La Groenlandia si scioglie al sole

E sotto i ghiacci c’è un altro oceano di petrolio



Il Sole 24 Ore, 11 novembre 2007

testo e foto di Marco Magrini

da NUUK, Groenlandia

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ene Holm teme sinceramente per il futuro del suo popolo. Un popolo che, da quattro millenni e mezzo, abita l’isola più grande e più invivibile del mondo, ed è sopravvissuto solo grazie a un gelido abbraccio con la Natura. Perché c’è poco da fare: la Groenlandia si sta sciogliendo più rapidamente del previsto.

L’ultima conferma viene dall’Agenzia spaziale della Danimarca – il piccolo regno che dal 1712 “possiede” l’enorme isola, provincia autonoma da trent’anni – secondo la quale la Groenlandia si è alzata nell’ultimo anno di quattro centimetri. Il motivo? Sciogliendosi, i ghiacci alleviano il loro peso sulla terra emersa, e quella sale. «Fino al 2004 – spiega Shfaqat Khan, uno scienziato dell’agenzia spaziale – l’isola saliva di un centimetro l’anno. Questo vuol dire che oggi i ghiacci si stanno sciogliendo quattro volte più velocemente».

Qui a Nuuk, sede del governo autonomo, la neve è arrivata da due settimane. «Di solito nevicava a fine agosto», assicura Lene Holm, direttrice del servizio ambientale della Inuit Circumpolar Conference, il tavolo che tiene uniti i quattro angoli del popolo inuit, o esquimese che dir si voglia: Groenlandia, Siberia, Alaska e Canada. «La neve e il ghiaccio sono parte integrante della nostra vita e della nostra cultura», assicura. «Adesso stiamo mandando viveri per la gente che vive a Thule, all’estremo Nord: il mare non è abbastanza ghiacciato per andare a pescare con i cani da slitta. E non hanno più nulla da mangiare».

Sì, però diciamola tutta. Anche se pare impossibile trovare un groenlandese che si professi felice del global warming, qui si vive meglio. Gli inverni sono quasi rigidi come sempre, ma durano meno. Le estati sono leggermente più miti, ma durano più a lungo.

«Abbiamo almeno due mesi in più per coltivare patate, broccoli, primule e tulipani», ammette Niels Motzfeldt, un pittore che l’anno scorso ha abbandonato la cattedra alla Scuola d’arte e s’è messo a fare l’agricoltore in una fattoria nel bel mezzo del niente, fra i fiordi alle spalle di Nuuk, a sette chilometri in linea d’aria dal ghiacciaio di Narsaap Sernia. Al mercato, le patate danesi costano ancora meno di quelle nostrane. «Ma nel Sud dell’isola – assicura Motzfeldt – l’agricoltura si sta sviluppando rapidamente».

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A destra, Lene Holm della Inuit Circumpolar Conference. Qui sopra, una casa di Nuuk, la capitale della Groenlandia

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iù o meno come ai tempi di Erik il Rosso, protagonista di un rimarchevole marketing ante litteram. Nel 982, il vikingo approda nell’estremità meridionale di una nuova terra a Nordovest dell’Islanda e la chiama Grönland (terra verde), nella speranza di attirare gente e di fondare un nuovo mondo. Il che gli riesce pure. Ma cinque secoli dopo, per effetto del raffreddamento tardomedievale, conosciuto come Piccola era glaciale, i vikinghi scompaiono, senza lasciare tracce. Neppure nel Dna degli inuit.

Dunque questa storia che la Groenlandia un tempo era verde, è una fandonia vecchia di mille anni. Nella migliore delle ipotesi, era com’è oggi. Perché il ghiaccio che pesa sulla schiena di quell’isola grande come l’Unione europea è così antico da essere alto fino a tre chilometri e mezzo. Secondo alcune stime, si tratta di 2,8 milioni di chilometri cubici di acqua allo stato solido. Forse, se questa gente non gioisce per il cambio di temperatura, è perché sa bene cosa comporterebbe una Groenlandia non più bianca, ma verde per davvero: i sette mari si alzerebbero di sette metri. E allora addio, amata-odiata Danimarca.
Ma i timori di Lene Holm sono di ben più breve periodo. E stanno racchiusi in un’incerta catena di eventi, eppure assai probabile. Quanto gli effetti dell’effetto-serra.

A sud dell’isola di Disko, poco sopra il Circolo polare, non transitano più i giganteschi iceberg di una volta. Finalmente, è più facile immaginare la presenza di piattaforme petrolifere in mezzo al mare.

