Google e l'algoritmo della ricchezza
Il motore di ricerca più ricercato del mondo ha trasformato l'Internet. Spuntato dal nulla sotto le apparenze di un'attività di beneficienza, si è trasformato in una macchina da soldi. E pensare che è tutto nato da un algoritmo. (da «Ventiquattro», maggio 2003)
di MARCO MAGRINI

Tutti sanno che si può diventare ricchi scrivendo un buon libro, o la sceneggiatura di un buon film. Ma pochi sanno che si può raggiungere lo stesso scopo con un buon algoritmo. Qualsiasi matematico vi giurerà che una formula può essere esteticamente bella, stilisticamente geniale e magari anche appassionante. Ma Harry Potter è stato letto da milioni di persone e a centinaia di migliaia vedranno il Pinocchio sceneggiato dal duo Benigni-Cerami con la consulenza di un certo Carlo Collodi: quanti lettori, quanti spettatori può avere un algoritmo?
Mentre ancora studiava all’Università di Stanford, un giovanotto di nome Larry Page avvezzo a trascorrere le ore sul World Wide Web — un mondo digitale densamente popolato di algoritmi — si rende conto della scarsa efficienza dei cosiddetti motori di ricerca. L’Internet, il più grande deposito di informazioni mai realizzato nella storia dell’umanità, a quei tempi — il 1996 — cresceva al ritmo di 20 milioni di nuove pagine al mese: riuscire a catalogare tutto e a dargli una graduatoria, distinguendo le cose serie dalla spazzatura, sarebbe stata una bell’impresa.
Forse per la giovane età (24 anni), forse per l’influenza culturale dell’ateneo che fu uno dei teatri della rivolta studentesca americana, Page decide di risolvere il problema con un approccio democratico: non sarebbe stato lui a decidere quale website era più importante di un’altro, ma il Web stesso. Nel linguaggio Html, c’è un preciso codice per rimandare l’essere umano al di là del monitor, verso un altro sito: si chiama link, collegamento. Dunque, dopo aver catalogato e indicizzato tutte le parole contenute nell’Internet — come già faceva qualsiasi motore di ricerca — si poteva dare una gerarchia ai risultati sulla base di quei link, un po’ come se fossero dei “voti” che eleggono a maggioranza una determinata pagina. E siccome Page si chiamava Pagina di cognome, battezza il suo sistema con un vezzoso gioco di parole: PageRank.
Page Rank è basato su un algoritmo, che si può riassumere così: PR(A) = (1-d) + d [PR(T1)/C(T1) + ... + PR(Tn)/C(Tn)]. Una formula che agli appassionati del genere potrà forse apparire banalotta, specie se confrontata con certi algoritmi che al giorno d’oggi ci permettono di telefonare da ogni angolo del mondo, di guardare la televisione digitale o di saggiare l’atmosfera di Marte con un robot che pare un giocattolo. Eppure, è un algoritmo con centinaia di milioni di “spettatori” in tutto il mondo: è la formula magica di Google, il motore di ricerca che uomini e donne di cinque continenti usano come grimaldello per aprire il portone di Internet e attingere al suo pozzo sconfinato di informazioni. Ogni giorno, i 13mila personal computer di Google rispondono a 150 milioni di domande poste da decine di milioni di esseri umani, con tempi di reazione calcolati nei decimi di secondo. In America «to google» è ormai un verbo, che indica il compiere un’indagine su qualcuno — il manager che dobbiamo incontrare fra un’ora, o la ragazza conosciuta la sera prima al bar — fatta al computer in un batter d’occhio, come un tempo non riusciva a fare nemmeno la polizia. Peraltro, la polizia canadese ha di recente catturato un terrorista grazie a una ricerca su Google. Mentre la Cina ha da poco riaperto (parzialmente) l’accesso al sito californiano, dopo averlo bandito a lungo dagli orizzonti digitali dei cittadini della Repubblica Popolare. A volte, con gli algoritmi succedono cose incredibili.
