Gardini, i giorni del silenzio

L’ultima settimana dell’ultimo imperatore di Ravenna



Il Sole 24 Ore, 22 luglio 2003

di Marco Magrini

da Ravenna

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ia Romolo Gessi si prepara a diventare via Raul Gardini. Non domani, che ricorre il decimo anniversario della morte del più controverso imprenditore della storia italiana, ma fra qualche mese. «Non amo le ricorrenze — spiega Vidmer Mercatali, primo cittadino di Ravenna — ma so benissimo che questa città sente il desiderio di tributargli un omaggio».

Si vede che i sindaci hanno il polso delle città. Perché a Ravenna non si trova persona che non ricordi di quel manager col sorriso contagioso, che salutava tutti per strada e che esigeva di mantenere, nell’antica capitale dell’Impero Romano d’Occidente, la testa e il cuore del secondo gruppo industriale privato italiano. «Tutt’ora non crediamo che si sia ucciso — assicura Maria Teresa Grandi, proprietaria di un negozio di tessuti — perché mai s’è visto un uomo con altrettanta gioia di vivere». Più o meno lo stesso dicono l’edicolante, il negoziante di dischi, la tabaccaia, il custode del Comune. I quali non si sono ancora ripresi dallo stupore per la Caduta dei Ferruzzi, meno fragorosa di quella dell’Impero Romano per opera dei barbari, ma altrettanto carica di conseguenze.

A dieci anni esatti da quella tempesta che si è abbattuta su Ravenna, dopo intrighi familiari, disastri gestionali, controversie giudiziarie e rese dei conti in seno al potere economico, i due stupori dei ravennati equivalgono a due irrisolte domande: perché Gardini si è tolto la vita? Perché il gruppo Ferruzzi si è dissolto?

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UNEDÌ

Il 19 luglio del ’93 faceva caldo, caldissimo. Più che dal sole estivo, il clima del Paese era arroventato dall’inchiesta Mani Pulite, che campeggiava sulle prime pagine con un bollettino quotidiano di arresti e di indiscrezioni sugli interrogatori. «Gli avevo consigliato di starsene in Francia, a far sbollire le acque», racconta Silvio Fabbri, avvocato e amico di antica data. Ma dopo due o tre giorni di smanie in Costa Azzurra, Gardini torna a Milano. «Mi disse che non gli piaceva fare la figura del fuggiasco». All’apertura di Piazza Affari, i titoli Ferruzzi vanno a picco: il giorno prima, l’ex presidente Montedison Giuseppe Garofano aveva dichiarato che «il bilancio ’92 era falso». E Gardini, che pure era stato cacciato ben prima dalla guida del gruppo — il 7 giugno del ’91, giorno del suo compleanno — aveva di che dolersene.

La cacciata gli era parsa un affronto impensabile, a lui che aveva preso le redini del gruppo alla scomparsa del suocero Serafino. Tantopiù che era arrivata in uno strano momento: otto mesi prima, dopo aver incassato 2.805 miliardi dallo scioglimento della joint venture Enimont, Gardini aveva lasciato — in un gesto di dissenso per la sconfitta impostagli — tutte le cariche del gruppo. Dopo qualche mese di riflessioni, era pronto a tornare al comando. Ma i cognati Arturo, Franca e Alessandra risposero: no, grazie. Rifiutarono una sua proposta di acquisto della Ferruzzi e liquidarono la sorella Idina, moglie di Raul, con 505 miliardi e un accordo: Raul avrebbe dovuto usare parte di quel denaro per sistemare il caso Berlini.

Pino Berlini era un ex dipendente Ferruzzi in Svizzera che, utilizzando prestiti del gruppo con una mano, con l’altra lo aveva finanziato (un sistema chiamato back-to-back) per coprire due incidenti dell’89: la soia (quando il Chicago Board of Trade impose alla Ferruzzi un bagno di sangue per via di controverse posizioni speculative) e Victoire (la compagnia francese che segretamente avrebbe dovuto unirsi a Fondiaria, poi attaccata da un’Opa di Suez che la Ferruzzi fronteggiò investendo nella Sci di Jean Marc Vernes). Gardini lo fece: rilevò da Berlini le azioni della Sci presso di lui parcheggiate. Poi comprò da Vernes la maggioranza della la Sci, rimettendosi a fare l’imprenditore con la neonata Gardini Srl. Ma il suo sogno era uno solo: tornare ad avere la Ferruzzi.


Jeremy Kaufman

Gardini parla con i giornalisti italiani durante l'America's Cup a San Diego, 1992


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ARTEDÌ

Il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, a San Vittore per il caso Enimont, si è suicidato alle 9,40. «Lui rimase sconvolto — assicura Vanni Ballestrazzi, altro amico storico — così come rimase colpito due mesi prima dal suicidio dell’ex premier francese Pierre Bérégovoy, che conosceva bene: “Non so se avrei tutto quel coraggio”, mi disse». Nel pomeriggio, Gardini si incontra di nuovo con gli avvocati De Luca e Flick che gli confermano che Antonio Di Pietro non ha ancora accettato di incontrarlo per ascoltare le sue dichiarazioni spontanee. «Si sentiva impotente — racconta ancora Fabbri — e si lamentava: “Cosa posso provare? Chiedo a Sama i documenti, ma lui non me li dà”».

