Democrazia sul palcoscenico
A New York è attiva da trent'anni un'orchestra senza direttore. I ventotto componenti della Orpheus si scelgono da soli il repertorio, si scambiano i ruoli, si autogestiscono. Un gioco di squadra che è diventato un modello di management. (da «Ventiquattro», agosto 2003)
di MARCO MAGRINI

Prove d’orchestra in un grande teatro americano.
ARTURO TOSCANINI (a un contrabbassista): «Lei! Sì, dico a lei: esca di qui e non si faccia più vedere».
In silenzio, il musicista impacchetta il suo strumento sotto gli sguardi imbarazzati dei colleghi.
CONTRABBASSISTA (uscendo): «Maestro, sa una cosa? Lei è un vero figlio di puttana».
TOSCANINI: «Troppo tardi per chiedere scusa!».

Laura Frautschi socchiude gli occhi. Poi reclina la testa e, nel momento in cui la riabbassa, dà un’arcata al violino e l’orchestra la segue nel primo, lieve accordo della sinfonia n. 3 di Charles Ives. Davanti a lei, non c’è nessun direttore con la bacchetta in mano, ma solo il pubblico della Carnegie Hall, il tempio newyorchese della musica, celebre per quel detto un po’ arrogante: if you haven’t played it, you haven’t made it. Se non hai suonato qui, non ce l’hai fatta. E Laura, che tiene lo strumento in mano dall’età di tre anni, ce l’ha fatta eccome. Oggi non si sta solo esibendo nell’auditorium intitolato al mitico collega Isaac Stern. Ma suona anche da primo violino in un’orchestra che ha deciso di fare a meno di tutti i Toscanini del mondo. Un’orchestra che ha rimpiazzato la tirannide del direttore con la democrazia rappresentativa. Un’orchestra che si chiama Orpheus, che sta di casa a New York, ha registrato più di sessanta dischi, ha vinto due Grammy e festeggia in questi giorni il suo trentesimo compleanno.
Quello del direttore d’orchestra è un mito ottocentesco, poi diventato leggenda nel Novecento. Ai tempi di Bach quasi non esisteva e ai tempi di Mozart s’incarnava di fatto nel compositore. Beethoven dirigeva se stesso e Mahler era prima conduttore che compositore. Delle interpretazioni di Stravinsky abbiamo le registrazioni e qualcuno sostiene che il genio russo non sia mai stato un maestro della bacchetta. Poi, anche grazie alla diffusione di massa della musica registrata, Herbert Von Karajan, Arturo Toscanini, Carlos Kleiber, Georges Prêtre o Claudio Abbado sono diventate icone mondiali dell’arte sinfonica, della sacralità sonora. E anche della tirannide. L’orchestra è un mezzo della «mia creazione», diceva Bruno Walter. «Dio mi dice come la musica va suonata — sentenziò il sanguigno Toscanini a un trombettista, durante una prova — peccato che lei ci si metta nel mezzo».
Quando il violoncellista Julian Fifer fonda la Orpheus Chamber Orchestra nel 1972 insieme a un manipolo di altri musicisti, ha in mente una specie di Liberazione: liberazione dalla schiavitù del direttore, ma anche la liberazione di nuove energie artistiche. «La Orpheus — dice Harvey Seifter, ex membro dell’orchestra — fu basata sin dal primo momento sulle abilità, gli ingegni e le passioni dei suoi membri, invece che sulla leadership monolitica di un direttore». In realtà, i gruppi di musica da camera, che possono essere di una decina di elementi o poco più, hanno sempre lavorato senza direttore, discutendo ed elaborando insieme le più piccole sfumature dell’interpretazione: tempo, dinamica, espressione, articolazione, bilanciamento del suono. L’invenzione della Orpheus è stata quella di allargare lo stesso concetto a un gruppo di ventotto elementi, pronto a ospitare, secondo le necessità della partitura, altri musicisti. Anch’essi invitati non a fare da gregari, ma da protagonisti. Come è successo a Laura Frautschi, giovane musicista della New York City Opera, lanciata sulla sedia di primo violino per guidare quella sinfonia in sol minore di Ives. «Un’esperienza fantastica — dice la Frautschi, che porta il cognome svizzero del padre e i lineamenti giapponesi della madre — perché senti la responsabilità della creazione: ne percepisci il rischio e cogli l’eccitazione della sfida. Un’esperienza che comincia ben prima di arrivare sul palcoscenico: comincia durante le prove».

