Lettonia, un Paese in coro

Per ottenere l'indipendenza dall'Urss si misero a cantare nelle piazze, tutti quanti, giorno e notte. All'ultimo Festival della canzone, i cantanti erano 34mila. Non meraviaglia che l'Opera Nazionale di Riga sia diventata la nuova mèta dei melomani. Da Ventiquattro, gennaio 2004

di MARCO MAGRINI

Non è un’appello alle armi come la Marseillaise e neppure una chiamata all’unità sullo stile dell’Inno di Mameli. Non è una pretesa superiorità come Deutschland über alles o un tributo al sangue blu sulle corde di God save the Queen. Tutto il contrario, è una canzone di pace, di identità ancestrale, di orgoglio e di più che povere origini. «Dio, benedici la Lettonia — recita Dievs sveti Latviju, l’inno nazionale del Paese — nostro verde suolo natìo/ calpestato dagli eroi baltici/ E proteggila dal pericolo». Una richiesta legittima: negli ultimi sei secoli di storia, i lettoni — la cui unica colpa era quella di occupare un accesso strategico sul Mar Baltico — hanno gustato appena 44 anni d’indipendenza. L’ultima volta a partire dal 1991, quando centinaia di migliaia di persone si sono rovesciate in strada per chiedere la fine del sanguinoso e spietato dominio sovietico. Centinaia di migliaia che non urlavano, non picchiavano, non rompevano muri o altri simboli. Cantavano. Cantavano a squarciagola quell’inno intonato sottovoce per oltre quattro, terribili decenni fra le mura domestiche. [Clicca qui per ascoltare l'inno lettone].
«La mia carriera di cantante è iniziata in Siberia, quando avevo cinque anni», racconta col sorriso Arvids Luste, direttore del dipartimento canoro all’Accademia musicale di Riga. Un sorriso dolce, eppure segnato dall’incubo della deportazione. «Con mio padre, mia madre e mia sorella ci tenevamo per mano e cantavamo. Cantavamo per sopravvivere». Il repertorio del resto, non scarseggiava. Le dainas, le canzoni della tradizione popolare lettone — alcune vecchie di mille anni — sono un patrimonio artistico sterminato: una raccolta in otto volumi pubblicata all’inizio del ‘900 includeva 30mila melodie e 218mila testi che parlano d’amore e di guerra, delle foreste e dei mari, dell’estate e dell’inverno. «Sono l’essenza dell’eredità culturale lasciataci dai nostri antenati — ha scritto la signora Vaira Vike-Freiberga, presidente della ritrovata Repubblica — ai quali la storia ha negato altre tangibili forme di espressione». Questo popolo di due milioni e mezzo di anime, sterminato per un terzo dalla dominazione sovietica e oggi popolato per oltre un terzo dai figli della “russificazione”, ha la bellezza di 300 cori ufficiali. Due anni fa, durante la più recente edizione del Festival della Canzone, che va avanti da un secolo e mezzo con cadenza quadriennale, si sono esibiti molti più artisti che nell’intera storia di Sanremo. Se proprio lo volete sapere, erano 34mila.

