Louise Barnett è di Cincinnati, nell'Ohio, e lavora da 13 anni per una multinazionale del settore alimentare. Da tempo voleva venire in Europa per una vacanza, ma stavolta ha accelerato i tempi. «Ho deciso di spendere un po' di miglia racconta mentre è a bordo di un volo da New York a Milano perché avevo paura di perderle». Una paura legittima. Molti non lo sanno, ma dopo il dollaro e l'euro vengono le miglia. I punti guadagnati dai passeggeri delle linee aeree di tutto il mondo con i programmi di fidelizzazione i cosiddetti frequent flyer programs sono diventati ormai una vera e propria valuta. Alcune stime su questa insolita "massa monetaria" formulate da «InsideFlyer», una rivista per i viaggiatori abituali, parlano di 7.800 miliardi di miglia in circolazione in tutto il mondo. «É difficile calcolare il valore in dollari spiega Randy Petersen, direttore di «InsideFlyer» perché, a seconda dei casi, ogni miglia può valere da uno a 7 centesimi. La convenzione è calcolare 2 centesimi a miglia». Ovvero 160 miliardi di dollari.
Quando, nel corso degli ultimi sei mesi, Delta, Us Airways e United hanno fatto appello al Chapter 11 della legge fallimentare per proteggersi dai creditori, hanno prontamente rassicuratato i clienti più affezionati: anche in caso di bancarotta, avrebbero onorato in qualche modo il pagamento delle miglia. Ma i viaggiatori come la signora Barnett che di miglia ne ha accumulate quasi 300mila, più che sufficienti per fare il giro del mondo in molto meno di 80 giorni hanno comunque paura di perdere il gruzzolo accumulato.
Una preoccupazione alimentata dalla guerra in Irak e dall'epidemia della Sars, che nelle ultime settimane hanno versato altra pioggia sul bagnato della crisi aeronautica: anche se in questi giorni la American sembra aver raggiunto un accordo con i dipendenti che potrebbe scongiurare il ricorso al Chapter 11, Delta e United restano in mezzo al guado, la Canadian ha annunciato di essere sull'orlo della bancarotta, mentre Cathay Pacific e Japan Airlines ridurranno drasticamente il personale.
Nessuna idea di marketing ha mai eguagliato il successo raggiunto dalle miglia, inventate nel 1981 proprio dalla American Airlines con il programma AAdvantage (quello che in casa Alitalia si chiama Millemiglia). Nove viaggiatori di business class su dieci hanno in tasca almeno una tessera di OneWorld, Sky Team o Star Alliance, i club partoriti dalle alleanze dei grandi vettori internazionali proprio per rendere più appetibile la collezione (e la spesa) delle miglia. Una collezione che, va sottolineato, si può alimentare anche senza mettere piede in aeroporto: negli ultimi anni, soprattutto in America, le aviolinee hanno iniziato a vendere miglia (giustappunto a due centesimi l'una) a catene alberghiere, autonoleggi e società di carte di credito, che poi le riusano per attrarre clienti.
Tuttavia, gli oltre 120 milioni di collezionisti anche lasciando da parte la crisi delle "banche centrali" che emettono questa curiosa valuta hanno qualche problema a spendere le miglia guadagnate: l'attuale record è di 23 milioni di miglia nel portafoglio di un solo viaggiatore. In primo luogo, perché le compagnie riservano su ogni volo solo una modesta quota di posti (dal 3 al 10% a seconda dei casi e delle stagioni) per coloro che viaggiano pagando in miglia. Non a caso, i viaggiatori non riescono a spendere quando guadagnano: nel 2001, su 1.600 miliardi di miglia raccolte ne sono state usate solo 400 (il che spiega l'enorme stock in circolazione). Qualcuno potrebbe ribattere: se è difficile da spendere, non è una valuta. Sbagliato. In un mercato enorme come quello americano ci sono websites come MilePoint.com o Aol Advantage che vendono crociere, prodotti di largo consumo o abbonamenti a giornali con un cambio (altamente sfavorevole) di miglia.
Ma i veri problemi sono altri. Il Fisco americano ha abbandonato l'idea di tassare le miglia, al contrario di quello tedesco. Tuttavia, il fatto che la Lufthansa abbia deciso di pagare il balzello pur di non scoraggiare la clientela d'affari, lascia capire l'interesse delle grandi compagnie per i frequent flyer programs (che non a caso sono aspramente bollati come concorrenza sleale dalle compagnie a basso costo). Il fatto più eclatante è accaduto di recente in Canada, dove un tribunale ha obbligato due manager dimissionari a restituire alle rispettive aziende le miglia che avevano accumulato durante i lunghi viaggi di lavoro in business class. Una sentenza che, inutile dirlo, non è piaciuta alle compagnie aeree. Ma neppure a qualche milione di viaggiatori business come Louise Barnett che, zitti zitti, si offrono un tuffo nella cultura del Vecchio Continente o nei mari esotici aprendo il loro bravo borsellino delle miglia.