Il rischiatutto di Chicago
In migliaia hanno speso somme colossali per comprarsi un posto in uno dei tre mercati future della metropoli, dove combattono ogni giorno una battaglia al cardiopalma, comprando e vendendo tonnellate di grano o di soia che non vorrebbero mai possedere. (da «Ventiquattro», aprile 2003)
di MARCO MAGRINI

Terrence Duffy ha il rischio nel sangue. «Per comprare il mio posto di lavoro, ipotecai la casa di famiglia e mi feci prestare una bella somma, ai tempi in cui i tassi d’interesse erano a due cifre», racconta senza pudore. Gli ci sono voluti 170mila dollari di vent’anni fa, per diventatare trader al Chicago Mercantile Exchange, una delle tre borse dei future della windy city, la Città ventosa affacciata sulla sponda occidentale del lago Michigan. In pratica, Duffy ha corso un grave rischio pur di assumersi altri spaventosi rischi per mestiere: ogni giorno, ogni ora e a volte ogni minuto comprava e vendeva — non titoli azionari o certificati del tesoro — ma contratti milionari sulle futuribili consegne di pancetta di maiale. Non a caso, accanto alla sua scrivania non c’è il toro che è simbolo dei rialzi di Borsa, ma la statua di un suino a grandezza naturale. «Mi ricorda da dove ho cominciato», dice senza imbarazzi mentre guarda un monitor con un occhio e immette un ordine di vendita con quell’altro. «Ha visto? Glielo dicevo che l’indice S&P avrebbe ripreso quota». Il suo ordine di acquisto risaliva a tre minuti prima. Per qualche decina di secondi, stava perdendo 10mila dollari. Invece ne ha portati a casa 7mila. Con i future, la vita è questa. Soprattutto quando gli affari girano bene e riesci a mantenere l’entusiasmo di vent’anni or sono, come fa Terrence Duffy, il presidente del Chicago Mercantile Exchange.
A Chicago, ci sono migliaia di Terrence Duffy: è l’esercito di trader che popola la metropoli. Verrebbe da pensare che si sian dati convegno qui da tutta l’America. Ma in molti casi ci sono nati, figli d’arte di generazioni di risk takers che fanno girare un’industria dai risvolti esoterici, strillando e spingendosi dalle nove di mattina al primo pomeriggio, in una sacra cerimonia resa carnevalesca dalle giacche gialle, rosse, blu o fucsia che indossano. Perché il bello è che, tutto questo, va avanti da un secolo e mezzo.
È dal 1848 — l’anno in cui nell’Illinois arrivarono in contemporanea la ferrovia, il telegrafo e le prime macchine per l’agricoltura — che il Chicago Board of Trade (Cbot) è riuscito a imporsi come il più importante mercato americano per lo scambio di materie prime come grano, soia, mais e avena, fino ad assumere un pari ruolo nel pianeta globalizzato. «Quando la Russia vende qualche tonnellata di granaglie alla Francia, quel contratto passa di qui», dice fiero Bob Ray, vicepresidente del Cbot. Il Chicago Mercantile Exchange (o Cme, anche se i chicagoans lo chiamano affettuosamente Merc), origina a fine Ottocento come Chicago Butter and Egg Exchange, per dare un prezzo — oltre che ai pasti principali — anche alle prime colazioni grazie ai future su uova, burro e pancetta. Il Chicago Board of Options (Cboe) invece, è stato più recentemente partorito dal Cbot — nel 1973 — per dare spessore alla vocazione finanziaria intervenuta nel frattempo: è oggi il principale mercato al mondo per le opzioni di Borsa.
