Le suore che coltivano l’elettricità

La promessa energetica della Jatropha Curcas


il Sole 24 Ore, 27 marzo 2007

Testo e foto di Marco Magrini

Da MBINGA, Tanzania

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ll’equatore il sole tramonta alle sei, tutto l’anno. Alla latitudine di Kaja Peric, che è nata in Bosnia da famiglia croata, ma vive nel profondo sud della Tanzania, il sole scompare solo mezz’ora più tardi. Dopodiché, non è detto che ci sia la luce. «Non esiste una rete elettrica nazionale e nelle città qui intorno, i quotidiani black-out possono durare anche otto ore. Ma non nel nostro convento», dice sorella Kaja con un dolce sorriso. «Noi, l’energia ce la coltiviamo nel giardino».

Dietro al convento delle sorelle Vincenziane a Mbinga – un villaggio sperso nel niente della foresta tropicale, non lontano dal Mozambico – più che un giardino, c’è qualche ettaro di coltivazioni. La congregazione, che fa capo al convento di Untermarchtal, in Germania, gestisce in quest’area 18 strutture per circa 300 bambini orfani, sordi e handicappati, grazie a un manipolo di 185 suore (sette delle quali europee): in totale, un bel numero di bocche da sfamare. Ma, insieme a mais e girasoli, le sorelle coltivano per davvero anche l’elettricità.Kaja, responsabile del progetto, sta facendo crescere dietro al convento 50mila esemplari di Jatropha Curcas. La pianta che potrebbe cambiare, se non i destini del mondo, almeno quelli dell’Africa.

«È davvero miracolosa», assicura Kaja mentre ne accarezza le foglie, nel bel mezzo di questa scena tropicale che declina tutti i toni del verde. «Abbiamo cominciato due anni fa, partendo dai semi. Semplicemente tagliando i primi rami e innestandoli per terra abbiamo coperto tre ettari. Quest’anno il raccolto sarà ancora modesto. Ma l’anno prossimo avremo raggiunto l’indipendenza energetica».

Sul tetto della chiesa c’è un gigantesco pannello solare fatto a “V” (in onore del San Vincenzo che ispira le azioni delle sorelle), con una croce bianca nel mezzo. «Il sole ci dà l’energia sufficiente per il giorno», spiega Kaja. Per la notte c’è un generatore diesel. Il quale va per adesso a idrocarburi, ma l’anno prossimo andrà a Jatropha.«Gli esperimenti – assicura sister Kaja – li abbiamo già fatti: basta spremere i semi della pianta per ottenere un olio che, semplicemente filtrato, mette in moto il generatore di elettricità a meraviglia. E pure rispettando l’ambiente». Come tutti gli oli vegetali che fanno da biodiesel, la combustione di olio di Jatropha emette poca anidride carbonica e zero diossido di zolfo, responsabile delle piogge acide.«Nel raggio di centinaia di chilometri – sintetizza la sorella-madre Zeituni Kapinga, con vivace orgoglio – siamo le uniche a poter spedire un’e-mail a qualsiasi ora del giorno o della notte».

La chiesa col pannello solare a croce. Sotto, una giovane piantina. A destra, Zeituni Kapinga (la prima a sinistra) con le consorelle

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ll’equatore il sole sorge alle sei, tutto l’anno. Alla latitudine di Livinus Manyanga, che abita ad Arusha, Tanzania del nord, quasi alle falde del Kilimangiaro, il sole sorge solo un po’ più tardi. È in quell’esatto momento che il suo business si mette in moto: quando l’energia fotonica della nostra stella accende la fotosintesi clorifilliana.Alla Kakute, l’azienda di Manyanga, non ci sono ettari di coltivazioni, ma solo un giardino. «Il mio vivaio è un piccolo centro di ricerca e sviluppo – dice – Il mio compito è quello di propagare la Jatropha in Africa, insegnare a coltivarla e distribuire una nuova ricchezza».

Oggi, in visita alla Kakute c’è la delegazione di una Ong canadese, che ha in animo di propagare la pianta dell’energia nella vicina Repubblica Democratica del Congo. «C’è gente che viene da tutta l’Africa: teniamo dei corsi di una settimana per insegnare a coltivare la pianta e a sfruttarla fino in fondo. Restano tutti a bocca aperta».Per rudimentale che sia, l’armamentario di Manyanga è impressionante. Prima fa vedere i semi di Jatropha stesi al sole per togliere un po’ di umidità. Li mette in una strana macchina manuale (inventata da altri, ma perfezionata dalla Kakute) per la frantumazione: a destra esce l’olio e a sinistra i residui, curiosamente asciutti. Poi prende l’olio e lo mette in una lampada: al contrario del kerosene, brucia senza fare fumo e – pare incredibile – profuma pure.

