La fabbrica: mai più come una volta

In Frontiere by Marco MagriniLeave a Comment

C’è un curioso fenomeno che accomuna le grandi economie del mondo, i paesi con un’industrializzazione di lungo corso. I rispettivi governi, siano essi di sinistra o di destra, vengono accusati dalle rispettive opposizioni, conservatrici o progressiste, di non fare abbastanza per difendere i posti di lavoro. Ovvero per difendere la roccaforte dell’industria nazionale – universalmente considerata lo zoccolo duro dell’occupazione – dalla chiusura di fabbriche schiacciate dalla concorrenza, o dalla loro semplice emigrazione verso lidi dove il peso dei costi operativi, e magari del fisco, rende i margini di profitto accettabili.

Peccato che la globalizzazione non sia colpa di nessuno. L’idea di fermarla, o di farla retrocedere, è bizzarra come l’idea di fermare il vento con le mani.

Questo non vuol dire che il pendolo della Storia abbia abbandonato per sempre l’Occidente, in favore della Cina e, più avanti nel corso di questo secolo, dell’India. Vuol dire solo che nulla è più scontato: i salari delle classi medie che crescono perennemente, o il posto di lavoro garantito per la vita, sono cose di un mondo che non c’è più. Ma, sull’altro piatto della bilancia, c’è pur sempre un oceano di opportunità.

Breve periodo: il reshoring, la marea di ritorno. Tanto per dare un’idea, il peso delle attività manifatturiere sul totale del prodotto interno lordo è del 32% in Cina, del 15% in Europa (e anche in Italia, che pure ha perso due punti percentuali in un quinquennio) e del 13% in America. Certo, è uno scenario che sarebbe stato impensabile appena vent’anni fa, prima che la Repubblica Popolare si imponesse come nuova primadonna sul proscenio dell’economia mondiale. Ma nessuno si aspetta che il processo continui in questa direzione, fino a svuotare l’industria occidentale e trasferirla di sana pianta in Oriente. Anzi – complice l’aumento dei salari in Cina – la situazione si sta leggermente riequilibrando. E sottolineiamo: leggermente.

Sono almeno tre anni che negli Stati Uniti il cosiddetto reshoring – il reimpatrio delle attività produttive – ha dato segni di vita. Qualche centinaio di aziende americane di settori industriali diversi ha riportato a casa qualche produzione, e solo molto raramente l’intera attività produttiva. Anche i casi che fanno più notizia, sono evidentemente limitati: la Apple ha riportato in America la manifattura del suo Mac Pro, il computer di alta gamma, che però rappresenta meno dell’uno per cento del suo fatturato.

Il fenomeno è in corso anche in Europa. Inun recente rapporto di PwC (quella che si chiamava una volta PriceWaterhouse Coopers) intitolato «Fit for Business» e dedicato al difficile momento dell’Eurozona, quasi il 60% delle 384 imprese europee interpellate ha effettuato qualche operazione di reshoring, in particolare dall’Oriente, negli ultimi 12 mesi.

A incoraggiare questo rimpatrio industriale, c’è sicuramente l’aumento del costo del lavoro cinese, ma anche il bisogno di avvicinare la produzione (o qualche elemento chiave del prodotto finito) al cuore dell’azienda, per aiutare la logistica, e soprattutto per aumentare l’efficienza e la rapidità di reazione sul mercato. Le imprese americane però, hanno un convincente motivo in più: i bassi costi dell’energia in patria. La rivoluzione dello shale gas (il metano ricavato con l’invasiva tecnologia del fracking ) e dello shale oil (che ha riportato gli Usa sul podio di primo produttore di petrolio al mondo) ha sensibilmente abbassato i costi energetici per le aziende a stelle e strisce. Certo, sbilanciando la competizione industriale fra le due sponde dell’Atlantico. Ma senza che nessuna regola del gioco – il gioco della Globalizzazione – sia mai stata infranta: chi può contestare la geologia?

La solitaPwC, in un dossier pubblicato a marzo, stimava che il re-shoring abbia riportato 80mila posti di lavoro nell’industria americana. Così, tanto per sgombrare il campo dagli equivoci, è bene ricordare un dato: a fine 2000, gli addetti americani all’industria erano 17,3 milioni. A metà del 2014, erano 12,1 milioni. Tornare indietro – proprio come fermare il vento con le mani – sarà piuttosto difficile.

Medio periodo: cambia la definizione di “industria”. La verità è che anche il vecchio assioma industria-uguale-produzione, va rivisto. Secondo una recente indagine del governo inglese, nel Regno Unito il 39% delle piccole e medie imprese ricavano valore anche dai servizi connessi ai loro prodotti, contro il 24% di cinque anni fa. Qualcuno si è spinto addirittura a parlare di «ri-manifattura»: il servizio a supporto del prodotto che viene offerto al cliente dal giorno dell’acquisto alla fine della vita del prodotto, magari gestendone anche il riciclaggio. Il valore aggiunto cresce, ma diventa sempre più indefinita la distinzione fra prodotto e servizio, fra “secondario” e “terziario”. La stessa definizione di “industria” sta cambiando.

