Alessandro degli Alessandri fa il banchiere. Anzi, come si direbbe oggi, il private banker: raccoglie i capitali delle famiglie più nobili e ricche della città e li investe al meglio, anche in tempi in cui la finanza è tutt'altro che globalizzata. Un banchiere talmente "privato", che decide di aprire l'ufficio proprio dentro al palazzo di famiglia, grande e sfarzoso come si conviene al rango e alle sue frequentazioni. Se così non fosse, ben difficilmente avrebbe potuto iscrivere nel suo portafoglio clienti l'uomo più in vista della città: Lorenzo de' Medici, meglio noto come il Magnifico.
Alessandro degli Alessandri fa il banchiere. Anzi, come si dice oggi, fa il private banker: è azionista e vicepresidente di Ifigest - una fiduciaria che in aprile ha cambiato pelle in banca privata - tramite la quale, di fatto, raccoglie i capitali delle famiglie più ricche e nobili di Firenze e li investe al meglio. E, oggi che la finanza si è fatta globalizzata, è anche senior advisor di BankAustria e gestore di due Sicav lussemburghesi. Dunque è un banchiere molto meno "privato" di quel trisavolo di cui porta il nome e solo qualche briciola di Dna, visto che ben diciassette generazioni li separano. In compenso, i due non condividono solo il nome e il mestiere: in quel palazzo di Borgo degli Albizi, dove il degli Alessandri antico teneva casa e banca, il degli Alessandri moderno ci abita.
I cognomi delle famiglie si perdono solitamente nella notte dei tempi. Quello degli Alessandri no, ha una data di nascita: nel 1372 i fratelli Bartolomeo e Alessandro degli Albizi, si staccano dalla potente famiglia di origine e cambiano cognome in Alessandri. Una mossa apparentemente bizzarra, forse motivata dal fatto che a Firenze una legge impediva ai troppo ricchi - quali erano gli Albizi - di accedere alle cariche pubbliche. Ma che si rivela astuta e che, alla fine di questa storia, parrà astutissima.
Il simbolo della nuova famiglia è una pecora a due teste in campo azzurro, simbolo della corporazione mercantile dell'Arte della Lana, alla quale appartenevano. Con la scissione dagli Albizi, s'erano messi dalla parte del popolo. Ma quando nel 1378 scoppia la Rivolta dei Ciompi, Bartolomeo
e Alessandro voltano faccia e si mettono coi potenti. Sul momento pare una scelta sbagliata: il governo cambia colore e scattano le rappresaglie. Ma quattro anni dopo tutto torna come prima e per gli Alessandri le cose cominciano ad andare bene, se non benissimo.
Il nostro Alessandro nasce poco più tardi, il 15 luglio del 1391 e a trent'anni è già capitano di Campiglia. Ma col tempo, anche grazie agli eccellenti rapporti con i Medici, sarà priore e gonfaloniere, comandante in guerra e ambasciatore in pace. É fatto cavaliere dall'imperatore Federico III e anche immortalato con tre santi e i suoi due figli in un dipinto di Filippo Lippi, oggi al Metropolitan di New York (riprodotto qui a fianco). Ma oltre al potere, trova il tempo di gestire la crescente ricchezza della Compagnia degli Alessandri.
Certo una ricchezza ben lontana da quelle dei Bardi e dei Peruzzi - le due più grandi banche dell'epoca - fallite nel 1343 sotto il peso dei crediti in sofferenza, per aver concentrato troppo il rischio sulla corona d'Inghilterra. L'Alessandri banchiere raccoglie denaro dai pochi benestanti (a quei tempi il 10% della popolazione fiorentina detiene il 68% della ricchezza), offrendo cambiali rappresentative di lana, seta e altre merci, all'occorrenza privatamente negoziabili. Puro capitale di rischio. Il rischio dei pirati ad esempio, che potevano tranquillamente assaltare una nave che rientrava dall'Inghilterra con la lana più pregiata del tempo. O il rischio dei briganti lungo le strade.