Future e opzioni sono strumenti finanziari «derivati». In poche parole, i future sono contratti per comprare o acquistare un preciso quantitativo di materia prima, a un prezzo preciso ed entro un preciso periodo di tempo. I contadini vendono contratti per fissare in anticipo il prezzo al quale la merce sarà consegnata. E le industrie che trasformano la materia prima sono felici di sottoscriverli per avere certezza delle spese. Senonché, per effetto di molte variabili — dalla meteorologia agli umori di Wall Street — nel frattempo i prezzi vacillano. E i trader sfruttano queste oscillazioni per comprare e vendere a loro volta, magari nel giro di venti minuti, cercando di speculare sulla differenza. Sono professionisti che a mezzogiorno comprano un paio di tonnellate di grano, senza la minima intenzione di volerle mai ritirare, e poi se ne disfano dopo il caffè la mattina dopo. Salvo qualche volta bruciarsi le mani. Perché questo non è un mestiere indolore. I rumorosi trading floor di Cbot, Cme e Cboe sono sì popolati da qualche dipendente delle grandi case di brokeraggio, colossi finanziari dalle spalle larghe. Ma i trader di cui stiamo parlando sono migliaia di ditte individuali. Sono privati cittadini che hanno speso anche più di Terrence Duffy (il record del Cbot è di quasi 900mila dollari) per comprarsi un posto in una specie di girone infernale tappezzato da migliaia di monitor, dove combattere una guerra quotidiana al cardiopalma. «Il giorno che mi è andata meglio ho guadagnato due milioni di dollari», racconta Thomas Shuff, trader al Cbot dal 1968. «Ma il giorno che mi è andata peggio ne ho persi 1,9».
Sarà forse per questo se qua e là, già dall’Ottocento, i mercati future sono stati visti come gigantesche sale scommesse. «Quei mercati — commenta Charles Geisst, autore di un bel libro sulla storia di Wall Street — nacquero come strumenti per la commercializzazione di prodotti agricoli, ma agli occhi della gente assunsero presto l’aura di giganteschi casinò dove i croupier erano anche padroni del gioco». Il dibattito si trascina ancora oggi. I fautori ritengono i future uno strumento indispensabile per fare hedging, ovvero per controbilanciare i rischi di un’operazione finanziaria assumendo una posizione opposta; portando quindi una certa stabilità al mercato. Qualche detrattore invece, si spinge più in là: Warren Buffett, icona dell’investitore di successo, ha recentemente battezzato i derivati «armi finanziarie di distruzione di massa» per il grado di rischio che aggiungono al sistema. Un contratto future sul Nasdaq può avere una leva finanziaria di 11 (posso guadagnare o perdere 11 volte la variazione dell’indice), ma sulle materie prime — che sono meno volatili — la leva può essere di 20, 30 o anche più volte. Per non parlare delle opzioni, dove chi vende assume un rischio teoricamente illimitato. La cronaca finanziaria ha già ospitato molti necrologi: quello del Long term capital management (un hedge fund salvato dalla Federal Reserve nel 1998), quello della Barings (la banca della regina d’Inghilterra che è fallita per le incaute mosse di un dirigente a Hong Kong) o quello della Contea di Orange, in California, dove nei primi anni 90 molti soldi pubblici sono stati bruciati sull’altare della speculazione.
I trader di Chicago non la vedono così nera: ammesso che i future siano armi, si tratta al massimo di pistole. Puntate contro le loro stesse tempie. «Sono qui dai primi anni 70», dice Michael Belsanti mentre divora una zuppa e intanto, dai grandi vetri del bar affacciati sul floor, tiene d’occhio il monitor con le quotazioni della soia. «Ogni anno c’è tanta gente che sparisce». Gente che si ritrova in bancarotta e può solo sperare di rivendere a caro prezzo il proprio cartellino d’accesso alle contrattazioni. «Alcuni ex colleghi — rincara Belsanti — sono morti suicidi, altri sono stati ricoverati in istituti di igiene mentale. La maggior parte, ha preferito scegliersi un lavoro dove guadagna un ventesimo di prima, pur di starsene in pace». «Ho fatto la trader da giovanissima — racconta una signora che oggi ha un impiego tranquillo negli uffici del Cboe — e tutto andava bene. Ma quando ho iniziato a svegliarmi la notte in preda alla paura, ho deciso di smettere». «Io reggo alle tensioni — dice Shuff che ha 62 anni e ha ereditato il gene del rischio dal padre, trader anche lui — perché faccio due ore di sport al giorno e per altre tre ore studio i fondamentali del mercato». Studiate tutti? «Macché — replica Belsanti, che ha già trasmesso la febbre al figlio diciottenne — io sono un feel player, un giocatore istintivo». «Questo non è un casinò — controbatte Laurine McInnis, una trader del Merc che avrà sì e no 30 anni — io non passo il tempo a pregare che esca il 23 o il rosso: mi baso su dei modelli matematici. Anche se ormai è la geopolitica, la grande variabile che influenza i mercati». E la genetica del rischio? «Beh, i miei genitori vengono da un altro lavoro. Ma ho due fratelli… sì, sono trader tutti e due».
