Leo

Belle parole, Leo

In Frontiere by Marco MagriniLeave a Comment

«Non diamo questo pianeta per scontato», ha detto poche ore fa Leonardo Di Caprio, ben sapendo che, se parli dal palcoscenico degli Academy Awards, il mondo intero ti ascolta. The Revenant, il film che gli ha tributato la prima statuetta della sua fulminante carriera, «parla del rapporto fra l’uomo e il mondo naturale che lo circonda», ha spiegato l’attore, che già da diversi anni si occupa della causa ambientalista.

«Abbiamo già visto che il 2015 è stato l’anno più caldo della storia. Nel girare questo film, ci siamo dovuti spingere nell’estremo sud del pianeta solo per trovare la neve. Il cambiamento climatico è una cosa reale, che sta accadendo proprio adesso. Si tratta della più grande minaccia alla nostra specie».

Il 42enne attore ha dedicato ai ringraziamenti di rito solo metà dei due minuti a sua disposizione, e l’altra metà al pianeta Terra. «Dobbiamo smettere di perdere tempo – ha aggiunto – e sostenere i leader del mondo che non stanno dalla parte delle multinazionali e degli inquinatori, ma dalla parte del genere umano, delle comunità indigene e dei figli dei nostri figli». Insomma, parole più interessanti dell’ennesima lista di amici, parenti e cineasti da ringraziare.

Poco prima, c’erano state anche le parole di Chris Rock. L’attore afroamericano, forse il più strepitoso stand-up comedian dell’America di oggi, ha aperto lo show con il tormentone hollywoodiano del momento: perché non c’è nessun artista di colore fra i nominati agli Oscar?

Non si tratta di una novità: in 88 anni di Academy Awards, è successo ben 71 volte. «Non c’erano nomination di attori neri negli anni ’60 – ha detto Rock – eppure la gente di colore non protestava. Perché? Beh, perché a quei tempi avevamo cose serie per cui protestare. Eravamo troppo occupati ad essere violentati e linciati, per interessarsi a chi aveva vinto il premio come miglior regista. Quando c’è tua nonna che pende da un albero, è davvero dura occuparsi di chi ha vinto per il miglior cortometraggio straniero». Mezzo secolo più tardi, si può anche ridere per queste parole. Però, come il climate change di Leo, sono l’amara verità.

Intanto, l’amara verità ha vinto l’Oscar per il miglior film. Spotlight, il bel film sugli scoop del Boston Globe che 15 anni fa rivelarono le responsabilità dell’Arcidiocesi di Boston nella copertura di un numero spaventoso di preti pedofili, ha rinfrescato il catalogo dei film dedicati alle gesta del giornalismo. Spotlight è una squadra di giornalisti investigativi (ma perché in Italia il film è stato tradotto «Il caso Spotlight»?) che dà il meglio di sé nello scovare fino in fondo la verità, per scomoda che sia, nell’interesse dei propri lettori e dei cittadini in generale. Peccato solo che la crisi dell’editoria mondiale abbia nel frattempo messo a rischio l’esistenza del giornalismo investigativo che, per definizione, richiede tanto tempo e tanto denaro.

Il pianeta non è più quello di una volta. Il razzismo non è più quello di una volta. Forse forse, nemmeno il giornalismo.

Pubblicato il 29.2.16 su Eureka, un blog de L’Espresso