Il carbone che decapita le montagne

Il carbone è il peggior combustibile fossile che ci sia. Ma nel West Virginia, per estrarlo, riescono a peggiorare la situazione: le cime degli Appalachi saltano con l'esplosivo.

(da «il Sole-24Ore», 3 giugno 2007)

di MARCO MAGRINI

KAYFORD, WEST VIRGINIA. Dal nostro inviato


D'improvviso la terra vibra. La casetta di legno si scuote, percettibilmente. Poi arriva il botto. Bu-uuum.
«Sentito?», grida Larry Gibson, unico abitante di quella montagna sugli Appalachi, l'infinita catena che origina nello Stato di New York e va giù giù fino al Mississippi, ma col cuore proprio qui, nel West Virginia. «A volte, quando esagerano con l'esplosivo, fra il terremoto e l'esplosione passano anche dieci secondi».
Di certo, esagera un po' anche lui. A 61 anni, va impunemente in giro con una maglietta giallo-fosforescente che proclama: «Siamo i difensori delle montagne. Volete unirvi a noi?». E il suo numero di telefono. Però c'è da capirlo.
Il suo incubo si chiama mountaintop removal, la rimozione della cima delle montagne. Prima tagliano gli alberi. Poi, a colpi d'esplosivo, rocce e terreni vengono fatti saltare in aria, fin quando non si arriva ai filoni di carbone, che vengono comodamente scavati dalle ruspe. Secondo le ultime stime, fra qui e il confinante Kentucky son già state mozzate 450 vette. «Ogni anno, solo nel West Virginia - lamenta Vernon Haltom, del Coal River Mountain Watch, un'associazione ambientalista - viene usato il potenziale esplosivo di 27 Hiroshima».

Le cime erano ancora tutte lì, quarant'anni fa, quando Gibson era un ragazzo e Kayford un villaggio di minatori. «Case tutte uguali, tutte di tre stanze: se avevi un figlio oppure sette, non faceva differenza», rammenta lui stesso di un mondo che non c'è più. Quando la miniera di carbone ha smesso di essere economica, Kayford non ha avuto più motivi d'esistere. Oggi, non è neppure un villaggio fantasma. Delle case, della chiesa, del cinema - tutti di legno, come si usa da queste parti - non c'è letteralmente più traccia, né a destra, né a sinistra della strada sterrata che sale su fino alla casetta di Gibson. Pare impossibile. «Le assicuro, qui era pieno di vita».

Kayford sembra l'epitaffio sulla tomba della civiltà del carbone. La memoria di un'era lontana, di quando Londra e Pittsburgh erano avvolte nello smog, di quando il West Virginia prometteva di dispensare ricchezze coi suoi infiniti giacimenti. E invece, siamo all'epicentro della sua rinascita.
«Ma vi rendete conto che l'America ha carbone a sufficienza per 250 milioni di anni?». Ovviamente, quando ha pronunciato queste parole, George W. Bush intendeva 250 anni. Eppure, più che sufficienti a fare degli Stati Uniti l'Arabia Saudita del carbone, con riserve stimate in quasi 300 miliardi di tonnellate, sparse in venti Stati, ma soprattutto (nell'ordine) in Wyoming, West Virginia, Kentucky e Pennsylvania. Ed è il carbone, che disseta - per oltre metà - la spaventosa sete americana di energia elettrica: 4,1 terawatt o, se preferite, 4.100 miliardi di chilowattora all'anno.

Salendo più su per la montagna, poco oltre la casetta dove Gibson vive in solitudine tutto l'anno, la vetta sparisce all'improvviso. Al suo posto, c'è una voragine che potrebbe contenere uno stadio olimpico. Fra nuvole di polvere alzate dal vento, s'intravedono tre camion giganteschi, un paio di ruspe, una decina di automobili e niente più. «In una miniera ci vogliono duecento uomini - sintetizza Gibson - qui ne bastano quindici. Al massimo diciotto». (continua sotto la foto)

INFERNO

La cima di Kayford fatta saltare a colpi di esplosivo

Foto panoramica di Marco Magrini

«Roger - gracchia la radio a bordo del Suv di Gibson, sintonizzata sul canale 10 - sono andati via. Scendono dalla strada di sudest».
«Sentito?», chiede Larry trionfante. «Seguono le mie mosse. Ci hanno visti, sanno che lei è qui».

La strada di sudest scende a rotta di collo verso la valle. L'orografia degli Appalachi è peculiare: una sequenza infinita di vette ripide, sui 900 metri in media, una accanto all'altra e tutte circondate da un corso d'acqua. In fondo alla strada, si gira per Sundial, dove c'è la Marsh Fork Elementary School, che sarebbe una scuola come tante, se non avesse - sulla vetta alle sue spalle - un deposito da 105 miliardi di litri di acqua sporca, usata per lavare il carbone estratto lì vicino. «La settimana scorsa siamo andati a protestare dal governatore, per questa scuola», racconta Gibson. «Mi hanno anche arrestato per mezza giornata».