Le opportunità tecnologiche – in termini di posizionamento dei prodotti, di efficienza della produzione, di controllo della qualità – sono invisibili, o impercettibili, solo per chi non le vuol vedere. Tanto per dirne una, basta pensare alla tendenza tecnologica che si staglia ben definita all’orizzonte: il 2005 sarà l’anno in cui comincia la tanto attesa rivoluzione dell’internet of things, l’ internet delle cose . In altre parole, gli oggetti e i prodotti della vita quotidiana si preparano a misurare, controllare e in qualche caso decidere per conto nostro, mentre si parlano l’un l’altro, da soli. Molto spesso, dialogano con gli smartphone stilando consigli sull’alimentazione, aprendo la porta del garage, accendendo le luci in salotto, regolando il termostato, controllando la pressione sanguigna. A pensarci bene, è un’altra ondata della digitalizzazione dell’economia, che rischia di mettere fuori mercato intere classi di prodotti – inclusi quelli fabbricati in Oriente a costi bassi – che non la cavalcano. E questo è solo uno degli esempi possibili.
Al che, sorge spontanea una domanda. È possibile che il re-shoring, da ruscello che è, possa un giorno diventare un fiume in piena grazie alla tecnologia?

La risposta è sì.

L’indizio più evidente di questa prospettiva sta nella manifattura additiva, meglio conosciuta come stampa in 3D , in tre dimensioni. Invece di imprimere un testo con tante piccole molecole d’inchiostro su un foglio di carta in 2D, questa dirompente tecnologia somma tante piccole molecole di materiali diversi uno strato sopra l’altro, fino a comporre un oggetto. Oggi come oggi, esistono stampanti da poche centinaia di euro per produrre a casa semplici oggetti di plastica, il cui disegno è scaricato dall’internet. Ma anche casi di applicazioni industriali importanti: la General Electric ha già cominciato a produrre pezzi di aereo con la stampa in 3D e adesso sta pensando di usarla anche per le turbine dei motori.

Anche questo, a pensarci bene, contribuisce a modificare il concetto di industria. Proprio come (in prospettiva) la casalinga si stamperà a casa una nuova manopola della lavatrice dopo aver scaricato il disegno dal sito, che so, della Electrolux, una piccola azienda potrà stamparsi a casa pezzi che doveva far arrivare, che so, da Taiwan.
Ma affinché il re-shoring diventi un fiume in piena, è sufficiente che l’automazione rompa finalmente i suoi argini. Perché, diciamo la verità, finora i robot e la robotizzazione non sono stati all’altezza della fantascienza, neppure di quella dell’Ottocento. Ma, in prospettiva, lo scenario è destinato a cambiare.

Lungo periodo: mani di titanio e intelligenza artificiale. L’apparentemente inarrestabile miniaturizzazione dei microchip sta rendendo possibili applicazioni un tempo impensabili. E i chip, insieme ai sensori digitali e alle tecnologie di comunicazione, sono sul punto di far debuttare seriamente i robot nelle nostre vite. E nelle nostre fabbriche.

Le macchine per l’automazione industriale stanno diventando sempre più intelligenti, più precise e sempre meno costose. C’è un milione e mezzo di robot in attività, nelle fabbriche del mondo. Secondo laInternational Federation of Robotics nel 2013 sono entrati in funzione 180mila nuovi robot specializzati in processi di manifattura e 200mila quest’anno.

Sappiamo dalla storia tecnologica che, ogni anno che passa, l’intelligenza e la precisione aumenteranno, mentre il prezzo diminuirà. Ma non siamo lontani dal punto in cui la robotizzazione può raggiungere il suo mercato di massa: le piccole e medie imprese. La rivista Manufacturing Global ha scritto che il recente sviluppo dei robot collaborativi, ovvero di supporto alle attività umane, avvicina i bisogni delle Pmi ai lidi della robotica: un po’ grazie alla maggiore precisione raggiunta, ma soprattutto grazie all’intelligenza artificiale che consente di “riprogrammare” la macchina facendole vedere fisicamente come si fa. «Vedremo sempre più spesso robot lavorare a fianco degli umani – dice Enrico Krog Iversen, amministratore delegato della Universal Robots di Odense, in Danimarca – e per questo puntiamo sul mercato delle piccole e medie imprese».

In un mondo dove la costruzione di un’iPad – icona dell’attuale èra tecnologica – si dice che richieda il passaggio di 324 paia di mani, la prospettiva di una robotizzazione “di massa” è quantomeno attesa (ma non temete: Foxconn, principale contractor di Apple, sta costruendo in Cina la fabbrica “più automatizzata” al mondo).

Quando gli assistenti meccanici diventeranno appena un po’ più sofisticati e appena un po’ meno costosi, l’argine avrà tracimato. Potrebbe davvero non avere più senso portare l’azienda lontano da casa: quantomeno per meri motivi di costi. Certo, gli sviluppi futuri della manifattura additiva in 3D, potrebbero incoraggiare a disseminare le fabbriche, invece che a concentrarle.

Chissà. Qui siamo nel più distante futuro e nessuno ha la fantomatica sfera di cristallo. Quel che è certo, è che l’impatto dell’èra tecnologica globale è appena cominciato. Una fetta di lavoro potrà anche tornare da Oriente verso Occidente ma, in prospettiva, due braccia meccaniche dotate di intelligenza artificiale saranno economicamente più attraenti delle braccia cinesi di dieci anni fa.

A quel punto, è assai facile che i governi, siano essi di sinistra o di destra, verranno accusati dalle rispettive opposizioni, conservatrici o progressiste, di non fare abbastanza per difendere i posti di lavoro.

 

Questo articolo è stato pubblicato su Toscana24

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