La corsa all’oro (nero) del Canada

Il gioco sporco delle sabbie bituminose



Il Sole 24 Ore, 21 giugno 2006

Testo e foto di Marco Magrini

Da FORT McMURRAY, Canada

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ave Sutter fa il minatore da una vita. Ha appena detto addio al Wyoming per trasferirsi in Canada, dove conta di diventare ricco grazie ai tesori nascosti sulle sponde di un grande fiume. George Wade, in Canada c’è sempre stato. Ma s’è lasciato alle spalle la fattoria di famiglia, attratto dal miraggio di una ricchezza più abbordabile. E Carolyn Slade, nata poverissima nelle terre lontane del Newfoundland, se non proprio l’opulenza ha trovato una nuova vita come vicesindaco di un villaggio dove la popolazione cresce di settimana in settimana. Anzi, giorno dopo giorno.

Sembrano storie di 110 anni fa. Esattamente nel 1896, sulle rive del Klondike, cominciava la più celebre delle corse all’oro: nel giro di pochi, fatui anni, decine di migliaia di disperati si precipitarono nella regione canadese dello Yukon per fare incetta di metallo giallo. Ma qui siamo mille chilometri più a Sud-Est. Al posto di badili e setacci, ci sono i Caterpillar 797, i trattori più grandi del mondo. Il fiume non si chiama Klondike, ma Athabasca. E l’oro non è giallo, ma nero. Nero come il bitume.

Le chiamano oil sands, sabbie petrolifere. Ma sarebbe meglio dire sabbie bituminose. Sotto un territorio di 140mila chilometri quadrati, lungo le sponde dell’Athabasca, si nascondono almeno 175 miliardi di barili di petrolio, una quantità non troppo distante dalle riserve saudite. Il guaio è che quel tesoro di idrocarburi è della varietà più pesante e, soprattutto, è mischiato alla terra. Il tesoro dell’Alberta, originato 110 milioni di anni fa e conosciuto dai tempi degli indiani Cree che lo usavano per impermeabilizzare le canoe, da una ventina d’anni è estratto su scala industriale da due aziende-pioniere: Suncor e Syncrude. «Ma da quando il prezzo del petrolio ha sfondato i 50 dollari — riassume Sutter, 45 anni e il fisique-du-rôle di un attore — le oil sands sono finite nel radar delle grandi compagnie petrolifere».

ExxonMobil e Shell ci avevano pensato da tempo; Total e Chevron si sono convertite da poco. I primi capitali cinesi sono già arrivati. E nell’area a Nord di Fort McMurray — quello che tecnicamente sarebbe un villaggio, ma che già ospita 68mila anime — si stanno per materializzare 86,7 miliardi di dollari di investimenti, nell’arco di dieci anni. I quali, potrebbero ulteriormente levitare se il prezzo del greggio resterà — come molti sospettano — alle stelle.

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PARADISO. Si dice che le sponde del fiume Athabasca contengano più idrocarburi dell'Arabia Saudita. Ma sotto forma di bitume.


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a corsa all’oro del ventunesimo secolo non è scoppiata all’improvviso. «Sono qui da cinque anni — racconta Wade, 45 anni anche lui ma portati male — e ho visto crescere tutto: il business, l’occupazione, la popolazione, i salari, gli affitti, la criminalità». «Adesso — spiega il vicesindaco Slade, che di mestiere gestisce due campi della Suncor dove vivono 3mila operai e minatori — dobbiamo riuscire a costruire abbastanza case, scuole, strade e ospedali per ospitare almeno altre 70mila persone, nel giro di soli dieci anni. Le società petrolifere fanno donazioni e offerte. Ma è l’Alberta che dovrebbe fare di più». La provincia canadese — fatalmente destinata a diventare la più ricca del Paese — negli ultimi cinque anni ha incassato sei miliardi di dollari dagli affitti dei terreni. «Nei prossimi cinque, qualora il prezzo del petrolio fosse a 40 dollari al barile — dice Glennon con calcolata prudenza — ne incasserà altri 83».


«Con l’obiettivo di produrre tre milioni di barili di petrolio al giorno, non si può che andare di corsa».Mike Glennon

Intanto, ci sono altri dieci giganteschi appezzamenti di terreno da affittare: il destino di Fort McMurray è segnato. Anche se, come ai tempi del Klondike, il destino non va sempre nella stessa direzione. Senza che nessuno se ne accorgesse, a metà marzo è successo qualcosa che forse un giorno entrerà nella storia: dentro all’oleodotto Spearhead, che un tempo faceva arrivare in Canada il petrolio texano pasando per l’Illinois, il greggio ha cambiato direzione di marcia. Adesso viaggia da Nord verso Sud.

Stamani pioviggina. Sarà forse per l’umidità, fatto sta che l’aria puzza di bitume: è un po’ come se l’olfatto facesse a pugni con la vista, in questo paradiso verde tappezzato di foresta boreale. «Puzza? Quale puzza?», ribattono stupiti il giornalaio, la cartolaia e anche Mike Glennon, direttore dell’Athabasca Regional Issues Group, l’associazione che si preoccupa dei problemi della crescita a Fort McMurray. Sarà perché non c’è neppure il tempo di respirare.

«Con l’obiettivo di produrre tre milioni di barili di petrolio al giorno, da qui a 2015 — osserva Glennon — non si può che andare di corsa». Non foss’altro perché, in partita, è scesa anche la diplomazia. Dopo che George W. Bush, nell’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione, ha promesso una crescente indipendenza energetica dal Medioriente, chi meglio dell’amico Canada può aiutare gli Stati Uniti?

