Sulla Strada della California

In viaggio lungo la mitica Highway One



«Ventiquattro», novembre 2008

testo e foto di Marco Magrini

da BIG SUR, California

S

embra di essere in un film. Le mani del protagonista sul volante, il vento nei capelli, le curve che si rincorrono inquadrando panorami mozzafiato.

No, sembra di essere in uno spot televisivo: una striscia di cemento che si fa largo dentro una foresta di sequoie e poi si dipana verso l’infinito, fra il taglio obliquo di montagne scoscese da un lato e scogliere a picco sul Pacifico dall’altro.

Oppure potremmo essere in un romanzo: la storia d’un chicchessia che vuol fuggire dai rumori e dai clamori della civiltà, esausto di una vita sotto i riflettori, o magari solo a caccia di spiritualità nei rifugi di un silenzio ancestrale.

Del resto, lungo la California Highway One — un serpente di 140 miglia costruito fra gli anni Venti e Trenta con le braccia dei condannati al lavoro forzato — sono stati ambientati una sessantina di film, centinaia di episodi televisivi, un numero imprecisato di commercial per le case automobilistiche e qualche decina di romanzi, da John Steinbeck a Jack Kerouac, passando per Henry Miller. Questa strada non è la numero one per anzianità, ma per quel tipo di bellezza che non lascia spazio a discussioni. Fu la moglie del presidente Lyndon Johnson — riconosciuta paladina dei tesori ambientali statunitensi — a incoronarla regina delle strade della California, nel 1966.

Guidando da San Francisco a Los Angeles, una volta arrivati all’altezza di Monterey, si può imboccare la 101 che porta dritta alla capitale del cinema. Oppure decidere di prendersi un po’ di tempo — quattro ore in più come minimo — per rinfrancarsi lo spirito lungo una delle strade più belle e incontaminate del mondo, teatro naturale e antropologico di un cliché tutto americano: la congenita inclinazione all’eccesso.


Una veduta dalla Highway One. Sullo sfondo, il celebre Bixby Bridge.


È

un eccesso Carmel, la cittadina di cui fu sindaco Clint Eastwood, con quei suoi vialetti ordinati e affastellati di negozi improbabili dove si vende solo ciò che costa un occhio della testa. È un eccesso Point Lobos, patria di 250 specie di uccelli e di 300 piante, ma anche — per 25 secoli — patria della tribù indiana dei Rumsen: un luogo così incantato che nel’33 il Governo si prese la briga di acquistarlo per 600mila dollari (ovviamente non dagli indiani) al fine di trasformarlo in riserva naturale. A modo suo, è un eccesso anche il Brixby Creek Bridge, il gigantesco arco bianco costruito quello stesso anno per consentire alla Highway One di valicare una valle a 87 metri di quota.

Ma il bello viene a Big Sur. «Questa è la California che sognavano i nostri padri — scrive Henry Miller, uno che di eccessi se n’intendeva e non a caso a Big Sur ci andò a vivere — questa è la faccia della terra come il Creatore intendeva che fosse». Qui, dove la foresta di Los Padres si spinge fino al mare, si ha davvero la sensazione di un qualcosa di soprannaturale. Sarà per quell’esercito di giganti viventi che ti circonda.

Stephen Copeland, un milionario che di mestiere fa il cicerone alle meraviglie nascoste di Big Sur, lo fa vedere a tutti: laddove una sequoia nata sul ciglio di una discesa rischia di cadere, un’altra gli porge un ramo a sostenerla. «Vede? — si estusiasma Stephen per la millesima volta — Le due piante si fondono, diventano una cosa sola. È una specie di matrimonio». Come quell’acqua che scende giù cantando, a maritarsi col mare.

Un mare gelido come può essere l’Oceano, dove si vedono le foche e — con un po’ di fortuna — le balene in lontananza. Eppure un mare che ti strega: d’estate coi colori e, ora che è inverno, con miliardi di molecole d’acqua levate in alto dai flutti violenti sulle scogliere, che sfumano a tratti il panorama come in un acquarello. Ne rimasero stregati anche Orson Welles e Rita Hayworth che — passando di qui — si comprarono una casetta di legno quale rifugio d’amore, salvo non tornarci mai più.


«Questa è la California che sognavano i nostri padri. Questa è la faccia della terra come il Creatore intendeva che fosse».Henry Miller (su Big Sur)

In questo paradiso dell’eccesso, non tutti coloro che amano eccedere si troverebbero bene: per legge non si può più costruire. Per legge, dalla Highway One non si devono vedere case, gli abitanti sono pochi, i servizi mancano e non ci sono attrazioni né luci della ribalta. Ma chi ama eccedere in senso opposto, ci s’è trovato benissimo. Negli anni Cinquanta e Sessanta, Big Sur — come cantato da Kerouac nel romanzo omonimo — fu ritrovo fisso di beatnik e di hippy in cerca di libertà, di nudità, di silenzio, di rottura delle regole. Di quei tempi andati, restano oggi le leggende e lo stabilimento termale di Esalen dove, in cambio di qualche migliaio di dollari, si celebrano ancora le cerimonie pseudospirituali del ritorno alla Terra.

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Qui sopra, una stella marina a Big Sur. A destra, uno scorcio di oceano da Big Sur. Accanto, Stephen Copeland.

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G

iù ancora, verso Sud, la Highway One si stira in lunghissimi rettilinei che posson fare la felicità di un automobilista e, forse ancor di più, dei suoi passeggeri. La natura cambia col ruotare del contachilometri: dopo la foresta, la macchia, poi ancora le grandi rocce brulle di Ragged Point. E quando la strada regina della California degrada fino alle rive dove si danno ritrovo centinaia di foche elefante — protagoniste di un eccesso genetico — gli eccessi sembrano finire per davvero.

E invece no. Negli anni Trenta un solo uomo — il tycoon William Randolph Hearst, proprietario di un autentico impero della carta stampata e dei media — volle costruire il più grandioso dei rifugi in cima a una collina. Il castello Hearst — oggi un museo di proprietà dello Stato della California — si compone di 165 stanze, che includono 56 camere da letto e 61 bagni, distese su un totale di 8mila metri quadrati. La piscina olimpionica al coperto è lastricata di lapislazzuli e di oro; quella all’aperto ha le sembianze di un tempio neoclassico. Nella sua esagerata dimora, Hearst trapiantò un pezzo d’Europa.

Durante un viaggio nel Vecchio Continente, arraffò tutte le antichità che dollari potessero comprare: 41 caminetti francesi, il soffitto intarsiato di una chiesa italiana, statue, quadri, mobili, fontane. Il Castello Hearst ha uno zoo, un aeroporto, otto campi da tennis, oltre alla sala cinematografica dove si proiettavano le “prime” dei pessimi film girati dalla moglie di Hearst, Marion Davis, ovviamente prodotti dagli Hearst Studios. Ma il castello è nella storia del cinema per tutt’altri motivi: col suo capolavoro Citizen Kane (noto in Italia come «Quarto potere»), Orson Welles intese prendere di mira lo stesso Hearst, deridendone anche le grandiosità edilizie: il suo Kane abitava a Xanadu, ritratto di quel Castello sulla baia di San Simeon che è di per sé una caricatura.

Poco più avanti, la Highway One muore nella 101, l’arteria più lunga di un’altra California. I colori, i suoni e i profumi di quello spicchio incontaminato d’America si consegnano alla memoria. Come accade ai titoli di coda d’un film. O all’ultima pagina di un romanzo.

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A sinistra, la piscina coperta del Castello Hearst: tutto mosaico con oro e vetro di murano. Qui sopra, l'ingresso principale.


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