sony, Samsung o Panasonic), si prospettano guai veri.

È un perfetto esempio della «distruzione creativa» descritta dall’economista Joseph Schumpeter. Le multinazionali della fotografia che sono riuscite a sopravvivere alla transizione dall’analogico al digitale (durante la quale sono spariti nomi come Kodak, Minolta o Polaroid), subiscono il contraccolpo della rivoluzione successiva: quella del nuovo mondo, mobile e connesso.

Ovviamente, tanto le Canon che le Sony venderanno cara la pelle. Già adesso ci sono modelli wireless e dotati di applicazioni, capaci di condividere foto e di facilitare la vita del nuovo fotografo digitale. Si tratta di una risposta troppo timida: come i telefoni, le fotocamere avrebbero bisogno di sistemi operativi semplici ed efficienti, di continui aggiornamenti software, di app sviluppate da terze parti. Ma forse è già troppo tardi.

Oltre un miliardo di persone hanno una macchina fotografica, incorporata nello smartphone che tengono in tasca. È possibile che, in questo esatto momento, vengano scattate più fotografie che in un anno intero di mezzo secolo fa. Per essere una distruzione, è senza dubbio creativa.

 

Pubblicato il 9.9.16 su Eureka, un blog de L’Espresso

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