«Roger - gracchia la radio a bordo del Suv di Gibson, sintonizzata sul canale 10 - sono andati via. Scendono dalla strada di sudest».
«Sentito?», chiede Larry trionfante. «Seguono le mie mosse. Ci hanno visti, sanno che lei è qui».
La strada di sudest scende a rotta di collo verso la valle. L'orografia degli Appalachi è peculiare: una sequenza infinita di vette ripide, sui 900 metri in media, una accanto all'altra e tutte circondate da un corso d'acqua. In fondo alla strada, si gira per Sundial, dove c'è la Marsh Fork Elementary School, che sarebbe una scuola come tante, se non avesse - sulla vetta alle sue spalle - un deposito da 105 miliardi di litri di acqua sporca, usata per lavare il carbone estratto lì vicino. «La settimana scorsa siamo andati a protestare dal governatore, per questa scuola», racconta Gibson. «Mi hanno anche arrestato per mezza giornata».
Di gruppi ambientalisti che contestano la decapitazione delle montagne, ce ne sono almeno una decina. Fra questi, Appalachian Voices ha appena stretto un'intesa con Google per mostrare al mondo gli effetti del mountaintop removal tramite Google Earth, il celebre software per l'esplorazione planetaria. Un mese fa, una battaglia è stata vinta: un giudice ha bloccato i permessi per far saltare l'ennesima vetta. «Ma in appello non sarà facile spuntarla», dice una realista Mary Ann Hitt, direttrice di Appalachian Voices.
Grazie al carbone, il West Virginia autoproduce il 99% del proprio fabbisogno elettrico. I politici di Charleston, la capitale eppur governata dal democratico Joe Manchin, conoscono a menadito il contributo dell'industria mineraria all'economia locale: 40mila posti di lavoro, nello Stato che ha il più basso reddito medio per famiglia degli Stati Uniti, non sono uno scherzo. «E intanto, le imprese del carbone come Peabody Energy o Massey - dice Jeff Goodel, autore del libro Big Coal - distribuiscono fondi ai partiti fino al 5% del loro fatturato, una quota senza eguali»: neppure "Big Oil" - il club delle corporation petrolifere - riesce a fare altrettanto.
«Sentito?», chiede Gibson, all'uscita dall'unico, squallido ristorante rimasto a Wharton, un paesino ormai semideserto. «Quelli là ce l'avevano con me».
Quelli là sono quattro energumeni che fanno i minatori: fa poca meraviglia, che non apprezzino la sua maglietta fosforescente. Sono tutti «Friends of coal». Da queste parti, un sacco di case esibisce in giardino la scritta «Amici del carbone», una specie di partito che attraversa - e forse trafigge - l'anima del West Virginia. «Senza il carbone - recita con tono drammatico lo spot televisivo - la nostra nazione non potrebbe andare avanti. Quindi, se conoscete un minatore, ditegli grazie».
La storia dei Friends of Coal se l'è inventata Bill Raney, vulcanico presidente della West Virginia Coal Association. «Per noi - esordisce Raney, che dietro la scrivania tiene in mostra una foto di sé assieme a George W. Bush - è rassicurante che non ci siano alternative all'uso del carbone». A detta di Raney, quello del mountaintop removal è un falso problema: «Dopo aver scavato una montagna, la ricopriamo e la riportiamo verde. Inoltre, in alcune di quelle vette disabitate sono state costruite prigioni, fabbriche, scuole, perfino un aeroporto».
Guai a menzionargli Larry Gibson. Ma guai anche a parlare delle emissioni di anidride carbonica che vengono dall'uso del carbone: il doppio di qualsiasi altro combustibile fossile. «Il nostro settore è popolato da ambientalisti convinti, più di qualsiasi altro», ribatte con un certo afflato. «E poi, cosa succederebbe ai miei uomini? Come potrebbero sfamare le famiglie?».
I 18mila minatori dello Stato erano 16mila due anni fa, a testimonianza dell'accresciuta fame di argento nero (l'oro nero, si sa, è un'altra cosa). Ma erano ben oltre 40mila, prima che il Clear Air Act mettesse limiti all'uso del carbone con alti contenuti di zolfo, come quello che si trova nella metà settentrionale del West Virginia. L'eccellente antracite della metà meridionale - dove sorge Kayford - ha salvato almeno in parte i conti dello Stato. Per l'altra metà, ci ha pensato il turismo. Eppure, percorrendo queste strade incantevoli, la povertà dell'America povera si vede a occhio nudo.
Gibson mette la freccia a destra, fa venti metri e si ferma davanti a un ponte di legno semidistrutto, percorribile solo a piedi. Al di là, c'è la casetta di Richard e Maria Gunnoe. Piazzata proprio alla fine di una valle, l'anno scorso ha rischiato di venir travolta dal torrentello che scorre lì davanti. Per scoprire il perché, occorre salire lungo la costa della montagna, per circa un chilometro.
«I detriti prodotti dalla miniera a cielo aperto che sta qui dietro, sono stati riversati in mezzo alla valle», dice Richard Gunnoe puntando il dito sulla massa di terra che chiude la valle e seppellisce il torrente. «È bastata un po' di pioggia in più, per fare un disastro». A camminare sulla valle «restituita al verde» - come dicono le compagnie minerarie - si scopre che non è nient'altro che un ammasso di rocce, con un po' di terra e d'erba sopra: il tutto, trattenuto da una sottile (e quasi invisibile) rete di plastica verde. «Qui - assicura Richard - gli alberi non cresceranno mai più». Secondo gli ambientalisti, negli Appalachi sono state compromesse in questo modo 4.500 miglia di corsi d'acqua.
Con loro buona pace però, la decapitazione delle montagne non si fermerà. «L'America ha bisogno della nostra energia», sintetizza Raney. «Il futuro sta nelle tecnologie per il carbone pulito», rimarca.
A ben pensarci, il mondo ha fame di energia. Il carbone è energia compatta, tascabile. Ce n'è in abbondanza. E una tecnologia per catturare l'anidride carbonica e conservarla sottoterra - come le molte oggi allo studio - potrebbe rivelarsi una portentosa soluzione. Riporterebbe di moda anche il carbone che giace dimenticato nel nord di questa West Virginia, sedotta e abbandonata dalla fortuna.
«Eh?» grida Larry Gibson, certamente avverso a un'altra epopea dell'argento nero. «Non ho sentito».