Il baritono Egils Silins è giudicato — insieme alla soprano Inessa Galante — la voce più bella della Lettonia. Vive a Vienna, si esibisce in giro per il mondo, dal Metropolitan alla Scala. «Ma quando possibile torno a Riga, in questo teatro dell’Opera che è risorto», racconta seduto nel camerino, mentre la truccatrice gli toglie la lunga parrucca nera da Olandese Volante.
Richard Wagner era il direttore artistico dell’Opera di Riga. Una mattina del 1839, ben prima dell’alba, uscì furtivamente di casa con la moglie e il cane Robber, per raggiungere l’imbarcazione che l’avrebbe portato in quattro giorni a Londra, abbastanza lontano dai creditori che gli volevano far la pelle. Peccato che il Mar Baltico si mise dalla parte dei creditori: quel viaggio tempestoso — durante il quale il compositore tedesco rischiò più d’una volta la vita — finì per durare quattro settimane. Più che sufficienti per concepire l’idea del Fliegende Hollander, condannato dal Fato a vagare per gli oceani finché non avesse incontrato l’amore che, come si conviene ai drammi, non troverà mai.
Andrej Zagars è il direttore generale dell’Opera di Riga. Una mattina del 1996, ben dopo l’alba, ricevette una telefonata dal ministro della Cultura della Lettonia che invitava lui — attore di cinema ai tempi sovietici e ristoratore dopo l’indipendenza — a prendere le redini di un teatro allo sbando. «A dire il vero, non avevo una grande idea della lirica — ammette — ma sentivo che fare il manager era nella mia natura. Accettai». L’esito della storia si capisce quando, dopo gli applausi al cast dell’Olandese Volante, il direttore generale entra in scena per consegnare un premio a Silins e la platea esplode in un altro battimani fragoroso: poco più che quarantenne, Zagars è un mezzo eroe della cultura nazionale. Quando è salito al comando, ha ringraziato gli artisti più mediocri, rimpiazzandoli con nuove leve. Altrettanto ha fatto con il direttore d’orchestra e il direttore artistico. Ha diretto il processo creativo con produzioni originali, come un maestoso Flauto Magico o come il Don Giovanni messo in scena senza costumi, con abiti normali, quasi a mettere in risalto le asperità vocali della partitura. «Non abbiamo mai pensato ai Pavarotti — spiega il manager teatrale che del Don Giovanni ha il physique-du-rôle — ma solo a cercare talenti, se possibile fra i giovani». In tre anni, la percentuale dei posti occupati in sala è passata dal 63 all’85%, i fondi a disposizione sono triplicati (ma secondo Zagars devono ancora raddoppiare) e l’orchestra, il coro e il corpo di ballo di Riga vanno spesso in tournée all’estero. «Le produzione sono fresche, i cast solidi», scrive la critica Shirley Apthorp. «Non è Salisburgo e ci sono delle pecche, ma nell’insieme il livello è considerevole, così come il coraggio dell’approccio di Zagars».
Un approccio mica privo di intoppi. Come quella volta in cui lo Stato, che ogni anno versava all’Opera l’equivalente di 1,2 milioni di dollari, gliene chiese 1,3 a titolo di tasse arretrate. «O come quella volta che mi fu “amichevolmente” suggerito di non bere caffè fra le mura del teatro», ricorda Zagars di un tempo vicino che non c’è più. Ora, nel futuro c’è la terza edizione del Festival dell’Opera organizzato d’estate dal solito Zagars, che non sarà grandioso come il secolare Festival della Canzone, ma che porta a Riga — città incantevole ancora ai margini dei grandi flussi turistici — un crescente numero di viaggiatori della lirica. E pensare che in vita sua Zagars ha anche cantato. Non sui palcoscenici, ma nelle piazze. Era il 1991.

«Rivoluzione cantante», la chiamano. Nel gennaio di quell’anno, i lettoni circondano a turno i palazzi “sensibili” — radio, televisione, ministeri — sfidando le truppe sovietiche fortunatamente addolcite dalla perestroijka. «Giorno e notte eravamo per strada e cantavamo», rammenta Zagars. E quel gran cantare produce l’effetto di far dissolvere il pugno di Mosca sul Paese, come non era riuscito a fare un’altra volta. Era il giugno del 1940. In seguito allo scellerato patto Molotov-Von Ribbentrop (i ministri degli esteri dell’Unione Sovietica e del Terzo Reich che si spartirono le «aree di influenza» nel Nord Europa) l’Armata Rossa era già penetrata in città. Durante il Festival della Canzone, il presidente di una Lettonia libera da appena 22 anni lesse un discorso raggelante, vago come quello di un uomo che ha la pistola puntata alle tempie. Ma dopo alcuni secondi di drammatico silenzio, gli artisti e il pubblico cominciarono a intonare Dievs, sveti Latviju. Tre volte di fila. Le ultime tre volte ad alta voce.
«Per noi la canzone possiede un’enorme forza morale e spirituale», commenta Peteris Vasks, il più importante compositore lettone vivente. «Quando a cantare sono in molti, la canzone ha una forza incredibile». Ma in Lettonia, dove i giovani che guardano Mtv conoscono anche le melodie della tradizione popolare, questo è forse ancor più vero. In tutte le scuole si canta, e i ritrovi fra vecchi amici finiscono spesso in un coro. Probabilmente è perché le canzoni si tengono a memoria e non vanno nascoste come i libri proibiti dai regimi. Oppure è perché non c’è nulla di meglio di poche, solenni note per sentirsi di appartenere a un club o a una nazione. «Le nostre dolci figlie s’avvicinano — conclude Dievs, sveti Latviju — i nostri figli appaiono cantando/ Possa la fortuna sorridere qui. Benedetta sia la Lettonia». E, diciamolo, benedetta sia la forza — nascosta, eppure così evidente — della musica.

Egils Silins nei panni dell'Olandese Volante
Andrej Zagars è il direttore generale dell'Opera Nazionale della Lettonia
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