Carlo Sama, marito di Alessandra, era stato il delfino di Gardini, per poi prenderne il posto dopo il divorzio. A Ravenna, dove tutti lo conoscono dai tempi in cui gestiva un negozio d’arredamento in via Antica Zecca, ne parlano come di un moderno Iago, che ha pugnalato alle spalle il condottiero del Moro di Venezia. «Non ho dubbi — dice un ex manager del gruppo — che Sama abbia gestito il divorzio al fine di avvicinare la Ferruzzi alle sfere della politica. I politici che non avevano affatto lo sgarbo di Gardini, alla fine della vicenda Enimont». Ma i politici non godevano a loro volta della stima del troppo irruento Gardini.

Come testimonia un manoscritto reperito da «il Sole-24Ore» nell’88 Gardini aveva ricevuto da De Mita e da Occhetto — ovvero da maggioranza e opposizione — «sufficienti garanzie» sugli sgravi fiscali in seguito al conferimento delle attività chimiche di Montedison alla joint venture. Salvo poi scontrarsi per due volte con il nyet del Parlamento, che lui visse come un affronto intollerabile. A Roma non piacque il tentativo di Gardini di scalare Enimont, peraltro reso inutile dal sequestro delle azioni deciso dal giudice Diego Curtò (più tardi condannato per corruzione proprio per questo). E neppure la celebre sparata — «La chimica sono io» — con la quale si candidava al ruolo di deus ex machina di un settore che nell’89 dava lavoro a 177mila persone. Oggi sono 133mila.

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ERCOLEDÌ

Garofano torna al microfono dei magistrati. I telegiornali della sera già raccontano delle astruse operazioni back-to-back per tappare il buco della soia e anche dell’indefinita tangente Enimont. «Quando arrivai a Milano — racconta Paolo Passanti, ex socio di Serafino ed ex presidente degli industriali di Ravenna — trovai un Raul distrutto e confuso. Lo convinsi a telefonare ad Angelo Vianello, il suo marinaio, e di fargli preparare la barca per l’indomani, a Marina di Ravenna. Aveva paura del carcere e della figuraccia internazionale. Ma soprattutto sapeva che non avrebbe mai più riavuto la sua Ferruzzi. Mediobanca non voleva».

Raul Gardini ed Enrico Cuccia si rispettavano, ma non si amavano. All’indomani della scalata Montedison — già un tasto debole per via Filodrammatici, dopo il takeover di Mario Schimberni sulla Fondiaria — Mediobanca aveva messo sotto tutela il gruppo Ferruzzi. Con un documento di tre pagine datato 4 febbraio 1988, Gardini accettava di consultare Mediobanca su qualsivoglia mossa strategica in programma. Quando poi è arrivato alla scadenza, i due hanno litigato seriamente solo due volte: quando Gardini si è nominato presidente della Fondiaria rifiutando gli amministratori proposti da Cuccia, e quando Gardini ha venduto metà della Fondiaria a Camillo De Benedetti. Peccato che Mediobanca fosse la regina del gioco.

Poco prima dell’uscita di Gardini, la Ferruzzi aveva 19.061 miliardi di lire di indebitamento lordo (7.800 netti), Raul aveva in animo di vendere la Calcestruzzi e già aveva illustrato alla famiglia il piano di spostare il controllo del gruppo in Francia, diluirlo e intascare 700 miliardi. Nei due anni successivi il divorzio, la Calcestruzzi s’è messa a fare shopping in Grecia, il controllo è rimasto in Italia e i debiti sono saliti a quota 31.500 miliardi.

«Mi ricordo con orrore del giorno in cui i fax cominciarono a sputare decine di lettere», racconta un altro ex manager della Ferruzzi. «Erano le banche, che ci revocavano i fidi e chiedevano di rientrare dei debiti. In quelle condizioni, qualsiasi gruppo sarebbe saltato».

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A Palma di Maiorca con Juan Carlos di Spagna. Qui sopra, sul Moro. GLi originali di queste foto sono stati scattati da Carlo Borlenghi, fotografo ufficiale del Moro di Venezia.

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IOVEDÌ

Niente barca e niente Marina di Ravenna. Ormai è sicuro: il mandato d’arresto è pronto, sarà firmato domani. Gliel’hanno detto gli avvocati. Le sigarette vanno via una dopo l’altra, insieme alle memorie, forse agli sbagli mai ammessi, alle occasioni perse, ai tradimenti. Se uno s’è vestito della leggenda di spavaldo, capace di far la guerra tanto ai bompressi delle barche neozelandesi quanto ai poteri forti della Capitale, è perché sa di non poter tornare indietro, di non potersi mai rimangiare la parola. Gardini è scosso. Ma tranquillizza Idina e la incoraggia a tornare quella sera stessa a Ravenna, la capitale del suo mondo.