Di gruppi ambientalisti che contestano la decapitazione delle montagne, ce ne sono almeno una decina. Fra questi, Appalachian Voices ha appena stretto un'intesa con Google per mostrare al mondo gli effetti del mountaintop removal tramite Google Earth, il celebre software per l'esplorazione planetaria. Un mese fa, una battaglia è stata vinta: un giudice ha bloccato i permessi per far saltare l'ennesima vetta. «Ma in appello non sarà facile spuntarla», dice una realista Mary Ann Hitt, direttrice di Appalachian Voices.

Grazie al carbone, il West Virginia autoproduce il 99% del proprio fabbisogno elettrico. I politici di Charleston, la capitale eppur governata dal democratico Joe Manchin, conoscono a menadito il contributo dell'industria mineraria all'economia locale: 40mila posti di lavoro, nello Stato che ha il più basso reddito medio per famiglia degli Stati Uniti, non sono uno scherzo. «E intanto, le imprese del carbone come Peabody Energy o Massey - dice Jeff Goodel, autore del libro Big Coal - distribuiscono fondi ai partiti fino al 5% del loro fatturato, una quota senza eguali»: neppure "Big Oil" - il club delle corporation petrolifere - riesce a fare altrettanto.

«Sentito?», chiede Gibson, all'uscita dall'unico, squallido ristorante rimasto a Wharton, un paesino ormai semideserto. «Quelli là ce l'avevano con me».

Quelli là sono quattro energumeni che fanno i minatori: fa poca meraviglia, che non apprezzino la sua maglietta fosforescente. Sono tutti «Friends of coal». Da queste parti, un sacco di case esibisce in giardino la scritta «Amici del carbone», una specie di partito che attraversa - e forse trafigge - l'anima del West Virginia. «Senza il carbone - recita con tono drammatico lo spot televisivo - la nostra nazione non potrebbe andare avanti. Quindi, se conoscete un minatore, ditegli grazie».

La storia dei Friends of Coal se l'è inventata Bill Raney, vulcanico presidente della West Virginia Coal Association. «Per noi - esordisce Raney, che dietro la scrivania tiene in mostra una foto di sé assieme a George W. Bush - è rassicurante che non ci siano alternative all'uso del carbone». A detta di Raney, quello del mountaintop removal è un falso problema: «Dopo aver scavato una montagna, la ricopriamo e la riportiamo verde. Inoltre, in alcune di quelle vette disabitate sono state costruite prigioni, fabbriche, scuole, perfino un aeroporto».
Guai a menzionargli Larry Gibson. Ma guai anche a parlare delle emissioni di anidride carbonica che vengono dall'uso del carbone: il doppio di qualsiasi altro combustibile fossile. «Il nostro settore è popolato da ambientalisti convinti, più di qualsiasi altro», ribatte con un certo afflato. «E poi, cosa succederebbe ai miei uomini? Come potrebbero sfamare le famiglie?».

I 18mila minatori dello Stato erano 16mila due anni fa, a testimonianza dell'accresciuta fame di argento nero (l'oro nero, si sa, è un'altra cosa). Ma erano ben oltre 40mila, prima che il Clear Air Act mettesse limiti all'uso del carbone con alti contenuti di zolfo, come quello che si trova nella metà settentrionale del West Virginia. L'eccellente antracite della metà meridionale - dove sorge Kayford - ha salvato almeno in parte i conti dello Stato. Per l'altra metà, ci ha pensato il turismo. Eppure, percorrendo queste strade incantevoli, la povertà dell'America povera si vede a occhio nudo.

Gibson mette la freccia a destra, fa venti metri e si ferma davanti a un ponte di legno semidistrutto, percorribile solo a piedi. Al di là, c'è la casetta di Richard e Maria Gunnoe. Piazzata proprio alla fine di una valle, l'anno scorso ha rischiato di venir travolta dal torrentello che scorre lì davanti. Per scoprire il perché, occorre salire lungo la costa della montagna, per circa un chilometro.

«I detriti prodotti dalla miniera a cielo aperto che sta qui dietro, sono stati riversati in mezzo alla valle», dice Richard Gunnoe puntando il dito sulla massa di terra che chiude la valle e seppellisce il torrente. «È bastata un po' di pioggia in più, per fare un disastro». A camminare sulla valle «restituita al verde» - come dicono le compagnie minerarie - si scopre che non è nient'altro che un ammasso di rocce, con un po' di terra e d'erba sopra: il tutto, trattenuto da una sottile (e quasi invisibile) rete di plastica verde. «Qui - assicura Richard - gli alberi non cresceranno mai più». Secondo gli ambientalisti, negli Appalachi sono state compromesse in questo modo 4.500 miglia di corsi d'acqua.

Con loro buona pace però, la decapitazione delle montagne non si fermerà. «L'America ha bisogno della nostra energia», sintetizza Raney. «Il futuro sta nelle tecnologie per il carbone pulito», rimarca.

A ben pensarci, il mondo ha fame di energia. Il carbone è energia compatta, tascabile. Ce n'è in abbondanza. E una tecnologia per catturare l'anidride carbonica e conservarla sottoterra - come le molte oggi allo studio - potrebbe rivelarsi una portentosa soluzione. Riporterebbe di moda anche il carbone che giace dimenticato nel nord di questa West Virginia, sedotta e abbandonata dalla fortuna.

«Eh?» grida Larry Gibson, certamente avverso a un'altra epopea dell'argento nero. «Non ho sentito».

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