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La mamma di Internet parla alle macchine

In Mondo Digitale by Marco MagriniLeave a Comment

SAMANTHA
Qualcosa non va?
THEODORE
No, nulla.
SAMANTHA
Quel libro mi ha fatto pensare a te, capisci?
THEODORE
Sì, sì, certo. Benissimo.
SAMANTHA
Va bene, dalla voce mi sembri distratto… Ci sentiamo più tardi?
THEODORE
Sì, è meglio.
SAMANTHA
Okay, a dopo.
THEODORE
Ciao,
SAMANTHA
Ciaooo.

Internet, si sa, ha tanti padri. Ma la mamma è una sola e si chiama Darpa. È stata la Defense Advanced Research Projects Agency, braccio scientifico del Pentagono, a concepire, partorire e far crescere il network digitale che ha cambiato il corso della storia. Adesso però, l’agenzia vuole spingere l’evoluzione digitale un passo più avanti. Il passo più naturale che c’è: far parlare gli umani con le macchine.

Che la tastiera e il mouse fossero solo un passaggio transitorio, agli albori della preistoria digitale, l’hanno sempre detto tutti. Ma il quando, nessuno l’ha saputo predire. Solo il film «Her», che l’anno scorso ha vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale (scaricabile da qui), ha proiettato in un futuro decisamente prossimo un nuovo sistema operativo che Theodore (impersonato da Joaquin Phoenix) battezza Samantha. Lui ci parla a ogni ora del giorno della notte, fino a innamorarsene. La voce suadente e sensuale di Scarlett Johansson, mirabilmente sintetizzata dagli immaginari ingegneri software, gli dà una bella mano.

La Darpa non intende arrivare a tanto, anche perché mossa dalla sua poco romantica natura militare. L’obiettivo del programma CwC (Communicating with Computers) è quello di sviluppare macchine che pensano come gli esseri umani e, quindi, che comunicano come loro. «La comunicazione umana è così naturale che non ci accorgiamo di quanto lavoro cerebrale richieda», commenta Paul Cohen, il capo del programma Darpa. «Ma quando comunichi facendo altro, come dimostrano i numerosi incidenti di chi guida mentre scrive un Sms, ti accorgi di quanto sia complessa».

Dai primi vagiti di Internet a oggi, però, le cose sono cambiate. È assai difficile che il Pentagono raggiunga un simile traguardo tecnologico da solo. La capacità di calcolo, un tempo riservata a pochi, enormi computer, è ormai facilmente accessibile a chiunque, figurarsi alle multinazionali digitali o ai centri di ricerca universitari. Un sacco di gente ha cominciato a lavorare allo stesso obiettivo, ben prima di Darpa.

Due anni fa, Google ha comprato Deep Mind, una startup  composta da una ventina di esperti di intelligenza artificiale, per oltre 600 milioni di dollari.  Ma anche Facebook, Microsoft o Ibm stanno investendo pesantemente sullo sviluppo dell’intelligenza delle macchine. La Ibm, che proprio ieri ha aumentato il suo impegno nello sviluppo di Watson (il computer che ha battuto gli umani a «Jeopardy», un difficile gioco a quiz basato su analogie e giochi di parole), ha sviluppato True North, un microprocessore che imita il cervello umano con reti densamente connesse di transistor che simulano le connessioni delle cellule neuronali. E l’obiettivo è sempre lo stesso: superare il Test di Turing.

Proposto da Alan Turing (l’eroe del recente film «The imitation game»), il test consiste nel produrre una macchina con tali capacità sintattiche, linguistiche e di comprensione, che sia indistinguibile da un essere umano. Finora ci hanno provato in tanti, qualcuno ha annunciato di averlo superato, ma nessuno ce l’ha fatta. Però, non c’è dubbio, è solo questione di tempo.

Basta vedere com’è migliorato Google Translate, il servizio online di traduzione multilingua che, appena cinque o sei anni fa, faceva lettaralmente ridere. O meglio ancora, basta vedere le prime dimostrazioni  delsistema al quale sta lavorando Skype, per la traduzione simultanea durante una videochiamata, per capire che il computer che capisce e interagisce nella nostra lingua non è così lontano nel tempo.

Stavolta, dopo molte false partenze, il Test di Turing sarà superato e ci avvicineremo a quella “normale stranezza” inscenata sullo schermo da Phoenix e Johansson, così fidanzati da provare un’ibrida gelosia uomo-macchina. Anzi, a questo punto possiamo anche permetterci di azzardare una data: entro sette anni, nel 2022, un computer ingannerà un essere umano, facendogli credere di essere umano.

Basta che, se possibile, gli ingegneri software rimuovano l’algoritmo che ti fa innamorare.

 

Pubblicato il 5.3.15 su Eureka, un blog de L’Espresso

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