«Ehi ragazzi, in questo adagio ci vuole più religione». Il fagottista Frank Morelli interrompe l’orchestra, per fare un’appunto alla sezione delle viole. Le prove sono state convocate nella Room 660 della St. Patrick Cathedral, un’imponente chiesa gotica vicina al fiume Hudson e quasi alle porte di Harlem: lo stesso edificio dove la Orpheus Chamber Orchestra ha affittato le tre stanze che le servono da quartier generale.
Quando Morelli parla di religione, non è per fare un sermone. Sta solo suggerendo alle viole di affrontare quella partitura del compositore brasiliano Hector Villa-Lobos con uno spirito diverso, forse con un po’ più di introspezione. Un consiglio lecito e accettato. Ma se si fosse azzardato a fare una cosa del genere durante le prove di una qualsiasi filarmonica, l’avrebbero guardato in cagnesco. Se avesse osato farlo alla presenza di un direttore, sarebbe stato preso per pazzo. Invece alla Orpheus si può. Anzi, si deve. Lo prescrive l’Orpheus Process®.
L’Orpheus Process è un marchio registrato perché contribuisce al fatturato del gruppo musicale, che ha un giro d’affari di quattro milioni di dollari l’anno. Lasciamo perdere le “dotazioni” versate dai soci sostenitori — aziende come Morgan Stanley o personaggi facoltosi come il banchiere Sanford Weill — secondo i canoni della filantropia americana. La fonte di ricavo numero uno dell’azienda-Orpheus è data ovviamente dai concerti alla Carnegie Hall (dove è una delle due orchestre “di casa”) e dalle tournée negli Stati Uniti e nel mondo. Ma, a sorpresa, la seconda non è rappresentata dai dischi, nonostante i ventotto artisti newyorchesi abbiano avuto uno dei più lunghi e prolifici contratti con la Deutsche Grammophon che la storia discografica ricordi. Una bella fetta del fatturato viene dalle lezioni di management.
Sono quasi cento, le imprese che sono andate a scuola dalla Orpheus. Scuola di democrazia, se volete, o scuola di collaborazione. Di risoluzione del conflitto. «Stiamo per partire per una tournée in Giappone e a Singapore — racconta il clarinettista Alan Kay — e abbiamo in programma ben quattro lezioni collettive». I manager di grandi aziende asiatiche sono deliziati dall’idea di assistere a una prova della Orpheus, dove musicisti di grande levatura si addentrano nelle pagine di compositori di tutti i tempi, dal barocco alla musica contemporanea, in un regime democratico dove i conflitti vengono risolti col dialogo, con la pazienza e — come ultima spiaggia — con il voto per alzata di mano. «L’interpretazione di ogni brano richiede di prendere molte decisioni — spiega Ronnie Bauch, il violinista che adesso svolge anche la funzione di top manager di Orpheus — e per questo motivo parliamo e proviamo molto: molte orchestre stabili con un direttore preparano un concerto in due giorni. Per questa esibizione alla Carnegie Hall, noi abbiamo fatto diciotto prove». Con questo entusiasmo di fondo, il ricorso alla votazione per dirimere le controversie è un’assoluta rarità: tutti i musicisti della Orpheus si sentono tutti direttori. «Non è vero che la nostra sia un’orchestra senza leadership — osserva Bausch — ha solo una leadership distribuita». Lui stesso è stato eletto, per l’incarico che ricopre. Così come Kay, che ha il compito di scegliere il repertorio (un’altra prerogativa dei direttori d’orchestra), ovviamente raccogliendo suggerimenti e pareri da tutti. O come i violoncellisti Melissa Meel e Eric Bartlett, che sono rispettivamente capo del personale e coordinatore artistico. Bartlett è anche primo violoncello della New York Philharmonic. Un dettaglio non trascurabile: tutti i membri della Orpheus lavorano in altre formazioni oppure insegnano in istituzioni del calibro della Juilliard o della Manhattan School of Music.
L’Orpheus Process è a sua volta studiato ad Harvard. È stato oggetto di due documentari televisivi. E Harvey Seifter, il musicista che aveva preceduto Bausch alla guida amministrativa di Orpheus, due anni fa ha pubblicato un libro, intitolato Leadership ensemble, su questo inedito incrocio fra musica e management. Un libro nel quale, con gli evidenti limiti di tutte le classificazioni, l’Orpheus Process viene riassunto in otto punti. Primo: metti il potere nelle mani di tutti. Secondo: incoraggia la responsabilità individuale. Terzo: fai in modo che i ruoli siano chiari. Quarto: condividi il potere e fallo girare. Quinto: incoraggia il lavoro di squadra. Sesto: impara ad ascoltare, impara a parlare. Settimo: cerca il consenso. Ottavo: dedicati con passione alla tua missione.
«È tutta una questione di marketing», taglia corto un musicista newyorchese che pretende l’anonimato. «Anche questa storia dell’orchestra senza direttore serve solo a fare marketing». Tuttavia, l’impressione che si ha assistendo alle prove della Orpheus Chamber Orchestra, è assai diversa. L’impressione è che questi signori professionisti si divertano un mondo. «In linea di massima — sintetizza Bartlett — quando lavori con un direttore hai un ruolo molto più passivo. Anche se tutti i membri di un’orchestra suonano molto bene, il livello di coinvolgimento emotivo è assai più modesto».
Qualunque musicista che abbia suonato ad alto livello, racconta delle emozioni vissute quella volta che incontrò un grande direttore. Magari un Kleiber, che quando provava la Traviata raccontava ai musicisti delle intime emozioni di Violetta (ovviamente assenti nel libretto), fino a farli commuovere. O magari un Giulini, che in molti giurano avesse il potere sovrannaturale di cambiare il suono all’orchestra, per il solo fatto che c’era lui, lì sul podio. Intanto, nella Room 660 di St. Patrick’s, quando l’orchestra rilegge l’adagio della Ciranda das sete notas di Villa-Lobos, le viole affrontano il passaggio con uno spirito diverso. C’è più religione.