Tempi duri. Quando non c'era la guerra, si moriva di peste. Ma essere potenti e ricchi, com'era il degli Alessandri antico, aiutava. Chissà se quello moderno ci pensa mai, quando esce di casa in Borgo degli Albizi e va a piedi nell'ufficio di via Sassetti, la strada che prende nome da un banchiere, amico e socio del suo trisavolo di sei secoli fa.
Per la verità, di fare il banchiere come l'omonimo antenato non ci aveva mai pensato. Nato in una famiglia nobile (nel 1510 papa Leone X fece conti gli Alessandri) e palesemente ricca (al contrario di molte casate fiorentine ormai estinte), studia ingegneria, indirizzo petrolchimico. Ma si laurea in coincidenza col primo shock petrolifero. Così decide di prendere tempo e fa un master di business administration a Fontainebleau. La fatalità lo porta alla Citibank, a Milano, dove nel '75 organizza il primo prestito sindacato (per la Montedison) dopo la lunga pausa causata dai timori dei capitali internazionali sulla stabilità dell'Italia. Poi va a Londra, prima per Warburg, poi per la Wells Fargo. E il barone Edmund de Rothschild - che con la Bnl di Nerio Nesi aveva rilevato la Banca Tiburtina - lo chiama a Roma alla direzione generale. «Dopo due anni - racconta degli Alessandri con un pizzico d'orgoglio - sarà venduta di nuovo, al triplo del prezzo originale».
Si dice che i fiorentini, quando emigrano, sognino Firenze e cerchino sempre chi le porti un bacione. Forse è un mito nato dalla canzonetta di Edoardo Spadaro, forse no. Fatto sta che il degli Alessandri moderno torna di corsa a casa quando nel 1990 l'austriaca Creditanstalt compra la Banca Steinhauslin - molti anni prima oggetto di un crack e di uno scandalo - e lo invita a fare l'amministratore delegato. E dov'è la sede della banca? Nel trecentesco palazzo Sassetti, in via Sassetti, dove l'antenato faceva affari agli albori del Rinascimento.
Giovanni Sassetti era il direttore generale di quel Banco dei Medici che, con decine di filiali in tutta Europa, sarà anche la banca di fiducia della Santa Sede. Il vero potere dei Medici comincia quando Cosimo il Vecchio, nonno di Lorenzo, sconfigge definitivamente la famiglia rivale: gli Albizi. E poi esercita il potere escludendo le famiglie - i partiti politici del tempo - che non stanno dalla sua parte. Fortuna vuole che Alessandro sia un Alessandri, mica un Albizi. Poco importa il vero sangue che scorre nelle sue vene. Quando nasce il Magnifico, lui ha ormai 58 anni. E ne avrà 78 quando Lorenzo sale ventenne al potere. Farà appena in tempo a vedere l'inizio della nuova stagione politica, culturale e artistica che mise Firenze al centro del mondo allora conosciuto.
Centro del mondo, Firenze non lo è più. Ma quando Alessandro degli Alessandri lascia la Steinhauslin (al Creditanstalt viene imposto di scegliere se investire a Firenze o nella Comit appena privatizzata) si guarda bene dal lasciare anche la sua città. Così lui, già console austriaco, si prende un'ufficio accanto a palazzo Sassetti e del Creditanstalt diventa consulente, anche dopo la fusione con BankAustria. Poi entra nel capitale della Ifigest che, di fatto, è la boutique finanziaria della Firenze che conta. Un po' come fu la Compagnia degli Alessandri.
Nei secoli, gli Alessandri hanno fatto i politici ma sono stati soprattutto dei riservati proprietari terrieri. Nell'800, un Giovanni degli Alessandri fu gran ciambellano del Granduca, amante della regina Maria Luisa e dopo Waterloo ebbe la forza e l'ingegno di riportare agli Uffizi i quadri razziati da Napoleone.
La Storia, si sa, scorre sempre in una direzione, non torna mai indietro. Gli Albizi si sono estinti e gli Alessandri sono la famiglia fiorentina che da più tempo abita lo stesso palazzo. Ma se due fratelli non avessero deciso un giorno di cambiare nome, è assai probabile che nulla di tutto questo sarebbe mai successo. Né sarebbe mai esistito un Alessandro Albizi - neppure uno - che di mestiere fa, o faceva, il private banker.