I conti delle riserve petrolifere? Sono falsi

Colin Campbell (geologo ed ex petroliere) e Matt Simmons (consigliere di Bush per le politiche energetiche) esprimono forti dubbi sulla consistenza dei giacimenti Opec. Tutto cominciò nel 1985, quando il Kuwait si mise a giocare sporco... (da «il Sole-24Ore», 8 agosto 2004)

di MARCO MAGRINI

Matthew Simmons spera di avere torto. «Me lo auguro con tutto il cuore» dice al telefono, mentre è in vacanza nel Maine. Simmons è il fondatore della Simmons & Company, una banca d'investimento specializzata nel settore petrolifero con sede a Houston. Ed è stato in prima fila durante la campagna elettorale di George W. Bush, contribuendo a definire le strategie della Casa Bianca sul fronte dell'energia. Ma oggi è attanagliato da un cocente dubbio. «Dopo quattro anni di studi e di colloqui con i maggiori esperti del mondo — spiega — sono giunto alla conclusione che le riserve petrolifere dell'Arabia Saudita siano assai più modeste dei 262 miliardi di barili proclamati». Ma c'è di peggio. «Oggi sappiamo che l'Iran ha già superato il picco della sua produzione petrolifera. Il Kuwait c'è vicino. Se, come sospetto, pure l'Arabia Saudita non fosse lontana dalla fase di massima produzione, i problemi sarebbero ingenti».


Anche Colin Campbell spera di avere torto, ma da tempi più remoti. Geologo per Bp, Texas e Amoco e poi manager per Shenandoah Oil, Amoco e Fina, oggi ritiratosi in un paesino sulla costa occidentale dell'Irlanda, nel 1998 aveva pubblicato un articolo su «Scientific American», dove profetizzava che l'output mondiale di greggio avrebbe raggiunto il picco di lì a pochi anni. Per l'esattezza, nel 2005. «Le scoperte di nuovi giacimenti — racconta, anche lui al telefono — hanno raggiunto il massimo nel 1964. A partire dal 1981, il mondo ha cominciato a consumare più petrolio di quanto ne veniva scoperto. Nessuno può dire con esattezza quando si arriverà al picco della produzione, perché ce ne accorgeremo solo con il senno di poi». Eppure Campbell non tira indietro la mano che ha lanciato il sasso. «Credo ancora che il picco arriverà l'anno prossimo. O forse nel 2006».
Simmons e Campbell sperano di avere torto, perché le conseguenze di tutto questo sull'economia mondiale sarebbero tanto imprevedibili quanto disastrose. E il guaio è che non si tratta di due pareri isolati. Negli ultimi mesi, sugli scaffali delle librerie americane, sono apparsi cinque titoli dal seguente tenore: «La festa è finita», «La fine del petrolio», «L'imminente scarsità di petrolio». E ci sono voci come quella di Ali Bakhtiari, l'uomo che guida le strategie del Nioc, la compagnia petrolifera di Stato iraniana, che ha di recente detto ad «al-Jazeera» che «la stagione del petrolio a basso prezzo è finita. Non vedremo mai più il petrolio a 25 dollari al barile. É vero che oggi i prezzi sono sostenuti dalle vicende Irak e Yukos, ma rivelano soprattutto che ci sono problemi strutturali di produzione». «Basta vedere quel che è successo negli ultimi giorni», commenta Simmons. «L'Arabia Saudita assicura di essere pronta ad aumentare la produzione di greggio eppure i prezzi continuano a salire».
Attenzione: tutto questo non implica che il petrolio stia finendo. Vuol dire solo che a un certo punto — presto o tardi — la produzione di greggio smetterà di crescere, per poi appiattirsi e infine mettersi a calare. La domanda è: terribilmente presto — ovvero prima che il genere umano abbia trovato una fonte di energia più efficiente e meno costosa — o felicemente tardi?

