Suoni un Sol sul pianoforte e lei ti dice: «Sol». Aspetti un po, azzardi un Re bemolle e lei spara: «Re bemolle». Camilla Boneschi ha 15 anni, vive a Milano, suona il piano da quandera piccola. Alla maestra ci volle poco per capire che aveva il dono dellorecchio assoluto, la capacità di chiamare le note per nome. Il dono di ascoltarne una sola, senza riferimenti, e già sapere quale nota è. E il bello è che a Camilla non glielha insegnato nessuno. Ce lha scritto nei neuroni.
Suona una marcia funebre e lui si guarda attorno. Poi arriva linno nazionale e un assistente gli fa cenno di alzarsi. Alfonso XIII di Spagna, il re che cedette il potere ai repubblicani nel 1931, pare che fosse totalmente incapace di riconoscere una canzone da unaltra. Di sicuro gli ci volle poco, per capire che era affetto da amusia, lincapacità pressoché assoluta di distinguere le note. Il crucc
io di non poter cantare una ninnananna, in qualche caso il fardello di uninnata repulsione per la musica. E il brutto è che quelli come re Alfonso non hanno fatto nulla di male. Ce lhanno scritto nei neuroni
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La musica è un mistero. Una corda pizzicata, il soffio in unancia, un colpo su un tamburo fanno vibrare laria, che fa vibrare i timpani, che a loro volta inviano impulsi elettrici almeno a tre diverse aree del cervello, scatenando una sensazione. «Sotto il profilo della biologia scrive il neuroscienziato Steven Pinker nel suo How the mind works la musica non serve a niente: né ad allungare la vita né a fare figli. Comparata con il linguaggio, con la vista o con la coscienza di sé, la musica potrebbe scomparire dalla nostra specie e il nostro stile di vita restare virtualmente immodificato». Eppure, una particolare combinazione di note ha il potere di commuovere o di esaltare, di far riflettere o di distrarre. Dire che la musica piace è un eufemismo. Alle orecchie di miliardi di persone che non hanno le fortune di Camilla né le sventure di re Alfonso, quel tripudio di frequenze sonore fatte di altezze e durate diverse, di sovrapposizioni, di fughe e di rincorse, rappresentano un bisogno tanto immateriale quanto ineluttabile. Viscerale. Biologico.
Basta pensare a cosè successo nel mondo dal 4 dicembre 1877, quando Thomas Edison sperimentò per la prima volta il suo fonografo: la musica un tempo patrimonio solo degli artisti e delle élite che li potevano stipendiare è diventata per tutti. I consumi di musica registrata si sono letteralmente moltiplicati nellarco dello scorso secolo e, solo negli ultimi quattro anni, per il combinato debutto della digitalizzazione e dellInternet, sono calati per la prima volta nella storia a danno di unindustria discografica che si sente rapinata dallo scambio gratuito di incisioni fra i computer di cinque continenti. Il che, cela un sospetto e una verità. Il primo è che il bisogno di musica appare assai più vasto di quanto non dicano le leggi di mercato sulla domanda e sullofferta (in altre parole: abbassando i prezzi, i consumi decollerebbero). E la seconda è che i discografici hanno comunque la fortuna di sedere su un business perpetuo come quello dellindustria alimentare: così come gli esseri umani avranno sempre fame di cibo, avranno anche fame di musica.
Il mistero però, rimane. «Sappiamo bene perché la gente ha bisogno del cibo commenta Josh McDermott, uno studioso del rapporto fra musica e mente che lavora allMit ma ancora non abbiamo idea del perché abbia bisogno della musica». Eppure cè ed è ancestrale: in tutte le culture del mondo esiste una tradizione musicale e la scoperta di un flauto neanderthaliano lascia spazio a pochi dubbi, sulla longevità dellarte che affascinò Pitagora. I molti scienziati che sono al lavoro per districare questo enigma però, danno ormai per scontato che nellimpianto biologico degli esseri umani ci sia una predisposizione per la scala tonale. «La capacità umana di produrre e di godere della musica
scriveva Charles Darwin deve essere classificata come la più misteriosa delle sue doti». McDermott sta lavorando a un esperimento con le scimmie, per vedere se anche loro hanno una predilezione per gli intervalli di terza e di quinta e quindi per la musica tonale. «In ogni caso commenta McDermott il senso musicale non si è evoluto per un motivo preciso. Semmai sembra essere il sottoprodotto di qualcosaltro».
