Verde come i Dollari

Il fiorente business della marijuana in America



L'Espresso, 24 novembre 2013

Testo e foto di Marco Magrini

Da SEATTLE, Washington

J eremy Kaufman non ha il tipico aspetto dell’imprenditore. A dire il vero, neanche quello del malato. Eppure, in seguito a un grave incidente, ha le prime tre vertebre in titanio che gli causano dolori talvolta insopportabili. «Ho trascorso anni di inattività e di depressione – racconta il ragazzone 32enne, due vistosi orecchini incorniciati dalle ciocche bionde – fin quando, grazie alla cannabis, sono riuscito a dimenticare gli oppiacei e i loro terribili effetti collaterali». Però, insieme al sollievo, gli è venuta un’idea di business.

A Seattle, Kaufman possiede oggi una società che coltiva e produce marijuana, e un’altra che trasforma i suoi principi attivi in pillole e alimenti freschi. Ma controlla anche il Cpc, un centro no-profit che vende la sua miriade di prodotti ai malati autorizzati. Sono quindici anni, che lo Stato di Washington ha legalizzato la marijuana per fini medicinali. Ma il momento magico dell’imprenditore Jeremy Kaufman sta per arrivare: il 4 novembre scorso, mentre il popolo americano incoronava Barack Obama per la seconda volta, i cittadini di Washington dicevano sì al referendum che legalizza la cannabis per «fini ricreativi».

Entro il prossimo dicembre, il Liquor Control Board di Olympia – la capitale dello Stato, 90 chilometri a sudovest di Seattle – dovrà esaminare le richieste di licenza di chi vuole partecipare a questo nascente settore industriale, che sarà regolato e tassato più o meno come gli alcolici. Dopodiché, comincerà la piantagione e quindi, dalla prossima estate, la vendita di “erba” al dettaglio: chiunque abbia 21 anni, potrà comprare fino a un’oncia di marijuana, 28 grammi. «Secondo le nostre stime, verranno presentate oltre 2mila domande», commenta l’avvocato Hilary Bricken di Canna Law Group, uno studio legale nato sulle ali della Initiative 502, meglio nota come I-502, la nuova legge che punta apertamente a rimpinguare le casse statali.

Le norme approvate dal 55% dei washingtonians (che per l’occasione hanno fatto registrare un’affluenza alle urne del 79%, senza precedenti) prevedono una rigida separazione fra produttori, grossisti-trasformatori e dettaglianti. «In poche parole – spiega la signora Bricken – a ognuno verrà chiesto di sommare una tassa del 25% sulle vendite. Più eventuali tassazioni locali, che variano da città a città». La pot tax, come chiamano a Seattle l’imminente balzello sull’erba, si aggirerà così fra il 75 e l’82%. Secondo le previsioni dell’Ufficio finanziario di Olympia, a regime lo Stato Sempreverde – come viene chiamato Washington per la straordinaria copertura di abeti – incasserà dalla vendita di marijuana mezzo miliardo di dollari all’anno. Senza contare gli effetti economici e collaterali del turismo.

Jeremy Kaufman

Jeremy Kaufman, un giovane imprenditore per un giovane business


«Ogni giorno, qui si affacciano dieci o quindici turisti», racconta divertito Benito Ybarra, 33 anni, mezzo messicano e mezzo irlandese, proprietario di Pda Lounge, un negozietto sulla Seconda avenue che (per ora) vende solo ai malati. «Hanno saputo della I-502 e sperano di poter comprare qualcosa. Ma per adesso la legge mi obbliga a non farli neppure entrare». Dietro al bancone, che invece un cronista può vedere e non toccare, c’è la tradizionale marijuana da fumare, in una dozzina di varietà. Ma anche biscotti, caramelle, olio d’oliva per cucinare, creme e unguenti per uso locale e pillole di ogni varietà e dosaggio, più adatte alla cura di singole malattie. Toh, le pillole sono prodotte dalla Absolute Oils di Jeremy Kaufman.