Che a Chicago ci sia «una genetica propensione al pericolo» lo ha ammesso anche Richard Daley, sindaco democratico della città dall’89 (è appena stato rieletto per il quinto mandato), sulle orme del padre Richard Daley senior, che fu primo cittadino per ventun anni. «Tutto deriva dal ruolo centrale che la Borsa delle merci ha giocato nella storia di questa città», osserva Owen Gregory, lo storico in pensione che gestisce gli archivi del Cbot: o meglio, quel che resta degli archivi dopo il devastante rogo di Chicago del 1871. «C’è un patrimonio tecnico che viene tramandato — dice — ma anche una cultura, una tradizione e, perché no, un Dna». Ma il fatto curioso è che questa cultura e queste tradizioni si siano radicate proprio in una città del Midwest, dove la regnante etica calvinistica aborriva a priori la speculazione. Tantopiù che, già da fine Ottocento, i predecessori di Terrence Duffy non si son certo fatti benvolere.
La sete speculativa ha sempre aguzzato gli umani ingegni. Come quello di Ben Hutchinson che, un anno prima della Guerra civile, sborsò 10 dollari per un posto al Cbot. Un bel giorno, si mise a rastrellare con una mano tutto il grano fisico — il grano vero — che era disponibile nei magazzini di Chicago, e con l’altra i call (opzioni a comprare) sulla stessa materia prima. Quando i contratti arrivarono alla scadenza, i venditori delle opzioni rimasero col cerino in mano: non c’era più grano fisico da consegnare e dovettero pagare salato il prezzo del primo grande corner al Chicago Board of Trade: mettendo il mercato nell’«angolo», Hutchinson portò a casa un milione di dollari. E diventò una tale autorità che, alla falsa voce della sua morte, il prezzo del grano andò alle stelle. Nemmeno il concittadino Al Capone — che qualche decennio più tardi mise in corner le autorità federali — seppe fare altrettanto.
C’è un pezzo di storia italiana che i trader del Cbot conoscono a menadito. La chiamano Ferrudzii, ma intendono dire Ferruzzi. Nel 1989, nel bel mezzo della tempesta casalinga di Enimont, Raul Gardini s’imbattè anche in un uragano internazionale. Il board del Cbot accusò la Ferruzzi di aver fatto un corner sul mercato della soia, e impose l’immediata liquidazione di tutti i contratti future, facendo così crollare i prezzi del 40%. Ci rimisero i contadini, ma ci rimise soprattutto la Ferruzzi: 435 miliardi di lire dell’epoca. Gardini rispose con una delle sue migliori frasi ad effetto: «Come operatore, mi sento orfano della Borsa di Chicago». C’è chi dice che avesse ragione.
Prima che altre tempeste e altri uragani la cancellassero dalla storia, la multinazionale di Ravenna era la principale fornitrice di soia della Cina e e la seconda della Russia. Gardini aveva allargato l’impero ereditato dal suocero Serafino — che a Chicago era di casa — fino a rivaleggiare con le “sorelle del grano” come Cargill, Bunge o Continental, aumentando a dismisura le attività agroindustriali. Un bel giorno si scopre che i trader della Ferruzzi, di stanza a Parigi, avevano comprato un’enorme quantità di contratti future, mentre il gruppo si trovava a possedere anche gran parte del raccolto mondiale di soia fisica di quell’anno. Cargill e le altre avevano posizioni opposte (cioè erano venditrici come quei trader turlupinati da Hutchinson), e rischiavano un bagno di sangue. Ma il board del Chicago Board of Trade — dove sedevano alcuni rappresentanti delle “sorelle” — di fatto le salvò. Un gruppo di contadini ci ha messo 13 anni, per riuscire a istruire un processo contro quella decisione. E l’ha perso. «Dopo aver ascoltato le nostre testimonianze e dopo aver visto documenti e prove — lamenta il loro leader Harvey Joe Sanner, raggiunto per telefono in Arkansas — il giudice ha dismesso la causa senza neppure dare la parola alla giuria. Incredibile». «Non credo che Gardini avesse fatto un vero e proprio corner», risponde il professor Jeffrey Williams dell’Università California-Davis, testimone al processo. «Ma l’appello ci dirà». I trader di Chicago invece, sull’argomento non hanno niente da dire. Cambiano discorso.
