E' lecito correggere la natura?

I quesiti referendari sulla legge 40 rilanciano dilemmi bioetici e religiosi, frutto di domande ancestrali ancora senza risposta. Solo una cosa è certa: il resto del mondo va in direzione opposta a quella dell'Italia. (da «il Sole-24Ore», 28 maggio 2005)

di MARCO MAGRINI

Quest'avventura comincia da lontano. Più o meno tre miliardi e mezzo di anni fa, quando — misteri del tempo e della storia — compare sul pianeta il Dna, il manuale della vita. È un manuale di poche pagine ma che già possiede una capacità straordinaria: quella di autoreplicarsi. Con il lento incedere di milioni e miliardi di repliche, il libro s'ingrossa, si modifica a colpi di errori e di aggiustamenti, fino a includere un capitolo a sorpresa: come costruire l'intelligenza e, soprattutto, la coscienza di sé. Il tutto usando la stessa materia che compone le stelle del firmamento: idrogeno, ossigeno, carbonio, azoto, fosforo e poco più.


Molto, ma molto tempo più tardi — per l'esattezza correva il 1953 d.C. — quegli atomi, organizzati sotto forma di homo sapiens eppure curiosamente ignari delle proprie origini, scoprono l'esistenza del manuale: tre miliardi di lettere tenute insieme da una doppia elica e ricopiate dentro a ogni cellula. Appena otto anni dopo (uno schiocco delle dita, in questa lunga avventura) un ricercatore all'Università di Bologna, Daniele Petrucci, riesce a fecondare un uovo umano in laboratorio e a farlo diventare un embrione, salvo poi lasciar perdere su invito del Vaticano. Nel 1973, in Australia, altri scienziati impiantano un embrione nell'utero di una donna. L'esperimento non va a buon fine, ma un lustro più tardi, nel 1978, nasce il primo bambino "in provetta".
Da allora sono venuti al mondo 500mila homines sapientes fecondati in vitro (circa uno ogni 20mila nati totali) senza che mai si sia placata la domanda: è lecito "costruire" la vita? È giusto, è accettabile generare un individuo capace di amare, di soffrire, di gioire, fuori dai metodi applicati con successo negli ultimi 3,5 miliardi di anni?


Gli antefatti dei referendum alle porte potrebbero anche essere raccontati così. Del resto, le questioni sollevate dalla discussa legge 40 del 2004, nonché dall'iniziativa popolare per abrogarla parzialmente, si traducono alla fine in un interrogativo: che cos'è la vita? E allora è bene dirlo subito: nessuno lo sa.
Il manuale della vita è stato aperto, letto e solo minimamente interpretato. L'origine comune di tutto ciò che è vita del pianeta è evidente: il libro vergato nelle nostre cellule porta i resti fossili del Dna di antenati remoti e, peraltro, è scritto nella stessa lingua di tutti gli altri esseri viventi. Le differenze genetiche tra un homo sapiens e un mus musculus (topo, in volgare) sono modeste, anche se gli effetti largamente apprezzabili. Eppure, non tutto torna. Nel manuale, composto da sole quattro lettere (le basi azotate A, C, G e T), è spiegato come mettere in sequenza 20 aminoacidi in modo da formare alcune centinaia di migliaia di proteine diverse, tutte con una funzione e quasi tutte indispensabili per la vita. Peccato che le proteine siano immensamente complesse e che la probabilità di crearle per puro caso risulti assai bassa. C'è chi l'ha calcolata: una su dieci alla quarantamillesima). «È come se un uragano soffiasse su una discarica di rottami — sintetizzò con humor tipicamente britannico l'astronomo Fred Hoyle — e assemblasse un Boeing 747 perfettamente funzionante».