«Ogni giorno, nel mio negozio si affacciano dieci o quindici turisti che sperano di poter entrare».Benito Ybarra

Personalmente, lui ne ingoia una ventina al giorno. Dieci anni fa, mentre faceva delle riprese su una pista di snowboarding, una telecamera su carrello mobile lo ha spinto violentemente all’indietro contro un albero, danneggiandogli la scatola cranica e la masticazione. «Ci sono giorni in cui non riesco a mangiare – racconta – altri in cui sento dolore dalla gola fino agli occhi». La Absolute Oils, che è diretta da uno scienziato, «ha le formulazioni adatte per la mia patologia e molte altre, dalla sclerosi multipla al recupero dell’appetito per chi è sotto chemioterapia». Sì, scusi, ma lei nel frattempo è “fatto” tutto il giorno? «Oh, assolutamente no. Nella cannabis ci sono 75 cannabinoidi diversi: c’è il Thc, il Cbd, il Cbe, il Cbl e molti altri. In numerose cure, non si riscontra alcun effetto psicotropo». Che, invece, è proprio quel che cercano i turisti.

«Se arrivano gli investitori giusti, come credo – commenta l’avvocato Bricken – Seattle può diventare la Amsterdam degli Stati Uniti», un primato a cui aspira anche Denver, ora che il Colorado con il suo Amendment 64 ha imboccato la stessa strada. Dopotutto, i fatti parlano chiaro: in seguito a una rivolta degli albergatori, la Amsterdam quella vera si è prontamente rimangiata il proposito di proibire la marijuana ai visitatori.

L’interesse degli investitori non manca. «Il nostro studio legale ha già oltre 150 clienti. Per un terzo, si tratta di money people», investitori puri, allettati dal nascente business. Ma c’è di tutto. «C’è un brasiliano che abita nel Midwest – racconta l’avvocato, rifiutando di fare nomi – con una lunga esperienza in campo agricolo. C’è una cuoca del Colorado con una certa fama nel campo della pasticceria. C’è anche una società di consulenza di Philadelphia, che sta esplorando nuove opportunità di affari».

In attesa che lo Stato annunci le decisioni sugli ultimi dettagli, tutti restano prudenti alla finestra. Tutti fuorché Jamen Shively, un ex manager della Microsoft (di casa a Redmond, vicino a Seattle) che ha pubblicamente annunciato che la sua società, la Diego Pellicer, si candida a diventare la Starbucks della marijuana (anche la celebre catena del caffè è nata a Seattle). La storia è divertente perché Diego Pellicer era il bisnonno di Shively, che fu governatore di un’isola delle Filippine durante l’occupazione spagnola, ma fu soprattutto il più grande coltivatore di canapa dei suoi tempi. Tuttavia, a Seattle nessuno ha trovato divertente la sua uscita: perché attirare proprio ora le attenzioni dei feds, dei federali?

Il Controlled Substances Act degli Stati Uniti d’America elenca tutt’oggi la marijuana nella cosiddetta Schedule I, la lista delle sostanze più pericolose. È una legge dell’èra Nixon che raccoglie le raccomandazioni della riforma del 1937, fortissimamente voluta da Harry Anslinger, allora capo dell’agenzia antidroga americana, paladino di una guerra senza quartiere alla stessa sostanza che la regina Vittoria usava contro la sindrome premestruale.

La cannabis sativa, meglio conosciuta come canapa, originaria del Kazakhstan e reperita nella tomba di uno sciamano cinese di 2.800 anni fa, veniva coltivata in tutto il mondo per fabbricare corde, carta e indumenti. Ma anche per fumarla e cucinarla. Dopo l’avversa campagna di Anslinger, è curiosamente scomparsa dai campi coltivati non degli Stati Uniti, ma di tutto il mondo. A Singapore, tanto per dirne una, c’è in cambio l’ergastolo. In Italia, seguendo regole onerose, si può solo coltivare una variante che è priva di Thc, il principio psicoattivo.

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A destra, una vetrina dentro al negozio PDA Lounge. Sopra: a Seattle, chiede soldi per l'erba e la conseguente fame.

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Eppure, sedici Stati americani riconoscono già il valore medico della cannabis. Adesso che due di loro la legalizzano per fini squisitamente fiscali, lo scontro finale con una legge federale diametralmente opposta appare inevitabile. «E invece escludo che ci sarà – ribatte Bricken – perché a Washington D.C. l’aria è cambiata e l’Amministrazione non vuole rischiare di andare davanti alla Corte Suprema per poi, verosimilmente, perdere». Tantopiù, dicono a Seattle, che un sacco di governatori di altri Stati sono lì alla finestra, curiosi di vedere come andrà a finire l’esperimento. Salvo magari replicarlo.

Non ci sono solo i proventi fiscali e il turismo, che leniranno un bilancio con un deficit corrente di 1,3 miliardi di dollari. Lo Stato Sempreverde risparmierà posti in carcere e lavoro dei poliziotti. Ed è qui, che l’esperimento ai confini del diritto diventa interessante.

