DAL NOSTRO INVIATO
OXFORD - John Simpson fa lo stesso lavoro da quando ha lasciato l'università, 27 anni fa. E' il capocantiere di una gigantesca costruzione che richiederà almeno altri 20 o 25 anni, prima che venga portata a termine. «E' assai probabile che andrò in pensione senza vederne la fine», ammette con un sorriso che lascia trasparire un mix d'orgoglio e di frustrazione. Ed è facile comprenderne il perché. Simpson e la sua squadra devono restaurare da cima a fondo un "palazzo" ottocentesco alto venti piani e aggiungerne altri venti. Il tutto, senza l'aiuto di mezzi meccanici. Ma solo con la forza del pensiero.
John Simpson è il direttore dell'Oxford English Dictionary, la bibbia della lingua che non è la più parlata del mondo il mandarino gli oppone la forza della demografia ma la più universale. L'idioma che si è imposto come la lingua franca del pianeta globalizzato, il passepartout del mondo degli affari, della scienza e in qualche modo anche il "gergo" della musica e del cinema.
L'Oxford English Dictionary è nato nel 1879 e si è rapidamente imposto come l'autorità internazionale di una lingua trasportata dal vento della Storia, come un seme, in molti angoli remoti del pianeta dall'America del Nord all'Oceania, dai Caraibi al Sudafrica dove nei secoli si è ulteriormente adattata e modificata. «La seconda edizione è arrivata solo nel 1989 racconta Simpson più come integrazione del dizionario originale con i molti supplementi intervenuti negli anni. Oggi stiamo lavorando alla terza edizione, praticamente cominciando daccapo». I venti volumi con le loro 291mila voci (incluse le sottovoci) diventeranno, secondo le stime di Simpson, quaranta. E le parole e le espressioni esaminate, attualmente già levitate sopra quota 600mila, «diventeranno probabilmente un milione». Non fa dunque meraviglia che l'immane opera richieda altri due decenni.
La storia della bibbia dell'inglese pubblicata per i tipi della Oxford University Press lo conferma. Quando la "costruzione" della prima edizione iniziò nel 1879, James Murray, il lessicografo che sedeva sulla poltrona che oggi è di Simpson, s'immaginava che l'impresa avrebbe richiesto dieci anni. Dopo un lustro, Murray e colleghi erano appena arrivati alla voce ant, una parola piccola come il suo significato formica ma un po' troppo prematura, nell'ordine alfabetico, per intravedere il traguardo della zeta. La prima edizione venne completata nel 1929: dieci volumi invece dei quattro previsti. Ma Murray non fece in tempo a vederla.
L'Oxford Dictionary, racconta l'attuale chief editor, «copre l'evoluzione dell'inglese dalle origini ai giorni nostri, quindi un migliaio di anni di storia. Mille anni durante i quali la lingua, inizialmente di origine germanica, ha incorporato un grande numero di parole straniere: quelle francesi dopo la conquista normanna del 1066, ma anche latine e greche. Quindi l'inglese è una lingua spuria, in questo molto diversa dall'italiano, dal francese o dallo spagnolo». Secondo Simpson, già qui ci sono i semi che hanno fatto dell'inglese la lingua franca dell'ultimo secolo.
«Forse osserva se oggi l'inglese è dominante, dipende anche dalla reazione delle lingue più pure davanti alla sua apparente invasione: proprio perché il francese o l'italiano hanno subìto minori influenze esterne, c'è chi si è sentito in dovere di proteggerle». In Inghilterra non c'è un'Académie Française e neppure un'Accademia della Crusca (dove in questi giorni sta studiando la figlia di Simpson, sulle orme del padre). In compenso, c'è l'Oxford English Dictionary, che possiede un'analoga autorità. «Però il nostro mestiere non è quello di insegnare alla gente a usare la lingua: ci occupiamo solo di descrivere come è usata. Nel Settecento alcuni scrittori, fra i quali Alexander Pope e Jonathan Swift, cercarono di incoraggiare la nascita di un'accademia, ma senza successo».