«Abbiamo già assegnato sette degli otto lotti disponibili – spiega Jörgen Holm, direttore del dipartimento del Petrolio al ministero delle Risorse minerarie – e sono già cominciati i primi rilievi, poi si comincerà a trivellare». In prima linea c’è la canadese Husky (controllata dal magnate cinese Li Ka-Shing), ma ci sono anche ExxonMobil, Chevron, la danese Dong, la scozzese Caine.

«Le probabilità di trovare il greggio – ammette Nicolai Arendt, un giovane geologo danese che lavora qui – sono alte». Ma sono addirittura altissime nel mare a Nordest. Sotto il quale, secondo lo Us Geological Survey, si nascondono 31 miliardi di barili di greggio. E dove nel frattempo il ghiaccio artico si sta ritirando, aprendo la strada a una futura esplorazione, oggi ancora troppo ardua.

«In Groenlandia – osserva Lene Holm – siamo appena in 56mila. Cosa accadrà quando verranno migliaia di lavoratori dall’estero?». Il primo test è alle porte: il Governo locale sta per decidere se accettare l’arrivo di una fonderia di alluminio della Alcoa, con annessa centrale idroelettrica. Almeno 3mila persone potrebbero venire da oltreoceano. E finalmente, nelle casse locali potrebbero piovere un po’ di soldi “guadagnati”, senza beneficenze.

Jeremy Kaufman

Sopra: a ottobre, nel villaggio di Kapisigdlit non aveva ancora nevicato. Sotto, il ghiacciaio Narsaap Sernia in evidente scioglimento

Jeremy Kaufman
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a Groenlandia sopravvive con i 430 milioni di euro che i contribuenti danesi le versano ogni anno. L’unico prodotto esportabile è il pesce. E l’economia della sussistenza – quella che ha fatto sopravvivere generazioni di inuit – ha ancora un suo posto, in questa società altrimenti moderna. «Se è il momento buono per la caccia delle renne o la pesca dei merluzzi – racconta a voce bassa Hanne Gundersen, infermiera danese di stanza a Nuuk – in ospedale non si presentano né gli infermieri, né i pazienti».

Ma se sgorga il petrolio, tutto cambia. Non a caso, il governo di Nuuk ha già chiesto alla Danimarca di rinunciare all’attuale spartizione fifty-fifty sui proventi del sottosuolo (sull’isola ci sono tutti i minerali del mondo, diamanti inclusi). Le trattative si sono arenate. «Ma un accordo verrà raggiunto», rassicura Kuupik Kleist, uno dei due rappresentanti groenlandesi nel Parlamento di Copenhagen. «Dobbiamo solo trovare un meccanismo per modulare i proventi del petrolio, fino a tagliare il contributo annuale della Danimarca», ovvero l’ultimo cordone ombelicale. Dopodiché, lo sanno tutti, scatterà inevitabilmente il referendum sull’indipendenza.

«Noi rispettiamo l’autodeterminazione dei popoli», risponde Steen Ryd Larsen, capo della segreteria nordatlantica del primo ministro danese, raggiunto a Copenhagen per telefono.

«Ma una volta indipendenti, saremo più felici?», s’interroga Lene Holm. Il suo capo, che pure non nasconde i rischi sociali di un cambiamento troppo rapido, risponde di sì. «Il colonialismo buono non è mai esistito», taglia corto Aqqaluk Lynge, carismatico presidente della Conferenza circumpolare.

Nel frattempo, la storia della Groenlandia continua a scriversi da sola. «Sui ghiacciai si stanno formando fiumi sotterranei – dice Robert Corell, lo scienziato americano che presiede l’Arctic Climate Impact Assessment – e lo scioglimento ha superato i ritmi previsti due anni fa dall’Ipcc», l’autorità climatica dell’Onu. La Banca di Danimarca ha chiesto al pittore-agricoltore Niels Motzfeldt di disegnare il retro della moneta da 100 corone: c’è un orso polare che galleggia su un iceberg alla deriva.

«Il paradosso dell’Artico – rimarca Lene Holm – è che troveranno il petrolio, che verrà bruciato, alimenterà l’effetto-serra e il clima cambierà ancora di più». In mezzo a tante incertezze, c’è almeno la garanzia che – per gli inuit di Groenlandia – la vita cambierà più in questo secolo, che nei quattro millenni e mezzo della sua gelida storia.


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