L’anno scorso trecento economisti, fra i quali i Nobel Milton Friedman, Vernon Smith e George Akerlof, hanno scritto a Obama e al Congresso per «segnalare» un report del collega Jeffrey Miron, intitolato «Le implicazioni economiche del proibizionismo sulla marijuana». In poche parole, lo studio dice che legalizzando la cannabis la federazione americana risparmierebbe 7,7 miliardi l’anno in detenzioni e forze dell’ordine, nonché, in caso di aliquote fiscali simili al tabacco, ne incasserebbe 6,2 sotto forma di tasse. «Ormai ci sono le prove – scrivono – che il proibizionismo porta pochi benefici e molti guai».

Washington potrebbe diventare così il laboratorio di una restaurazione giuridica che cancella la riforma voluta negli anni ’30 da Anslinger, accusato a posteriori di aver agito per conto delle lobby della carta e della plastica. Ma a patto di non commettere errori, come il doppio regime fiscale che è previsto al momento. «Non c’è dubbio – risponde l’avvocato Bricken – che fra la marijuana tassata pesantemente al dettaglio e la marijuana medica quasi defiscalizzata, c’è spazio per un mercato grigio». «Beh, anche per un mercato nero in mano alla criminalità», rimarca Benito Ybarra. Entrambi, sperano che la tassazione venga ripensata.

Benito, ma lei continuerà a servire il mercato medicinale o  passerà a quello ricreativo della I-502? «Dovrò scegliere, perché la I-502 prescrive che non si possa fare l’uno e l’altro. Aspettiamo di conoscere i dettagli che mancano e poi vedremo il da farsi», risponde con un sorriso che pare nascondere una risata. Dei circa venti dispensary di Seattle, quelli dove si vende la marijuana ai malati, il suo è il più vicino a Pike Market e al centro della città: il più adatto a dare il benvenuto ai clienti di tutto il mondo.

Più che la legalizzazione della marijuana, questa sembra l’emersione fiscale di un settore industriale che, in quasi tutto il mondo e in quasi tutti gli Stati Uniti, resta ancora in mano all’economia sommersa e alla criminalità organizzata. «Chi prevede mezzo miliardo di entrate fiscali esagera un po’», sentenzia Kaufman. «Credo che ci vorranno almeno cinque anni, prima che lo Stato incassi davvero quelle cifre. L’industria deve ancora nascere, crescere e stabilizzarsi». Un’industria che comincia dall’agricoltura, dalla coltivazione di una specie botanica a lungo proibita.

Da parte sua, Kaufman dice che «probabilmente» si lancerà nel fiorente business della I-502. «Sarò costretto dalla nuova legge a lasciare qualche consiglio di amministrazione – ammette candidamente – e forse mi concentrerò sulla raffinazione di pillole e creme, che sono a dir poco vitali per i malati come me». Ma anche per l’imprenditore che c’è in lui.

Con la vecchia legge, qualla sulla cannabis medicinale, i pazienti (veri e finti) che hanno il permesso di comprare marijuana a bassa fiscalità erano 30 o 40mila. Fra qualche mese saranno dieci o venti volte di più, ma con una tassazione stratosferica. «Il nuovo approccio – recita la Initiative-502, nel secondo comma del primo articolo – genera risorse fiscali statali e locali, da destinare a sanità, istruzione e ricerca».

Minore spesa pubblica, più tasse e il prodotto interno lordo che cresce. Cosa c’è di meglio per fronteggiare un deficit statale? Per ironia, grazie alla fotosintesi clorofilliana, lo Stato Sempreverde finirà per essere un po’ meno al verde.


COS’E’ SUCCESSO NEL FRATTEMPO

Sia lo Stato di Washington che il Colorado, hanno incassato più proventi fiscali da cannabis di quanto si aspettavano. L’effetto-turismo è attualmente avvertito soprattutto in Colorado, dove di fronte ai nuovi negozi che vendono “weed” si notano lunghe code di clienti. Così, Washington Dc ha votato per legalizzare il possesso. A luglio 2015 la marijuana sarà legale in Oregon ma, soprattutto, è già diventata legale in Alaska, uno Stato che – al contrario degli altri già citati – è controllato da una maggioranza repubblicana.

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Benito Ybarra, titolare di PDA Lounge, un negozio per la marijuana medicinale.

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