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INFERNO. Lo stabilimento Syncrude a Fort McMurray. Per ricavare il bitume dalle sabbie dell'Athabasca la foresta viene rasa al suolo.

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er andare di corsa, nella nuova corsa all’oro, c’è bisogno di braccia, tante braccia. «Siamo tutti qui per i soldi», sogghigna Wade che però, con sole quattro ore di macchina, riesce a tornarsene a casa ogni due settimane. Per convincere altre braccia a mettere le mani nelle oil sands afflitte da una cronica scarsità di forza lavoro (in una terra dove d’inverno ci si può svegliare col termometro a -40) Syncrude, Suncor e le altre le stanno inventando di tutte.

La Canadian Natural Resources Ltd. (Cnrl), che sta costruendo un nuovo dormitorio capace di ospitare 3mila persone vicino al villaggio indiano di Fort McKay, si è dotata di un aeroporto privato per traghettare periodicamente a casa almeno un quarto della forza-lavoro. La Shell ha scelto di offrire ai dipendenti prestiti agevolati per mettere su casa e per far studiare i figli. E intanto Air Canada ha inaugurato un volo per il New Brunswick, la regione che esporta nell’Alberta più lavoratori, in quanto la più depressa del Paese. «Sono qui da due anni — dice sorridente Melissa Guignard, una ventenne del New Brunswick che lavora alla Suncor — e non ho alcuna intenzione di tornare indietro».

Ma Melissa è una mosca bianca. Certo, ci sono in giro più donne che ai tempi del Klondike, ma i problemi non sono dissimili. «Il guaio — lamenta Ross Tabalera, un giovanotto di origini filippine nato a Fort McMurray — è che c’è troppa competizione per troppe poche ragazze. Non so neppure se riuscirò a metter su famiglia». In effetti, se a competere ci sono migliaia di energumeni (come si conviene a una corsa all’oro), le cose si fanno oggettivamente difficili. «Tanto le donne non bastano mai», sogghigna Vaughn St. Louis, un omone che nella categoria degli energumeni ci rientra a pennello, dilagando in commenti impubblicabili. «Il problema — rincara la signora Slade — è che con l’immigrazione sono arrivate in città anche la cocaina e il crack».

Per soddisfare la dipendenza petrolifera del mondo però, a Fort McMurray succede di ben altro. Per estrarre il bitume dalla sabbia, bisogna usare il vapore. Così, Suncor, Syncrude e Albian — le uniche aziende che già producono — devono iniettare vapore nel terreno, usando acqua in abbondanza (tre barili per ogni barile di idrocarburi) e anche quantità copiose di metano per riscaldarla. Così, si separa la sabbia dal bitume che, per i fini energetici, è tutto sommato inutile. Allora conviene fare l’upgrading — primo passaggio verso la raffinazione — sia per aumentare il prezzo di vendita sul mercato, sia per trasportare meglio il combustibile, aggiungendo un ulteriore peso al già gravoso carico ambientale.

«Dal mese scorso — spiega Alain Moore, portavoce di Syncrude — abbiamo messo sul mercato un nuovo prodotto, battezzato Sweet premium, ancora più leggero e raffinato». Più o meno altrettanto stanno pensando di fare Shell, Cnrl e Total, che intanto corrono contro il tempo per costruire i nuovi, giganteschi impianti di estrazione e raffinazione. «Le aziende hanno promesso di restaurare la foresta boreale, dopo aver finito di scavare — commenta Fred MacDonald, un’anziano della tribù indiana di Fort McKay — ma dubito fortemente che le cose torneranno mai come una volta».

Tutto sta nella tecnologia. Solo negli anni ’30, è stato inventato il modo di estrarre il bitume dalla sabbia. Solo negli anni ’60, è stato possibile cominciare a metterlo in pratica. «Ma i problemi da risolvere — osserva Sutter, che si prepara ad assumere il comando di una squadra di cinquanta uomini — sono ancora enormi: più cresce la tecnologia, più petrolio sarà recuperabile». Eh sì, perché i geologi dell’Alberta ritengono che fra le sabbie maleodoranti di Fort McMurray ci siano ben di più dei 175 miliardi di barili di petrolio attualmente recuperabili: i più ottimisti, spingono le stime fino a 2.500 miliardi di barili. Roba da far impallidire i sauditi. E da far felici gli americani.
Estrarre il petrolio dalla terra dell’Athabasca è un’impresa ciclopica e costosissima: per passare dalla sabbia al bitume fino al petrolio, ci vogliono quasi 30 dollari a barile. Ma coi prezzi al Nymex che navigano intorno ai 70 dollari, la remota Fort McMurray pare destinata a diventare — suo malgrado — il centro del mondo.

Nel Klondike, la corsa all’oro durò appena tre anni, lasciandosi dietro effimere ricchezze e le memorie sbiadite di un’epopea lontana. La nuova corsa all’oro nero invece, ha tutta l’intenzione di dispensare fortune lungo l’intero arco del Ventunesimo secolo. Sarà certamente più civile di allora. Ma — a ben vedere — altrettanto famelica, spietata e brutale.


COS’E’ SUCCESSO NEL FRATTEMPO

Nel febbraio 2015, il presidente Barack Obama ha apposto un veto alla legge, già approvata dal Congresso, che autorizzava il raddoppio dell’oleodotto Keystone, costruito per trasportare il petrolio delle oil sands canadesi in America.

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