Al che Manyanga raccoglie i residui della macinazione, e li spinge con l’acqua dentro a un serpente di qualche metro, costruito con un grande telo di plastica. «Due chili di semi tritati e cinque litri d’acqua – racconta – producono abbastanza metano per cucinare per tre giorni». Il serpentone è collegato a un pallone appeso al tetto, a sua volta collegato a una cucina a gas. E funziona per davvero. Ma c’è di più.

«Con l’olio di Jatropha si fabbricano saponi, che le donne dei villaggi possono vendere», reclamizza Manyanga. «E i residui della macinazione sono un ottimo fertilizzante». Non a caso, c’è chi ha battezzato la Jatropha Curcas “l’oro verde del deserto”.

Originaria dei Caraibi, la pianta è stata traghettata in giro per il mondo dai marinai portoghesi, che la usavano per costruire delle recinzioni a protezione dei loro insediamenti: la Jatropha ha bisogno di pochissima acqua, le foglie decidue proteggono il terreno dalla desertificazione e, se piantata a pochi centimetri l’una dall’altra, produce una barriera al passaggio degli animali. «In Tanzania – racconta Manyanga – è una pianta ben nota: viene usata per recintare le tombe».

Esperto di meccanica, Manyanga ha lavorato nella birra e nei cosmetici, prima di approdare al Center for Agricolture and Technology. «Lì – racconta – mi misi a studiare diversi oli carburanti di origine vegetale e rimasi strabiliato dalla Jatropha»: nessun altra pianta (ad eccezione della palma, che però richiede ingenti quantità di acqua) aveva risultati del genere. Così è nato un mestiere. E una passione. «Negli ultimi anni ho convinto parecchi villaggi, che pure non volevano sentir parlare della “pianta delle tombe”, a coltivarla per vendere i semi, il sapone e se possibile l’olio. Non vedo un mezzo migliore per togliere l’Africa dalla povertà».

Le potenzialità ci sono. Un ettaro coltivato a Jatropha produce 1.900 litri di olio, che può essere bruciato da solo o in miscela: la recente decisione della Ue di imporre un 10% di biocarburanti entro il 2020 implica che alle porte dell’Africa sta per aprirsi un nuovo mercato. Lo sa bene l’azienda inglese D1 che, quotata all’Aim di Londra, sta predisponendo ingenti coltivazioni di Jatropha in Indonesia, Sud Africa, Zambia, Swaziland e Australia. E lo sa bene il Governo indiano, che ha appena incluso la Jatropha nel suo piano strategico per l’indipendenza energetica. Estese coltivazioni di Jatropha per uso combustibile sono in via di crescita in Cina, Filippine, Thailandia e anche in Paesi come il Guatemala, dove la Jatropha è stata usata per secoli per le recinzioni. Infine, a testimonianza di una rivoluzione alle porte, in questi giorni è uscito in Francia un libro eloquente: Jatropha, le meilleur des biocarburants.

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Il frutto della Jatropha, che contiene i grandi semi neri da spremere

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ll’equatore la notte è lunga come il giorno, tutto l’anno. Avere l’energia a disposizione fa una bella differenza. Le sorelle Vincenziane lo sanno. E si sentono fortunate. «È nato tutto per caso», racconta sorella Kaja.

Un giorno, il signor Berndt Wolff dell’azienda tedesca Energiebau, che passava da quelle parti, è andato a trovarle e ha proposto loro di usare il sole e la Jatropha. «Era un’esperimento costoso – spiega Kaja – da 400mila euro: metà ce li ha messi la nostra casa-madre e metà il Governo tedesco». Ma è il solare che è costoso. O il generatore. Certo non la pianta dell’energia, che quasi cresce da sola e vive per 40-50 anni.

La Jatropha è velenosa e quindi libera dai dubbi sugli impieghi energetici delle materie prime alimentari, come sta accadendo in Messico con il mais. «Ma soprattutto cresce e prospera in tutta la fascia tropicale – rimarca sorella Kaja – dove si concentra gran parte della povertà del mondo».

Kaja Peric e Livinus Manyanga vivono ai due capi della Tanzania, e non si conoscono. Ma è questione di poco. Fra poco più di un mese voleranno insieme a Harvard. A maggio, nel primo ateneo del mondo, è convocata la cerimonia per il Roy Family Award for Environmental Partnership, consegnato ogni anno a chi si distingue nei progetti di energia alternativa. Fra i vincitori di quest’anno c’è la Energiebau di Wolff, ma ci sono anche le sorelle di Mbinga e la Kakute di Manyanga. E, implicitamente, la Jatropha.

La pianta dell’energia è cresciuta in silenzio per millenni. Ha traversato i mari per secoli. E oggi che sull’era del petrolio si addensano le nubi del riscaldamento climatico, potrebbe diventare la sorgente di una nuova energia per il mondo e di una nuova ricchezza per l’Africa e i tropici. E tutto solo grazie alla fotosintesi.

All’equatore, domattina alle sei, sorgerà ancora una volta il sole.

Livinius Manyanga davanti alla sede della sua azienda, ad Arusha


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