Un raggiante Frank Morelli riprende il fiato come dopo una lunga corsa. Il pubblico della Carnegie Hall gli tributa un lungo applauso al termine della Ciranda per fagotto e orchestra. Se lo merita: per oltre un quarto d’ora, ha issato il suo difficile e poco celebrato strumento a una vetta di grande tecnica e raffinata interpretazione. Laura Frautschi è finita in terza fila e Ronnie Bauch ha fatto da primo violino. La ruota del destino gira veloce, fra i ranghi della Orpheus Chamber Orchestra. Al contrario, il destino della musica classica pare stabilmente segnato: i dischi vendono sempre meno e sempre di meno ne vengono prodotti. «Tanti anni fa — osserva Morelli — le grandi case discografiche producevano e promuovevano musica classica e jazz, perché li ritenevano fiori al loro occhiello. Oggi quei fiori non interessano più. In compenso, i discografici strapagano Mariah Carey pur di rescinderle il contratto dopo un flop clamoroso. C’è qualcosa che non torna».
Ora che il contratto con la Deutsche Grammophon è scaduto, i membri dell’orchestra stanno pensando a una soluzione alternativa: registrare, produrre e commercializzare dischi in proprio. Non sarebbe la prima volta che un arduo problema viene brillantemente risolto. A metà anni 90, ad esempio, la Orpheus si trovò a fronteggiare un grave interrogativo. I musicisti erano stanchi per le troppe tournée e, tramite un sondaggio, scoprirono che anche i newyorchesi amanti della musica credevano che Orpheus fosse una formazione tedesca: del resto, aveva tenuto più concerti in Germania che nella Big Apple. Così, Bauch venne fuori con un’idea: creare l’Orpheus Institute, una specie di think tank dove ripensare il modello di business dell’orchestra. Risultato: l’anno scorso, oltre metà dei concerti sono stati tenuti a New York.
Un po’ come quella volta che il cornista Bill Purvis sbagliò strada con la macchina e si trovò a 80 miglia di distanza dal luogo di un concerto: in poco più di un’ora, Morelli trascrisse la parte di corno francese della sinfonia 44 di Haydn e la suonò lui con il fagotto. Oppure quando l’orchestra si chiese se non fosse stato necessario ingaggiare un direttore, pur di riuscire ad eseguire la Short Symphony di Aaron Copland, ritmicamente troppo complessa: dopo attento studio, Bartlett registrò su dei nastri il tempo di un metronomo, diverso per ogni strumento. In quel modo, fu scongiurato il rischio di dover ospitare sul podio — seppur in una sola occasione— un “tiranno” della bacchetta.
La democrazia aveva vinto ancora una volta. Gli artisti della Orpheus Chamber Orchestra non hanno nessuno a cui chiedere scusa. Neppure a costo di doverlo mandare a quel paese.

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