Il Codice digitale e altre parole magiche

DI MARCO MAGRINI

«Digitale». Quasi una parola magica. Negli ultimi dieci anni, è praticamente diventata sinonimo di «novità». O, se volete, si è trasformata in un potente suffisso per il marketing di qualsivoglia prodotto. In un paradigma della modernità. Eppure - con buona pace dei francesi, che dicono numérique per l'ossessione di non scimmiottare l'inglese - deriva semplicemente dal latino digitus, dita. Ovvero dal primordiale strumento usato dagli esseri umani per il calcolo.

La prima calcolatrice digitale, grossa come un libro, apparve in Italia nella prima metà degli anni 70 e costava intorno alle 80mila lire: una fortuna, per quei tempi. Oggi, nei negozi di Radio Shack - popolare catena americana di elettricità ed elettronica - c'è in vendita una confezione con tre calcolatrici digitali, al prezzo di 6 dollari e 99 centesimi. Più o meno, è il costo di tre accendini usa e getta.

Ma dovreste vedere il resto. C'è la bussola digitale (quella con il vecchio ago non era più romantica?). C'è lo strumento digitale per misurare la pressione dei pneumatici. C'è il contapunti digitale per il golf e perfino il binocolo digitale per vedere dov'è finita la pallina. E si potrebbe andare avanti così per mezz'ora, fino a farsi venire una certa nostalgia per il mondo analogico che tramonta all'orizzonte.

Il quale però, sulle bancarelle americane, s'è preso una bella rivincita. In libreria, in barba ai presagi di sventura sui destini della carta, la nuova parola magica è "codice". Se le oltre 40 milioni di copie del «Codice Da Vinci» di Dan Brown paiono un successo di marketing senza precedenti, la quantità dei suoi epigoni sugli scaffali delle grandi librerie americane, come Borders o Barnes&Noble, è a dir poco inimmaginabile: anche perché (e per fortuna) ben difficilmente vedremo la loro traduzione in italiano.

Il numero esatto è praticamente incalcolabile. Ce ne sono almeno venti dal titolo pressoché identico: «Decifrare il codice», o giù di li, quasi tutti scritti per contestare le pseudo-rivelazioni storiche di Brown, i cui autori - a ridosso dell'uscita del film omonimo con Tom Hanks - sono ormai intervistati quotidianamente dalle tivù statunitensi. Poi ci sono le parodie: da «The Da Vinci Cod» (che vuol dire merluzzo), al «Michelangelo Code» da «The Asti spumante Code» al «Dick Cheney Code». Fino alle più bizzarre variazioni sul tema, del tipo: «The Diet Code», con il sottotitolo «I rivoluzionari segreti di Da Vinci per perdere peso». Oppure la «Fodor's guide to the Da Vinci code», ovvero dove dormire e mangiare quando si viaggia nei luoghi resi celebri dal libro più celebre del momento. Per non parlare di quelli che usano "codice" a sproposito, come «The Divine Code», col sottotitolo: «Risveglia i tuoi geni e scopri i tuoi talenti nascosti».

Secondo alcune stime, gli aspiranti emuli di Dan Brown hanno venduto in totale altri quattro milioni di copie, sacrificando così un bel numero di alberi analogici. Andrà avanti così ancora un po'. Fino alla scoperta della prossima parola magica.

01.06.06

disegno di Domenico Rosa
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