La musica che gira in testa

Armonia, melodia e ritmo sono scritti nei neuroni



Ventiquattro, marzo 2004

di Marco Magrini

S

uoni un Sol sul pianoforte e lei ti dice: «Sol». Aspetti un po’, azzardi un Re bemolle e lei spara: «Re bemolle». Camilla Boneschi ha 15 anni, vive a Milano, suona il piano da quand’era piccola. Alla maestra ci volle poco per capire che aveva il dono dell’orecchio assoluto, la capacità di chiamare le note per nome. Il dono di ascoltarne una sola, senza riferimenti, e già sapere quale nota è. E il bello è che a Camilla non gliel’ha insegnato nessuno. Ce l’ha scritto nei neuroni.

Suona una marcia funebre e lui si guarda attorno. Poi arriva l’inno nazionale e un assistente gli fa cenno di alzarsi. Alfonso XIII di Spagna, il re che cedette il potere ai repubblicani nel 1931, pare che fosse totalmente incapace di riconoscere una canzone da un’altra. Di sicuro gli ci volle poco, per capire che era affetto da amusia, l’incapacità pressoché assoluta di distinguere le note. Il cruccio di non poter cantare una ninnananna, in qualche caso il fardello di un’innata repulsione per la musica. E il brutto è che quelli come re Alfonso non hanno fatto nulla di male. Ce l’hanno scritto nei neuroni.

La musica è un mistero. Una corda pizzicata, il soffio in un’ancia, un colpo su un tamburo fanno vibrare l’aria, che fa vibrare i timpani, che a loro volta inviano impulsi elettrici almeno a tre diverse aree del cervello, scatenando una sensazione. «Sotto il profilo della biologia – scrive il neuroscienziato Steven Pinker nel suo How the mind works – la musica non serve a niente: né ad allungare la vita né a fare figli. Comparata con il linguaggio, con la vista o con la coscienza di sé, la musica potrebbe scomparire dalla nostra specie e il nostro stile di vita restare virtualmente immodificato». Eppure, una particolare combinazione di note ha il potere di commuovere o di esaltare, di far riflettere o di distrarre. Dire che la musica piace è un eufemismo. Alle orecchie di miliardi di persone che non hanno le fortune di Camilla né le sventure di re Alfonso, quel tripudio di frequenze sonore fatte di altezze e durate diverse, di sovrapposizioni, di fughe e di rincorse, rappresentano un bisogno tanto immateriale quanto ineluttabile. Viscerale. Biologico.

Jeremy Kaufman

Miles Davies, un genio musicale del Novecento


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asta pensare a cos’è successo nel mondo dal 4 dicembre 1877, quando Thomas Edison sperimentò per la prima volta il suo fonografo: la musica — un tempo patrimonio solo degli artisti e delle élite che li potevano stipendiare — è diventata per tutti. I consumi di musica registrata si sono letteralmente moltiplicati nell’arco dello scorso secolo e, solo negli ultimi quattro anni, per il combinato debutto della digitalizzazione e dell’Internet, sono calati per la prima volta nella storia a danno di un’industria discografica che si sente rapinata dallo scambio gratuito di incisioni fra i computer di cinque continenti. Il che, cela un sospetto e una verità.


«La capacità umana di produrre e di godere della musica deve essere classificata come la più misteriosa delle sue doti».Charles Darwin

Il primo è che il bisogno di musica appare assai più vasto di quanto non dicano le leggi di mercato sulla domanda e sull’offerta (in altre parole: abbassando i prezzi, i consumi decollerebbero). E la seconda è che i discografici hanno comunque la fortuna di sedere su un business perpetuo come quello dell’industria alimentare: così come gli esseri umani avranno sempre fame di cibo, avranno anche fame di musica.

Il mistero però, rimane. «Sappiamo bene perché la gente ha bisogno del cibo — commenta Josh McDermott, uno studioso del rapporto fra musica e mente che lavora all’Mit — ma ancora non abbiamo idea del perché abbia bisogno della musica». Eppure c’è ed è ancestrale: in tutte le culture del mondo esiste una tradizione musicale e la scoperta di un flauto neanderthaliano lascia spazio a pochi dubbi, sulla longevità dell’arte che affascinò Pitagora. I molti scienziati che sono al lavoro per districare questo enigma però, danno ormai per scontato che nell’impianto biologico degli esseri umani ci sia una predisposizione per la scala tonale. «La capacità umana di produrre e di godere della musica — scriveva Charles Darwin — deve essere classificata come la più misteriosa delle sue doti». McDermott sta lavorando a un esperimento con le scimmie, per vedere se anche loro hanno una predilezione per gli intervalli di terza e di quinta e quindi per la musica tonale. «In ogni caso— commenta McDermott — il senso musicale non si è evoluto per un motivo preciso. Semmai sembra essere il sottoprodotto di qualcos’altro».

