DAL NOSTRO INVIATO
GINEVRA - Fra i clienti di Conrad Gerber c'è anche il Kuwait. «Il Governo mi ha chiesto di avere informazioni sulla produzione e l'esportazione di greggio dalla Zona Neutrale», racconta col sorriso di chi la sa lunga. Non si può certo dargli torto. Con l'intesa firmata nel 1971, il Kuwait gestisce la zona fifty-fifty con l'Arabia Saudita, incluse le annesse riserve petrolifere. Eppure Gerber, che non lavora sulle sponde del Golfo ma a Ginevra nel piccolo ufficio della Petro-Logistics, la società da lui fondata, si permette il lusso di vendere al governo kuwaitiano informazioni sulle sue proprie risorse di idrocarburi.
I dossier di Gerber che a volte possono raggiungere una cadenza quotidiana arrivano sulla posta elettronica e sui fax di fondi d'investimento, società di trading, banche, compagnie petrolifere («solo l'Eni non è mia cliente», lamenta), più agenzie internazionali, ministeri e governi. La Petro-Logistics non è un'autorità assoluta, ma tanto nel mondo opaco dell'oro nero un'autorità assoluta non esiste: anche i dati dell'Opec, dell'Iea, o del Dipartimento dell'energia americano si contraddicono allegramente gli uni con gli altri. «In definitiva ammette Gerber è la mia fortuna: se le informazioni sulla materia prima più importante del mondo abbondassero, e se fossero anche attendibili, il mio mestiere sarebbe finito».
Il proprietario della Petro-Logistics siede nel suo ufficetto sopra un supermercato, lungo una delle grandi arterie commerciali di Ginevra. I dipendenti non abbondano: una segretaria fissa e un'altra part-time, più un collaboratore a Londra. Un mistero che Gerber spiega con un altro mistero: «Le informazioni mi arrivano da alcune dozzine di agenti dislocati nei principali porti del mondo. Più altri informatori che stanno nei luoghi giusti». E poi mostra un tabulato dove ci sono scritte la data, il nome della nave-cisterna, la bandiera che batte, la provenienza, la destinazione e la quantità di petrolio che porta. «Non mi sfugge praticamente nulla giura Gerber i miei dati sono attendibili al 99 per cento». Ovviamente c'è chi dissente: «La Petro-Logistics dice Matt Simmons, presidente della Simmons & Company, una banca d'investimenti texana specializzata nel petrolio pubblica dati alla virgola quando tutti sanno che è impossibile ottenerne di precisi. I suoi maggiori concorrenti, Lloyd Marine Intelligence Unit e Clarkson, ammettono che i margini di errore sono nell'ordine del 20-25 per cento. E in compenso le sue fonti sono quantomeno oscure».
Ma è inutile chiedere a Gerber chi siano e dove siano i suoi 007. «Scherza? Non posso rivelare niente su di loro: in alcuni Paesi rischierebbero la vita. E in altri l'accusa di corruzione». Eh sì, perché Gerber assicura di avere il controllo non soltanto dei numeri delle spedizioni via mare, ma anche di quelli degli oleodotti. «Basta conoscere le persone giuste nei posti giusti», ammicca. E non sempre in cambio di denaro. «C'è chi preferisce un regalo per Natale. Un bell'orologio, ad esempio», ben sapendo che si corrono rischi. Gerber racconta di un suo agente nel Golfo Persico, che dodici anni fa è sparito nel nulla dopo la pubblicazione di un report sui flussi petroliferi di «un certo Paese», che preferisce non nominare.
La vicenda professionale di Conrad Gerber, che ai maggiori abbonati alla sua newsletter chiede oltre 5mila dollari al mese, la dice lunga sulla qualità delle informazioni che circolano sulla commodity che fa letteralmente girare il mondo. Una materia prima che "fattura" qualcosa come mille miliardi di dollari all'anno e i cui prezzi c'è chi dice destinati a non tornare mai più dov'erano vengono costruiti senza conoscere con certezza le dimensioni della domanda, dell'offerta, della produzione e delle esportazioni. Figurarsi le riserve, che risiedono fisicamente sotto la crosta terrestre e che lo stesso Simmons ritiene «largamente gonfiate». Anche le grandi società del petrolio non hanno un sicuro controllo delle proprie riserve, come ha dimostrato la Shell a inizio anno. Poi, come se non bastasse, i prezzi dipendono anche dal grande circo dei mercati a termine il principale è il Nymex di New York dove migliaia di trader ogni giorno comprano e vendono milioni di barili di greggio che mai vorrebbero possedere. Ormai i contratti speculativi hanno eclissato per numero i contratti commerciali, quelli veri, fatti per comprare e ritirare il petrolio contabilizzato di nascosto dalla Petro-Logistics.
Ma anche la storia personale di Gerber aggiunge dettagli interessanti allo scenario. Nato nello Zimbabwe quando ancora si chiamava Rhodesia, Conrad Gerber aveva mosso i primi passi nel mondo dell'oro nero già da giovane, quando lavorava come economista per il Governo. «A quei tempi il mio Paese viveva sotto la cappa di un embargo internazionale racconta e io gli ho dato una mano a recuperare un po' del petrolio di cui aveva bisogno. Sì, certo, si trattava di un'attività illegale, ma non avevamo scelta». Tecnicamente, lo chiamano contrabbando. Ma nel 1980, quando l'Onu revocò l'embargo, Gerber ebbe l'idea di sfruttare le conoscenze acquisite e l'opacità del microcosmo petrolifero, per mettersi in affari. Uno dei suoi primi soci fu Theodore Shackley, un agente in pensione della Cia che si era fatto un nome spiando Fidel Castro. «Il contrabbando però non è finito, glielo assicuro. L'epicentro è la Nigeria». Il che aggiunge oscurità al già oscuro orizzonte del greggio mondiale.
Gerber, che alle spalle della scrivania esibisce uno stemma della Rhodesia e il dipinto di un elefante nella savana, di geografia se n'intende. «I dati sul petrolio nel Mare del Nord sono noti a tutti, c'è trasparenza», commenta. «Ma quando si parla di Medioriente, di Africa occidentale e del nord, di Cina o di Russia, la trasparenza scompare. La stessa Opec non dice la verità». In queste settimane, ad esempio, si fa un gran parlare dell'aumento della produzione saudita, nel tentativo di allentare le tensioni sui prezzi. Ma Gerber mostra uno dei suoi report: «Vede? Ad agosto la produzione non è aumentata, nonostante le dichiarazioni. E il motivo è semplice: per l'Arabia Saudita produrre di più vuol dire attingere a un greggio molto pesante e più difficile da raffinare, che sul mercato non vuole nessuno». I dati Petro-Logistics qua e là diramati anche dalle agenzie di stampa contribuiscono a muovere il prezzo del greggio sui mercati future. L'anno scorso ad esempio, il prezzo si impennò quando Gerber annunciò che la produzione Opec di luglio era crollata rispetto al mese precedente.
«Gli Stati hanno i loro interessi strategici da tutelare sintetizza Gerber così come le grandi compagnie petrolifere hanno l'obbligo di compiacere Wall Street». Ecco perché tutti giocano a carte con il petrolio. Conrad Gerber non siede al tavolo verde: sta alle spalle dei giocatori e cerca di sbirciare cos'hanno in mano. Peccato solo che questa partita, giocata su una commodity che è la linfa vitale dell'economia globale, sia la più grande e drammatica partita a carte del pianeta.