Scrivo «Let it be lyrics» e in 0,12 secondi rileggo il testo di un classico di Lennon-McCartney. Scrivo «Tambroni governo» e in 0,16 secondi mi ricordo che il Carneade dei presidenti del Consiglio varcò la soglia di Palazzo Chigi il 25 marzo del 1960. Scrivo «algoritmi algebra origini» e scopro che prendono nome da Muhammad al-Khwarizmi, un matematico-astronomo dell’ottavo secolo che lavorava alla corte di Baghdad e aveva una profonda conoscenza dei numeri indiani.
Per chi avesse dubbi sul contributo della civiltà islamica al mondo contemporaneo, l’impegno di studioso e di scrittore di al-Khwarizmi è un fulgido esempio. Fino al Medioevo, i matematici occidentali avevano a che fare coi numeri latini, paurosamente inadatti tanto per il conto della spesa che per il calcolo infinitesimale. All’Europa, il mondo della matematica e dell’algebra si spalancò solo con le traduzioni dei testi di al-Khwarizmi dall’arabo al latino realizzate dall’inglese Robert of Chester, che aveva trovato i documenti in Spagna. «Haec algorismus ars praesens dicitur in qua talibus indorum fruimur bis quinque figuris 0987654321», si legge nella traduzione del testo di al-Khwarizmi. «Questa nuova arte è chiamata algoritmo, dove da questa doppia serie di cinque numeri 0987654321 degli indiani noi traiamo molto beneficio».
Ora, dire che Larry Page è ricco è forse esagerato. Dal suo algoritmo ha beneficiato in notorietà e in sicurezza per il futuro: insieme al cofondatore di Google, l’amico Sergey Brin, ha un bel pacco di azioni di una delle società più famose del mondo che — fatto straordinario, per l’Internet — è in utile dall’anno scorso. Non ha fatto in tempo a salire sul podio fatuo degli stramiliardari della New Economy: ma, di questo, Google ne fa un vezzo. «Non abbiamo nessun piano per la quotazione della società — dice Craig Silverstein, direttore tecnologico di Google e primo dipendente a libro paga dell’azienda — anche se, osservando la storia delle imprese tecnologiche, è facile immaginare che un giorno ci decideremo a fare quel passo».
I vezzi però, mica finiscono qui. Appena due anni fa, eserciti di amministratori delegati erano convinti che l’anima del web-business sarebbe stata la pubblicità. Oggi è un’idea talmente naïf che fa sorridere. Ma sin dalla nascita ufficiale di Google, il 7 settembre del 1998, Page e Brin — che avevano avviato la società coi soldi di Kleiner Perkins e Sequoia, le due più note case di venture capital di Palo Alto — si sono mossi controcorrente: la homepage di Google non ha mai esibito un briciolo di pubblicità. «Come in un ritornello — racconta Silverstein — tutti ci chiedevano: “E come diavolo sperate di fare soldi?”».
La risposta si trova nel quartier generale di Google (quello che i googlers, i dipendenti della società, chiamano abitualmente Googleplex), a Mountain View, a pochi chilometri da Palo Alto e dall’università di Stanford. È appesa fuori dall’ufficetto di quattro metri quadrati di Urs Hölzle, uno scienziato prestato all’industria, dove un circuito integrato esibisce due lucine verdi e dieci rosse che lampeggiano all’impazzata. «Quelle verdi si accendono ogni 100 nuovi utenti che si collegano a Google — spiega — e quelle rosse ogni cento transazioni economiche».
Se fate una ricerca su Tambroni, non v’imbatterete in alcuna pubblicità. Ma se cercate informazioni su Bach o sulla miopia, compariranno sul vostro monitor quattro annunci, peraltro molto discreti, di aziende che vendono dischi od occhiali: due in alto e due a lato. Ogni volta che un navigatore clicca su quel link, l’inserzionista sborsa a Google una variabile quantità di centesimi di dollaro. Variabile perché c’è un sistema automatico di competizione, una vera e propria asta con la quale oltre 10mila inserzionisti pubblicitari si giocano la posizione migliore sulla pagina di Google. Questo semplice sistema, che ha (in parte) consentito a Page e compagni di fare utili in un business dove tutti perdono, è, manco a dirlo, un algoritmo.