Il picco della produzione petrolifera è anche chiamato «picco di Hubbert», dal nome del geologo M. King Hubbert che nel 1956 — quando era dipendente della Shell — profetizzò che l'estrazione del greggio americano avrebbe toccato i massimi nei primi anni 70 e che altrettanto sarebbe accaduto al greggio mondiale nel '95. La prima predizione si è rivelata esatta (nel 1971), la seconda no. Ma la natura non rinnovabile dei combustibili fossili lascia spazio a poche alternative. «Impossibile dire con certezza quando arriverà — osserva Campbell — ma arriverà. Se il picco fosse alle porte sarebbe una brutta notizia, ora che numerosi Paesi (Cina e India in testa) hanno bisogno del petrolio per sostenere la loro crescita economica» e quella del mondo intero. Le implicazioni per il prezzo del petrolio, qualora l'offerta eccedesse largamente la domanda, sono quelle immaginabili. Le conseguenze sull'economia mondiale invece, sono sinistre e inimmaginabili.
L'idea di base di Hubbert — che ai suoi tempi fu largamente derisa e che tutt'oggi ha i suoi detrattori — è che il tasso della produzione petrolifera è determinato dal tasso di scoperta di nuovi giacimenti. Sulla carta non ci sarebbe di che preoccuparsi: le compagnie petrolifere e gli Stati produttori non fanno che annunciare la scoperta di nuove risorse. «É dal 1964 che le nuove scoperte hanno cominciato a declinare», ricorda Campbell. Ma i guai sono ben altri. «Sono arrivato alla conclusione che le statistiche sulle riserve dei Paesi arabi siano completamente infondate», sentenzia Simmons. E poi spiega perché.
L'Arabia Saudita è il primo produttore e il primo esportatore del mondo. «Ha il 25% delle riserve globali ed è ritenuto l'unico che abbia qualche margine di manovra nell'aumentare la produzione giornaliera. Il guaio è che soli 6 o 7 giacimenti costituiscono oltre il 90% dell'output saudita. Tra questi c'è Ghawar, il più grande del mondo, che rappresenta da solo il 60% della produzione della Aramco, la società di Stato che gestisce il petrolio saudita». Secondo Simmons, Ghawar sta morendo.
Qui ci vorrebbero delle spiegazioni tecniche. Limitiamoci a dire che non tutti i giacimenti sono creati uguali: un conto sono i giacimenti «in pressione», un conto sono quelli dove estrarre il greggio può rivelarsi antieconomico, se non impossibile. «I sauditi — continua Simmons — sono stati bravissimi: dal 1951 a oggi hanno mantenuto a Ghawar una pressione costante. Come hanno fatto? Iniettando 7 milioni di barili di acqua salata al giorno nel lato settentrionale di Ghawar». Durante le sue lunghe ricerche, Simmons ha trovato documenti dove i tecnici della Aramco — a metà anni 80 — lanciavano l'allarme-sovraproduzione per Ghawar. «Oggi a Ghawar non esce solo il greggio. Esce anche l'acqua, tanta acqua », assicura Simmons. «I vertici della Aramco, interpellati, mi rispondono: "Si fidi di noi". Ma io non mi fido né di loro, né degli altri che forniscono al mercato dati sulle riserve gonfiati e non veritieri». Guarda caso, Vladimir Putin ha appena messo il segreto di Stato sulle riserve petrolifere della Russia, seconda produttice al mondo.

Ma perché mai l'Arabia dovrebbe gonfiare i dati sulle riserve? «Semplice: le regole dell'Opec prevedono che le quote di produzione degli Stati membri siano proporzionali alle riserve», risponde Campbell. «Tutto comincia nel '51, quando l'Iran espropria i pozzi della Bp e nazionalizza il petrolio, poi seguito dagli altri Stati mediorientali. I gruppi petroliferi si mettono allora a fare ricerca e trovano buoni giacimenti, in Alaska o nel Mare del Nord. Al che, i Paesi produttori decidono di raggrupparsi in un cartello, l'Opec, per difendere i loro interessi, con le regole che dicevo. Fin quando nell'85 il Kuwait alza improvvisamente le stime sulle sue riserve, presto seguito da tutti gli altri che non volevano perdere sulle quote», come si vede nella tabella qui sopra. «Le riserve dovrebbero rappresentare quel che resta, giusto? E perché fino a oggi sono solo aumentate, nonostante l'Arabia Saudita pompi da anni una media di 8 milioni di barili al giorno?», riprende Campbell. «Sono convinto — insiste Simmons — che quei dati siano finti».
Scusi Mr. Simmons, ma è per questo che Bush, appena arrivato alla Casa Bianca, ha annunciato l'intenzione di trivellare l'Alaska? «Le rispondo di sì. E le faccio notare che la politica energetica dell'amministrazione Bush è cambiata: oggi il presidente parla di energia rinnovabile, ma soprattutto di nucleare. Ho personalmente sollevato il problema a Washington e ne ho parlato durante un'audizione al Senato». Campbell invece è stato invitato il mese scorso a esprimere il suo parere a Londra, alla House of Commons. «In tutta questa vicenda — osserva ancora il banchiere texano — il guaio è che non possiamo avvistare il picco petrolifero in lontananza, guardando dal parabrezza dell'automobile. Lo vedremo solo dallo specchietto retrovisore».
Scusi Mr. Campbell, pochi mesi fa la Shell ha annunciato di aver sovrastimato le proprie riserve: è la stessa storia dell'Opec? «No, è l'esatto contrario», risponde. «Per anni, le compagnie hanno sottostimato le riserve per evitare brutte sorprese a Wall Street. Però hanno finito per prestare poca attenzione ai dati e, a forza di produrre, la situazione si è ribaltata senza che se ne accorgessero. Quando Exxon si è fusa con Mobil, Total con Fina e Texaco con Chevron, i numeri sulle riserve si sono annacquati. Ma non nel caso di Shell, che non si è maritata con nessuno».
Nel pianeta di petrolio ce n'è ancora tanto, ma bisogna vedere a quali costi è estraibile, dicono in coro il banchiere e il geologo. «Si potrebbe cercare nel Mar Rosso», suggerisce Simmons. «O nel deserto occidentale dell'Irak, ma ho qualche dubbio perché le ricerche in Siria, Giordania e in altre parti dell'Arabia Saudita non hanno dato risultati. Ma soprattutto bisogna fare subito due cose urgenti: investire sulle fonti alternative e rimodellare i consumi petroliferi verso il basso». Forse, si tratta di due idee da seguire anche qualora Simpson e Campbell non avessero ragione. «Mi secca fare la parte della Cassandra», dice Campbell nel congedarsi. «Un po' perché nessuno le credeva mai. Ma soprattutto perché aveva ragione».

Matt Simmons
Colin Campbell
Questa tabella mostra le consistenze delle riserve petrolifere dei Paesi Opec. In grigio sono segnalate le revisioni "sospette". Da notare che nella Zona Neutrale, gestita da Kuwait e Arabia Saudita, non è mai stata fatta nessuna revisione. «Forse è perché non conveniva a nessuno», commenta Campbell
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