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Finalmente una buona notizia

In Energia & Clima by Marco MagriniLeave a Comment

Finalmente una buona notizia. Per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite, i Paesi del mondo hanno firmato un trattato internazionale all’unanimità. Un’intesa globale di simili proporzioni poteva solo arrivare su un tema di natura ambientale – la drastica riduzione nell’emissione di gas dannosi per la vita sulla Terra – che è nel legittimo interesse di tutti gli abitanti del pianeta e delle generazioni a venire. «Il grado di flessibilità e determinazione esibito dalla comunità internazionale nel raggiungere questo compromesso – ha dichiarato il primo ministro inglese – è senza precedenti».

Peccato che sia una buona notizia di ventisette anni fa. È il settembre del 1987: il primo ministro si chiama Margaret Thatcher, alla Casa Bianca c’è Ronald Reagan e Giovanni Goria a Palazzo Chigi. Tutti i Paesi del mondo firmano il Protocollo di Montreal per mettere progressivamente al bando la produzione di clorofluorocarburi (CFC), sostanze chimiche che distruggono nella stratosfera la fascia dell’ozono, una molecola composta da tre atomi di ossigeno. È vero che nella troposfera, dove abitiamo noi, l’ozono è a tutti gli effetti una sostanza inquinante e indesiderata. Ma lassù, fra i 10 e i 50 chilometri più in alto, genera un risultato assai desiderato: fa da scudo alle frequenze più dannose della radiazione ultravioletta.

Che il Protocollo di Montreal sia stato un trionfo del multilateralismo, lo si apprezza bene a 27 anni di distanza. Secondo l’ultimo rapporto sul tema commissionato dall’Unep, il braccio ambientale dell’Onu, il cosiddetto «buco dell’ozono» sopra il Polo Sud ha smesso di allargarsi e sta dando segnali di recupero: si prevede che, a metà secolo, tornerà ai livelli del 1980. In soldoni, secondo il rapporto, «il Protocollo riuscirà a prevenire i due milioni di casi di tumore alla pelle all’anno che erano previsti per il 2030, a scongiurare danni agli occhi e al sistema immunitario, a proteggere gli animali e l’agricoltura».

Invece di una regola, Montreal è stato un’eccezione. In molti si erano aspettati di ripetere il successo dieci anni dopo quando nel 1997, alla firma del Protocollo di Kyoto, la comunità internazionale si prefigge un obiettivo del tutto simile: mettere un freno alle emissioni dei gas-serra che trattengono la radiazione infrarossa del pianeta – anidride carbonica, metano e protossido di azoto – trasformandolo giustappunto in una serra. Se possibile, la posta in gioco è ben più rilevante che con i CFC: si tratta di scongiurare un processo di riscaldamento climatico che, se lasciato andare, rischia di rendere inabitabili numerose aree del pianeta, di innalzare il livello del mare di molti metri cambiando la geografia. E quindi anche il corso della storia.

A 17 anni di distanza dalla sua firma, sappiamo bene che il Protocollo di Kyoto è stato un gigantesco flop: mai ratificato dagli Stati Uniti, di fatto applicato con convinzione solo in Europa, ha solo scalfito la concentrazione atmosferica di gas-serra. Come fra il dire e il fare, fra il Protocollo di Montreal e il Protocollo di Kyoto c’è di mezzo il mare.

Certo, fra i due c’è una differenza sostanziale. Un conto è cancellare le emissioni dei CFC, che servivano solo a far funzionare frigoriferi, condizionatori e bombolette spray; un conto diminuire le emissioni dei gas-serra che derivano dall’utilizzo dei combustibili fossili, facendo marciare tutte le auto, tutti gli aerei e tutte le fabbriche del mondo. Aggiungiamo pure che, ai tempi di Montreal, già si sapeva come rimpiazzare i clorofluorocarburi, mentre le tecnologie per sostituire i combustibili fossili – solare, eolica, ma anche nucleare – sono molto più costose del carbone o del petrolio.

Tuttavia, nei due casi colpisce la differenza di trattamento nei confronti della comunità scientifica. Quando gli scienziati misero in guardia il mondo sugli effetti collaterali dei CFC – una reazione chimica ai piani alti della stratosfera – tutti ci hanno subito creduto. Quando gli scienziati mettono in guardia contro il riscaldamento del pianeta – per effetto di un’inoppugnabile reazione fisica – c’è ancora qualcuno che giura seriamente di dubitarne. Questo dubbio, certamente instillato anche dalle lobby economiche dei combustibili fossili, è stato utile ai conservatori in seno al Congresso americano per boicottare Kyoto e tutti i successivi tentativi di migliorarlo.

«Il tempo a disposizione sta scadendo», ha detto il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, che proprio oggi ha convocato a New York un vertice sul clima. Il suo obiettivo è convincere gli Stati a prendere subito l’impegno di tagliare le emissioni di gas-serra, in modo da mettere tutto nero su bianco in un nuovo trattato internazionale, da firmare l’anno prossimo a Parigi.

Sarebbe una bella notizia.

Pubblicato su TuttoGreen, La Stampa, il xx 2014