Il referendum del 12 e 13 giugno porrà quattro questioni, redatte nel freddo linguaggio del legislatore. Che però si traducono nella più ancestrale delle domande sulle origini della vita. La stessa che ha messo in moto la scienza, e che ha acceso le religioni.
In più che estrema sintesi, le schede referendarie chiedono di revocare il nuovo status che la legge 40 ha assicurato all'embrione. L'embrione ha una privacy (è proibito sottoporlo ad analisi genetica prima dell'impianto) e ha personalità giuridica (è vietato parcheggiarlo nel congelatore). Fatto sta che, in quel flusso di tempo che va dall'incontro di un gamete maschile con un gamete femminile e che si dipana lungo il cammino impercettibile dallo zigote all'embrione, dal feto al nascituro, resta per ora impossibile stabilire dove cominci esattamente la vita.
Un altro, ormai antico referendum aveva confermato la legge che fissava la soglia ipotetica a tre mesi, limite massimo per l'interruzione volontaria della gravidanza. La legge 40 ha spostato le lancette indietro: di poche settimane, ma più che sufficienti a innescare la contesa.
In Italia, teatro di questo duello bioetico ingaggiato con il contributo della Chiesa, il dibattito si svolge entro i confini della par condicio di legge e si concluderà con la vittoria del sì o del no (anche se in realtà la partita si gioca tra il sì e l'astensione). Altrove — a parte il Costa Rica, dove la fecondazione in vitro è proibita dalla Costituzione — sono minoranze spesso esigue e trasversali (cattoliche, ma anche verdi) a contestare la presunta supremazia della scienza. E proprio qui sta il punto: il resto del mondo veleggia in direzione opposta a quella imboccata dall'Italia.

La nostra mente fatica a immaginare i tre miliardi e mezzo di anni che ci separano dagli antenati di tutta la vita del pianeta. C'è voluto un sacco di tempo, per arrivare alla coscienza di sé. Poi, in appena una manciata di secoli — decollo nel Cinquecento, crescita geometrica nel Novecento — la scienza ha trasformato il modo di vedere il macrocosmo che ci circonda. E anche il microcosmo che abbiamo dentro.
Ma non è finita qui.
Il pianeta globalizzato non comporta soltanto che le coppie sterili italiane stiano già volando nella vicina Spagna per concepire un figlio. Tutti i Paesi che hanno le risorse per investire in ricerca sanno qual è la posta, quel che c'è in gioco nel futuro prossimo: cellule staminali embrionali per riparare tessuti danneggiati; ingegneria genetica per correggere difetti ereditari; ovuli artificiali per consentire la gravidanza anche alle donne senza ovaie.
Certo che restano aperti i dilemmi bioetici e religiosi, legittimi e sacrosanti. Certo che molte amministrazioni impongono limiti e paletti alla ricerca. A cominciare da quella americana, che sotto la presidenza Bush ha interrotto i finanziamenti ai laboratori pubblici. Ma il recente annuncio di una équipe sudcoreana (coadiuvata da ricercatori statunitensi in trasferta obbligata) che ha scoperto come replicare le cellule staminali di un malato o di un ferito clonando embrioni prodotti col suo proprio Dna, potrebbe bastare a illustrare il fenomeno: Governi, Università e aziende di gran parte del globo stanno studiando con foga il libro della vita.
La presenza delle corporation multinazionali induce a ulteriori brividi, soprattutto quando si associa alla parola «brevetto». Però quest'avventura va anche osservata dall'alto, con gli occhiali della storia. Ad ascoltare le promesse dei divulgatori, quanto quelle delle menti più fini, in questo secolo il raccolto della semina scientifica avrà ancora una crescita esponenziale. Tra appena 30 o 40 anni, quando le generazioni saranno cambiate e i brevetti di oggi saranno scaduti, l'idea corrente della vita sarà un'altra. Non c'è bisogno della sfera di cristallo: basta pensare a quanto la scienza e la tecnologia abbiano influito sulle culture e sugli stili di vita degli ultimi quarant'anni.


Comunque vada questa consultazione referendaria, quelle domande ancestrali sulla vita resteranno senza una risposta condivisa. Altre donne italiane partoriranno comunque figli concepiti in provetta. Altre frontiere della ricerca verranno comunque aperte. E presto o tardi gli italiani — parlamentari o cittadini che siano — saranno ancora chiamati a esprimersi su cosa sia la vita, a colpi di leggi o referendum. Almeno fino a quando — chissà quando — il tempo e la storia non faranno cadere i loro misteri.

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