Così, il mestiere di Simpson e del suo staff di 65 persone (più i corrispondenti dalle nazioni anglofone) è quello di registrare quel che accade entro gli incerti confini della favella più importante del mondo. Come quella volta che un musicista giamaicano fu interpellato per cercare di capire il significato di to skank, un verbo che vede implicato l'atto di ballare, ma intimamente connesso alla cultura rasta del suo Paese. «Venne qui a trovarmi racconta Simpson e si mise a danzare. Diceva di non avere un modo migliore per spiegarsi».
Com'è facile immaginare, al giorno d'oggi il maggiore impatto sull'evoluzione dell'inglese viene dall'America, il Paese che anche grazie alle nuove tecnologie e all'impatto dei mass media domina culturalmente il mondo più di quanto non siano riusciti a fare il Commonwealth e la Corona inglese. Ma cosa pensano a Oxford della lingua americana? Simpson ride. «Forse dà un po' fastidio il fatto che, tutte le volte che un personaggio inglese compare in un film americano, parla con un accento upper class che sembra una parodia. Ma anche noi ridiamo degli stereotipi americani: dalla pronuncia arrotata, fino alla velocità del loro linguaggio».
E quando sono i non-madrelingua a "cambiare" l'inglese? L'Oxford Dictionary taiene conto anche delle parole coniate all'estero che suonano inglesi senza esserlo? In Italia c'è chi dice footing per intendere jogging... «Ah sì? Non lo sapevo. Beh, noi in Inghilterra abbiamo l'espressione double entendre, che indica le parole con un possibile doppio significato. Sembra francese, eppure non lo è». Footing è presente nel Dictionary, ma non col significato di correre nei parchi. I veri problemi sono altri. «L'inglese commenta Simpson è una lingua difficile da parlare bene. In compenso, a parlarla male, è piuttosto semplice da imparare. Ho partecipato di recente a una riunione europea. Francesi e italiani parlavano in inglese e si capivano. Poi, quando parlavo io, non capivano granché, vista la mia maggiore varietà lessicale. Il risultato è che noi inglesi, in quelle circostanze, dobbiamo cercare di semplificare il linguaggio. Non è facile».
E qual è il principale difetto dei non-madrelingua? «L'inglese ha perso le declinazioni, sostituendole con un sistema basato sull'ordine delle parole che ha dato un'enorme importanza alle preposizioni. Per esempio, se io dico walk down chi mi ascolta sa già cosa seguirà: the road. Al contrario, in un documento di quella riunione a cui accennavo, scritto in ottimo inglese dagli olandesi, c'era un'espressione del tipo: look over a war. Posso capire cosa intendesse dire, ma alle orecchie inglesi non funziona». E il bello è che i madrelingua possono coniare nuove espressioni idiomatiche con quegli at, from, across, off, over e via dicendo, e si capiscono fra loro.
Per qualsiasi studente d'inglese, però, l'Oxford Dictionary può apparire intimidatorio. Il verbo to set, gemellato con tutte le possibili preposizioni, prevede 430 possibili significati. «Sì, ma molti sono fuori moda», minimizza Simpson. Però chissà quanti altri sono in via d'incubazione, in qualche angolo del mondo. Perché poche cose cambiano alla velocità di una lingua. «Il mio predecessore diceva che fra due secoli inglesi e americani non riusciranno a capirsi, ma è un'esagerazione», osserva Simpson. «Però nessuno può avere certezze assolute sulla sopravvivenza di una lingua».
Chissà dove andrà l'inglese. Chissà se tutti i cinesi lo impareranno, oppure se il mandarino lo rimpiazzerà nel suo ruolo di lingua globale. Di sicuro, però, ci sarà l'Oxford Dictionary a corrergli dietro, nonostante tutto. «Il dizionario non ha mai fatto utili, è in perdita da sempre. La versione ridotta vende bene e gli abbonamenti alla versione su Internet coprono un quarto dei costi. Ma il nostro dividendo è la condivisione della conoscenza». Poi Simpson torna nel suo grande ufficio, pieno di scrivanie come la redazione di un giornale ma silenzioso come una biblioteca. Per mantenersi in salute, il chief editor fa il capitano in una squadra di cricket. Se si dà un po' da fare, fra vent'anni potrà forse vedere la fine dell'opera di una vita.