Qui, le supposizioni si sprecano. Ma, visto che le indagini scientifiche sugli effetti prodotti nel cervello dalle dodici note (no, non sono sette) parlano di uninteressamento delle aree del linguaggio e del sistema motorio, oltre che della corteccia uditiva, il campo dazione si restringe. Darwin sera già fatto unidea: forse, scriveva il papà dellEvoluzione, prima ancora di parlare «gli umani cercavano di ammaliarsi a vicenda con melodie e ritmi». Il che, potrebbe spiegare come mai le cronache rosa attribuiscano a molti cantanti un rilevante sex appeal. Ma altre origini potrebbero essere il linguaggio (che con la musica ha molti punti in comune), le chiamate emotive (in tutte le culture si emettono suoni di piacere o disappunto, anche senza parlare), ladesione sociale (cantare in coro produce endorfine, che stimolano un senso di benessere) o il controllo motorio (che è associato al ritmo).
«Dal battito cardiaco al linguaggio, il ritmo è parte della nostra vita e di quella dellintero universo», commenta Andreas Terhoeven, consulente aziendale e batterista tedesco che ha appena organizzato un seminario di due giorni per lintero vertice di una multinazionale, chiamato a suonare le percussioni per «sviluppare il lavoro di squadra e per aprirsi a un nuovo modo di pensare». Ma anche la melodia non scherza, quanto a effetti sugli umani. Uno studio realizzato dallUniversità della California-Irvine nel 93 (peraltro contestato da alcuni), dimostrava che nei 15 minuti successivi allascolto della Sonata per due pianoforti in Re maggiore di Mozart, lintelligenza spazio-temporale degli individui aumenta. Ma ci sono anche effetti di lunga durata. «Nel cervello spiega Mark Jude Tramo, musicista e neuroscienziato della Harvard Medical School cè oggettivamente una sovrapposizione fra i neuroni usati per elaborare la musica, il linguaggio, la matematica e il ragionamento astratto. Ecco perché, esercitando la mente con la musica, si rafforzano altre abilità cognitive».
Camilla intanto, sè data anche alla chitarra. Le piace il rock, ma anche il jazz e continua a chiamare le note per nome, come tutti noi riusciamo a fare solo con i colori. E, proprio come accade con le tonalità cromatiche, anche lei ha le sue simpatie nei confronti delle tonalità armoniche. «Sin da piccola racconta consideravo i suoni come dei personaggi. Per me il Mi, il Fa, il La e il Si hanno una personalità femminile, mentre Do, Re e Sol ce lhanno maschile». Un giorno è andata a casa di unamica che aveva un piano accordato mezzo tono sotto. «Non sono riuscita a suonarlo neppure per un minuto: premevo il Do e udivo un Si. Terribile!». Ancora non sa se da grande farà la musicista: un po perché a quindici anni non si sa mai, un po perché «larte in generale è un po troppo incanalata in vie che non seguono listinto, quanto lungo percorsi già tracciati da fonti esterne». Forse non le piace lo show business, però si sente fortunata. Non tanto per il suo orecchio assoluto (del resto, pochissimi musicisti ce lhanno), quanto per il semplice fatto di amare la scala tonale. E ne ha ben donde. Perché se il mondo cerebrale della musica fosse davvero unincidente di percorso lungo la catena infinita dellevoluzione, chiunque abbia gioito o perfino pianto una sola volta davanti a unarpeggio, una scala, un accordo, non può far altro che sentirsi altrettanto fortunato. Fortunato di non essere come quel re di Spagna.
Questo articolo è stato scritto durante il ripetuto ascolto della Sonata per due pianoforti in Re maggiore K448 di Wolfgang Amadeus Mozart.