Ravenna, 1980. Quando il quarantasettenne Raul prese le sue redini, la Ferruzzi fatturava 3mila miliardi: l’80% col trading e il 20% con l’industria. Undici anni più tardi, dopo le acquisizioni Montedison (pagata 2.500 miliardi), Beghin Say, Cerestar, Lesieur, Koipe e Central Soya, fatturava 17mila miliardi: in Italia, Ravenna era seconda solo a Torino. Ma ormai la Ferruzzi non era più la stessa.

«Un giorno di maggio, due mesi prima della morte — narra Roberto Michetti, ex direttore generale della Gardini Srl — mi disse che la famiglia Ferruzzi gli aveva proposto di tornare. Gli chiesi se era contento e mi rispose: “Pensavo che sarebbero venuti prima”. Credo volesse dire che la situazione era troppo compromessa». Però ci provarono lo stesso.

Il 21 maggio al tramonto, Gardini, Sama, i Ferruzzi, Sergio Cragnotti e uno stuolo di consulenti si trovarono in corso Matteotti a Milano per l’atto finale. La proposta: un terzo per uno ai Ferruzzi, a Gardini (che apportava la sua Srl) e a Cragnotti (la C&P). Gardini la contesta. I Ferruzzi accettano di farsi da parte del tutto, salvo riaquisire una posizione se le cose andranno bene. Quando a notte fonda l’affare pareva concluso, Gardini aggiunge una condizione: l’appoggio o almeno la neutralità di Mediobanca. Cragnotti non è d’accordo. Ma Sama viene inviato all’indomani in via Filodrammatici.

Dopo una drammatica settimana di silenzio, un sabato mattina il presidente della Comit Luigi Fausti telefona a Gardini. E gli fa sapere che la risposta è no. La Ferruzzi viene commissariata di lì a poco, il 4 giugno, con l’atto di resa firmato da Sama che depone le armi ai piedi delle banche. «La grandissima parte di quei crediti — si difenderà 12 giorni dopo Gianni Zandano, presidente del San Paolo di Torino, la prima banca italiana creditrice — è stata erogata nei confronti di società operative dotate di cash flow positivo, ovvero in grado di onorare i propri impegni». Ma indietro non si torna. Mai.

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ENERDÌ

Fuori dalla finestra, in piazza Belgioioso a Milano, c’è un martello pneumatico in azione, con tutto il suo carico di decibel. Dopo aver letto i giornali, fatto doccia e colazione, Raul Gardini mette un muro fra sé e il mondo senza che nessuno oda la detonazione. Di sospetti ne corrono. Due anni più tardi il Tribunale accantona l’ipotesi di omicidio. I ravennati interpellati dal Sole-24 Ore storcono il naso. Idina, che nel frattempo si è rappacificata con i fratelli, ha fatto dichiarazioni altalenanti in proposito. Ma gli amici e i collaboratori più stretti non hanno dubbi sulla paternità di quel gesto.

Un gesto collegato alla dissoluzione del gruppo Ferruzzi, che nel frattempo è stato smembrato e venduto a pezzi: perfino Citigroup, primo creditore in assoluto, pur senza aderire al piano di salvataggio non ha perso una sola lira. Ma anche il gesto di un uomo che, per dirla in poche parole, detestava perdere. E che magari non se la sentiva di puntare il dito sul resto della famiglia Ferruzzi, come ha detto di recente il finanziere Sergio Cusani, la maggiore “vittima” del processo Enimont, che amico di Gardini non era.
Però quella del silenzio è una scelta dura, perché gli altri non ti capiranno mai. Quest’incredibile vicenda umana e familiare s’è presa uno spazio nella storia d’Italia, ma lasciando aperte piccole curiosità che potrebbero aiutare a scriverla.

Perché dal processo Enimont è stato stralciato il reato del giudice Curtò, che pure era rilevante? Perché Gardini era imputabile di corruzione, se il primo versamento della tangente Enimont è stato fatto tre settimane dopo il suo licenziamento? E se era implicato, cos’era davvero questa Enimont che s’è lasciata dietro tre suicidi? (C’è anche Sergio Castellari, funzionario delle Partecipazioni Statali). Perché le operazioni back-to-back sono state cancellate nel ’91 e poi riappaiono nel bilancio Montedison del ’92? E poi — concluderebbe l’uomo della strada — perché buttare la ricchezza al vento, in questo modo?

«Se la famiglia non si fosse spaccata — sospira Passanti, da buon ravennate — la Ferruzzi ci sarebbe ancora». Il quartier generale dell’impero sarebbe lì dov’era. Al numero 20 di via Romolo Gessi.

 

Questo articolo ha vinto il Premio Guidarello nel 2003.


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