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Ma quanto guadagna (online) un musicista?

In Mondo Digitale by Marco MagriniLeave a Comment

Quanto guadagna la famiglia reale della musica, Beyoncé e il marito Jay-Z, è scritto sui giornali. Insieme, nel 2013 hanno incassato 95 milioni di dollari. L’anno scorso hanno sorpassato i 100, ma ormai è difficile tenere traccia degli investimenti. Pochi giorni fa, Jay-Z ha annunciato in pompa magna che il sito musicale Aspiro, da lui comprato per 56 milioni di dollari, da oggi si chiama Tidal e offre a pagamento nuovi dischi e nuovi video degli artisti (nonché azionisti) da lui riuniti: gente come Madonna, Rihanna, Alicia Keys, i Coldplay e la stessa Beyoncé. In altre parole, i musicisti più pagati al mondo si fanno la loro etichetta discografica e il loro canale distributivo. Come se non bastasse, sarà il più caro sul mercato.

Ma quanto guadagna un musicista, oggi che la musica si è quasi completamente dematerializzata? Ora che il Cd è stato praticamente soppiantato dal download e dallo streaming, i conti tornano ancora? Un’interessante prospettiva la offre Information is Beautiful, il sito di David McCandless, un giornalista infografico inglese. In poche parole, la risposta è: no.

Nell’articolo «How Much Do Music Artists Earn Online?» – quanto guadagnano online i musicisti? – McCandless cerca di calcolare quanti download o quanti “play” in streaming ci vogliono affiché non musicista incassi la paga minima mensile in vigore in America: 1.260 dollari. E ne vengono fuori delle belle.

Se riesci ancora a vendere i dischi nei negozi, ne devi vendere 818 al mese. Su iTunes invece, devi riuscire a piazzarne 1.126. In verità però, sul mercato digitale un sacco di gente compra un brano alla volta: in questo caso, devi vendere 11.364 canzoni al mese. Sono tutte cifre che interessano un numero decisamente ristretto di artisti: ci sono stuoli di bravissimi jazzisti, di grandi interpreti classici e di band indipendenti che non raggiungeranno mai quei volumi di vendita. È assai verosimile che, quantomeno dal lato discografico (in questo calcolo non si includono i diritti d’autore e, ovviamente, neppure i concerti) la loro paga mensile sia ben inferiore ai minimi sindacali americani.

Però non c’è solo il download (scaricare un brano e possederlo): c’è anche lo streaming (un download in tempo reale, simile alla radio) che dopotutto sta facendo faville. Spotify, Deezer, iTunesRadio e altri, che offrono musica gratis con pubblicità o in abbonamento, sembrano essere la soluzione preferita dai grandi consumatori, i giovani. Ma quanto pagano un artista ogni volta che qualcuno ascolta una sua canzone?

Beh, Spotify ti dà 0,007 dollari. Sette millesimi che però spettano solo agli artisti senza un contratto discografico, quindi decisamente svantaggiati sul lato commerciale. Se sei un artista “vero”, con un contratto, bisogna remunerare anche la casa discografica, quindi ti spettano 0,0011 dollari. Ammettiamo che tu sia Rihanna: è assai facile che le tue canzoni vengano ascoltate oltre un miliardo di volte in un mese: fanno 110mila dollari. A tutti gli altri però, diciamo al 99,9%, arrivano pochi euro o pochi centesimi. Senza dimenticare che qui stiamo parlando di solisti: un quartetto, deve dividere per quattro.

Google Play è fra i più generosi: offre 0,0179 agli artisti senza contratto e 0,0073 a quelli con per ogni “play”. YouTube invece (di proprietà Google), secondo i dati di McCandless è il più avaro: 0,0018 ai primi, 0,0003 ai secondi.

Con l’invenzione del fonografo, Thomas Alva Edison aveva trasformato la vita di musicisti e compositori: i loro lavori potevano essere ascoltati a distanza di tempo e di spazio; e potevano potenzialmente renderli ricchi. Quando Philips e Sony hanno inventato il Cd, a metà anni 80, i consumi di musica registrata hanno toccato vette un tempo impensabili. Ma ormai la frittata era fatta: la musica digitalizzata, per definizione, si poteva replicare a costo zero. Napster e gli Mp3 sembravano la fine di tutto, l’èra dell’illegalità. Invece sono apparsi i mercati legali di download, e poi di streaming.

C’è qualcosa di strano, se i top artist si fanno la loro casa-discografica-piattaforma-digitale per guadagnare ancora di più (pur restando in attesa di vedere Tidal alla prova del mercato). Ma fa anche strano vedere bravissimi artisti che si affannano a vendere i loro Cd alla fine dei concerti, in un inedito – quanto dissonante – afflato commerciale. Però c’è da capirli. Secondo i dati di McCandless, se vogliono guadagnare quanto un apprendista meccanico del Tennessee, ogni mese devono venderne 105 copie.

 

Pubblicato il 3.4.15 su Eureka, un blog de L’Espresso

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