Se le Borse di Chicago hanno varcato la soglia di un altro secolo è perché hanno cambiato discorso: nonostante i corner, le accuse di speculazioni e di collusioni, e nonostante l’operazione “coperta” condotta qualche anno fa dall’Fbi nei floor dei tre mercati e poi archiviata in un nulla di fatto. Dai metà anni 70 Cbot e Cme hanno iniziato a trattare future sugli strumenti finanziari: su obbligazioni, valute e indici di Borsa, che hanno portato liquidità, successo e anche la rispettabilità agognata per più di un secolo. Nella lunga lista dei «prodotti» trattati al Cbot, i future sui bond del Tesoro americano o sull’energia si sono affiancati al vecchio grano. E il Merc, dove tutt’oggi si scommette sulla pancetta, sul bestiame o sui prodotti forestali, è diventato sempre più importante grazie agli scambi su eurodollaro, tassi d’interesse e indici di Borsa. Nel 2000, il valore dei contratti scambiati nei mercati di Chicago ha superato i 400mila miliardi di dollari. Una cifra spaventosa che non dice la verità: si calcola che solo il 4% rappresenti le merci effettivamente scambiate. Tutto il resto, è solo carta e speculazione.
A prima vista, le Borse di Chicago parrebbero in un momento d’oro. Coi mercati depressi da guerre, recessioni e scandali Enron, gli investitori ricorrono ai derivati per proteggere con l’hedging il loro portafogli. Il Merc guidato da Terrence Duffy, ha cambiato struttura diventando società for profit, e cinque mesi fa s’è quotato con successo a Wall Street. Il Cbot ha raggiunto nel 2002 il record assoluto di contratti: 384 milioni. Peccato che la somma delle loro quote di mercato sia passata dal 46% del 1989 al 21 dell’anno scorso. Chi ha fatto man bassa della crescente liquidità è stato l’Eurex di Francoforte che, interamente elettronico, ha saputo catturare una larga fetta del crescente mercato dei derivati: e altrettanto ha fatto l’inglese Liffe, conquistato a sorpresa da Euronext, la Borsa di Parigi. Le Borse di Chicago hanno flirtato un po’ con quelle europee, facendo anche prove di fidanzamento informatico. Ma per ora restano nubili. Magari destinate a maritarsi fra di loro. «Avere a Chicago tre Borse separate è semplicemente assurdo», commenta Robert Hamada, rettore della Scuola di Business della locale università.
Negli anni 80, il “modello Chicago” aveva fatto scuola nel mondo: da Sydney a Singapore, e perfino a Londra, dove il Liffe aveva copiato tutto, incluse le giacchette multicolori. Salvo poi decidere più tardi di abbandonare le grida e diventare interamente elettronico. Ma sin qui i trader di Chicago, abituati a confrontarsi coi rischi e coi prezzi del futuro, sono rimasti aggrappati alle vestigia del passato, resistendo alla rivoluzione elettronica. Come risultato, il Cbot — scottato dalla decisione del Tesoro di abbandonare i bond trentennali, ai quali era agganciato uno dei suoi prodotti di massimo successo — non è più la prima Borsa dei future al mondo, ma la quinta. Anche il Merc, eterna rivale, l’ha superata per volume di scambi dopo aver adottato una nuova piattaforma elettronica e dopo aver abbracciato (solo a metà) la rivoluzione digitale. La quotidiana cerimonia di colori, urla e gesticolazioni resiste ancora. «Ma non per molto — commenta lo stesso Duffy, che da presidente ha appeso al chiodo la casacca colorata — il destino elettronico è segnato». Nel tentativo di non cambiare nulla, Cbot, Cme e Cboe si son dati per una volta la mano facendo nascere una quarta Borsa, battezzata ChicagoOne, interamente elettronica che sta quotando l’ultima diavoleria appena autorizzata dalla Sec: i future sui singoli titoli azionari. Per il resto, il Cbot esita a esita a diventare for profit e a quotarsi, nel timore (fondato) di essere scalato da Duffy e compagni. «Abbiamo un team apposta per lo sviluppo di nuovi prodotti — dice Ray — e usciremo presto con proposte rivoluzionarie». Difficile immaginare cosa, visto che il burro e l’indice S&P sono già occupati, e che le opzioni sui future — un derivato dei derivati — son già state inventate. Ma c’è poco da fare. Oggi come 150 anni fa, per rischiare la camicia ci vuole anche un po’ di fantasia.

Un famoso speculatore internazionale in visita al Chicago Mercantile Exchange
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