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L’inferno in Canadà

In Energia & Clima by Marco MagriniLeave a Comment

Sono ormai diciotto giorni che le fiamme si stanno mangiando la foresta boreale nella zona di Fort McMurray, nel cuore della provincia canadese dell’Alberta. Secondo le stime ufficiali, martedì scorso il rogo aveva già devastato 3.550 chilometri quadrati. Fort McMurray, con oltre 2.400 edifici distrutti, è una città fantasma dove l’aria è tre volte sopra la soglia dell’irrespirabilità. L’incendio si è spostato a nord, incenerendo alcune strutture dell’industria che negli ultimi 15 anni ha alimentato la crescita impetuosa della città, come solitamente accade con le corse all’oro.

In questo caso, si tratta di una corsa all’oro nero: l’economia locale si basa sui giganteschi depositi di sabbie bituminose che giacciono sotto le sponde del fiume Athabasca. Sono andato a Fort McMurray esattamente dieci anni fa (per scrivere questo articolo) e sono rimasto sbalordito dalla follia di quel business: tagliare la foresta boreale, scavare la terra in profondità, separare il bitume dalla sabbia usando grandi quantità di vapore (e quindi di acqua, riscaldata con l’energia del metano) per poi infine raffinarlo più volte e ricavare il petrolio. Davanti a quella devastazione su grande scala, ho avuto un’idea dell’inferno.

Eppure, non era paragonabile all’inferno che si è impadronito di questo paradiso naturale e che, proprio in questo istante, sta minacciando gli stabilimenti di Syncrude, Suncor e Shell, le principali aziende che scavano le sabbie bituminose. Non solo: nelle ultime ore il vento ha cambiato direzione e rischia di tornare verso Fort McMurray lungo un altro percorso. Le stime, fatalmente provvisorie, parlano di 9 miliardi di dollari di danni: è già il più costoso disastro della storia canadese.

Alquanto stupidamente, nei giorni scorsi un politico locale, Tom Moffat, ha twittato «Karmic #climatechange fire burns oilsands city», quasi che  il devastante incendio in corso fosse una giusta retribuzione per chi lavora nel business delle sabbie bituminose: loro sì, legittimamente accusate di contribuire al cambiamento climatico. Ma una domanda è lecito porsela: il riscaldamento del pianeta per effetto della combustione delle fonti energetiche fossili, può essere la causa di questo disastro in corso? Dopotutto, il rogo scoppiato il primo maggio scorso non avrebbe avuto le stesse sorti, se il suolo dell’Alberta non fosse stato così asciutto, se fosse piovuto (come di solito accade a quella latitudine) e se non fossero soffiati forti venti.

Ma la risposta è negativa. Non troverete un climatologo sano di mente che sia pronto a testimoniare l’esistenza di uno stretto rapporto di causa-effetto fra il climate change (un fenomeno di lungo periodo) e l’incendio di Fort McMurray (un fenomeno nel breve). In compenso, tutti i climatologi del mondo vi diranno che gli scorsi gennaio, febbraio, marzo e aprile sono stati i più caldi gennaio, febbraio, marzo e aprile nella storia della climatologia (circa 150 anni). Secondo la Nasa, negli ultimi 16 anni, la temperatura media planetaria ha battuto i record precedenti per 15 anni. A questo punto, è praticamente certo che il 2016 batterà per l’ennesima volta tutti i record.

Se nell’incendio in corso il karma non c’entra e la causa climatica è incerta, una cosa si può dire: che queste fiamme inarrestabili danno un’idea dell’inferno che potrebbe scoppiare nel nord del mondo per effetto di un riscaldamento climatico fuori controllo. Peraltro, non si tratta di un’idea nuova: era già stata anticipata da uno studio del 1998, proprio dedicato all’impatto del climate change sulle foreste boreali.

Impossibile dire quando si spegnerà il rogo nelle foreste dell’Alberta, che peraltro rischia di allargarsi alla confinante provincia dello Saskatchewan. I Canadair canadesi possono fare poco, di fronte a un evento di questa portata. Per domare l’inferno, c’è bisogno che la Natura – tramite la chimica e la fisica – produca le condizioni climatiche giuste. È una lezione nella lezione.