Originati in India, concepiti in Grecia, studiati in Arabia, tramandati in Europa, gli algoritmi sono alla base della logica dei calcolatori sin dal loro avvento, negli anni Trenta. Un algoritmo è semplicemente una procedura dove, dato un certo input, si arriva a un preciso risultato seguendo una serie di semplici instruzioni. Tutto qua. Si può dire che esistano anche nel nostro cervello: voglio telefonare, compongo il numero, sento il segnale di occupato, abbasso la cornetta, richiamerò. Ovvero: inizio funzione, richiesta di informazioni, risposta, ricezione, stato di attesa. In particolare, gli algoritmi sono la linfa vitale dei sistemi di cui il business-Internet ha più bisogno: i sistemi di criptaggio e di sicurezza.
Google al contrario, di mestiere fa il ficcanaso. Il sistema va a scandagliare abitualmente due miliardi di pagine web e indicizza — immagazzinandole — tutte le parole in 34 lingue, incluso il serbo, lo slovacco e lo sloveno. Poi PageRank riorganizza il tutto e serve le informazioni sul piatto della rivoluzione digitale. «Il Web si è decuplicato in cinque anni — spiega Hölzle — e qualcuno sostiene che le pagine siano quattro miliardi. Noi ci stiamo attrezzando e arriveremo presto a indicizzarne tre». La concorrenza fa altrettanto, ma è sparuta. Da quando ha aperto i battenti con 10mila interrogazioni in un giorno, Google ha letteralmente sbaragliato gli avversari come AltaVista o Ask Jeeves. È riuscita a fornire il proprio servizio di ricerca (seconda fonte di fatturato) a dei semiconcorrenti come Yahoo! o Aol, più ad altre centinaia di web-aziende di tutto il mondo. I rivali di oggi sono la norvegese AllTheWeb e la Vivìsimo di Pittsburgh ma, per loro, competere con la fama planetaria raggiunta da Google in soli quattro anni appare impossibile. «Quando un business funziona, hai sempre il fiato della concorrenza sul collo», sentenzia Silverstein. Guai a stare fermi.
Infatti nel Googleplex niente sta fermo. Brin arriva tutte le mattine con i pattini. Page è in giro per il mondo. Qualche googler si concede un pasto nella mensa dove c’è il cuoco che prima lavorava per un celebre gruppo rock, mentre qualcun altro gioca a biliardo accanto a una foto dell’ultimo pigiama-party aziendale. Qui, chi vuole può lavorare a tutte le ore, oppure suonare il piano a coda nell’ingresso. Da una porta s’intravede una riunione in corso: qualcuno prende appunti, una ragazza d’origine cinese sta allattando il figlio che avrà sì e no dieci giorni. Hölzle transita da una stanza all’altra seguito dal suo cane. Mai fermarsi.
L’ultima invenzione dei googlers si chiama Google News. Visto che PageRank scandaglia i siti di notizie a ritmo continuo, perché non compilare — aggiornandola ogni cinque o dieci minuti — una pagina web che rimanda ai singoli giornali online? Ne è nato un giornale vero e proprio, una sorta di compendio ragionato dell’attualità. Ma non ci sono redattori, segretarie o impaginatori, a Google News. C’è un algoritmo che fa tutto. Fa anche concorrenza al cliente Yahoo! che, di tutta risposta, ha fatto scomparire il logo di Google dal proprio sito: anche se al Googleplex minimizzano, la probabilità che si arrivi a una rottura del contratto sono molto, molto elevate.
Il nome Google viene da googol, un numero enorme — un uno seguito da cento zeri — che fu coniato per gioco da un matematico per simboleggiare una cifra smisurata. Non ci sarà mai un googol di pagine web, né un googol di centesimi di dollaro che fluiscono dalle tasche degli inserzionisti a quelle di Page e Brin. Forse solo un ipotetico googol di opportunità per chi è solito usare il cervello e aprire strade non battute da nessuno. «Credo che la ragione dei successi raggiunti fin qui — dice Page — dipenda dal fatto che, agli inizi, volevamo solo fare ricerca. L’idea di avviare un business non ci sfiorava neppure». Se ogni singola volta che ti affiora un’idea, sei programmato per rispondere in modo non convenzionale, c’è poco da fare: potrebbe essere un algoritmo anche quello.

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