Qui, le supposizioni si sprecano. Ma, visto che le indagini scientifiche sugli effetti prodotti nel cervello dalle dodici note (no, non sono sette) parlano di un’interessamento delle aree del linguaggio e del sistema motorio, oltre che della corteccia uditiva, il campo d’azione si restringe. Darwin s’era già fatto un’idea: forse, scriveva il papà dell’Evoluzione, prima ancora di parlare «gli umani cercavano di ammaliarsi a vicenda con melodie e ritmi». Il che, potrebbe spiegare come mai le cronache rosa attribuiscano a molti cantanti un rilevante sex appeal. Ma altre origini potrebbero essere il linguaggio (che con la musica ha molti punti in comune), le chiamate emotive (in tutte le culture si emettono suoni di piacere o disappunto, anche senza parlare), l’adesione sociale (cantare in coro produce endorfine, che stimolano un senso di benessere) o il controllo motorio (che è associato al ritmo).

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A destra, Alfonso XIII di Spagna. Sopra: Camilla Boneschi seduta al suo pianoforte.

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al battito cardiaco al linguaggio, il ritmo è parte della nostra vita e di quella dell’intero universo», commenta Andreas Terhoeven, consulente aziendale e batterista tedesco che ha appena organizzato un seminario di due giorni per l’intero vertice di una multinazionale, chiamato a suonare le percussioni per «sviluppare il lavoro di squadra e per aprirsi a un nuovo modo di pensare».

Ma anche la melodia non scherza, quanto a effetti sugli umani. Uno studio realizzato dall’Università della California-Irvine nel ’93 (peraltro contestato da alcuni), dimostrava che nei 15 minuti successivi all’ascolto della Sonata per due pianoforti in Re maggiore di Mozart, l’intelligenza spazio-temporale degli individui aumenta. Ma ci sono anche effetti di lunga durata. «Nel cervello — spiega Mark Jude Tramo, musicista e neuroscienziato della Harvard Medical School — c’è oggettivamente una sovrapposizione fra i neuroni usati per elaborare la musica, il linguaggio, la matematica e il ragionamento astratto. Ecco perché, esercitando la mente con la musica, si rafforzano altre abilità cognitive».

Camilla intanto, s’è data anche alla chitarra. Le piace il rock, ma anche il jazz e continua a chiamare le note per nome, come tutti noi riusciamo a fare solo con i colori. E, proprio come accade con le tonalità cromatiche, anche lei ha le sue simpatie nei confronti delle tonalità armoniche. «Sin da piccola — racconta — consideravo i suoni come dei personaggi. Per me il Mi, il Fa, il La e il Si hanno una personalità femminile, mentre Do, Re e Sol ce l’hanno maschile». Un giorno è andata a casa di un’amica che aveva un piano accordato mezzo tono sotto. «Non sono riuscita a suonarlo neppure per un minuto: premevo il Do e udivo un Si. Terribile!». Ancora non sa se da grande farà la musicista: un po’ perché a quindici anni non si sa mai, un po’ perché «l’arte in generale è un po’ troppo incanalata in vie che non seguono l’istinto, quanto lungo percorsi già tracciati da fonti esterne». Forse non le piace lo show business, però si sente fortunata. Non tanto per il suo orecchio assoluto (del resto, pochissimi musicisti ce l’hanno), quanto per il semplice fatto di amare la scala tonale. E ne ha ben donde.

Perché se il mondo cerebrale della musica fosse davvero un’incidente di percorso lungo la catena infinita dell’evoluzione, chiunque abbia gioito o perfino pianto una sola volta davanti a un’arpeggio, una scala, un accordo, non può far altro che sentirsi altrettanto fortunato. Fortunato di non essere come quel re di Spagna.

 

Questo articolo è stato scritto durante il ripetuto ascolto della Sonata per due pianoforti in Re maggiore K448 di Wolfgang Amadeus Mozart.


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