Dal nostro inviato
NEW YORK Ahmad Weish ha due vite. La mattina fa l'ispettore al mercato del pesce di Fulton, a Manhattan. Quando ha finito, si toglie la divisa, indossa un abito tradizionale afghano e va alla moschea di Flushing per la preghiera della sera, dove tutti lo chiamano emir, direttore. Eppure il cittadino Weish è sempre stato sicuro di avere una vita sola. Da quando gli Stati Uniti lo hanno adottato nell'83, profugo da un Afghanistan in piena invasione russa, ha saputo conoscere, apprezzare e inseguire il meglio del "sogno americano". Anzi, a viverlo in prima persona. Ma qualcosa è cambiato. «Fino a ieri confessa mi sentivo un vero cittadino di questo Paese. Oggi non lo so più». Per gli afghani d'America che solo nei paraggi sono circa 2mila quel sogno rischia di trasformarsi in un incubo.
Fuori dalla moschea, che poi è un appartamento sopra a una lavanderia a gettone al numero 75 di
Kassina road, alla periferia di Queens, c'è un gruppo di ragazzi afghani sui cui volti spiccano le barbe d'ordinanza. Solo uno non ce l'ha. E chissà perché è anche l'unico che accetta di scambiare due parole. «Le cose vanno per il meglio». Lo dice ridendo e non capisci se abbia voglia di scherzare. Ma poi spiega: «Finalmente, laggiù cambierà qualcosa». L'emir Ahmad accenna a un sorriso, ma intanto scuote la testa. «La guerra non cambia mai nulla osserva e fa soltanto male». Fa male anche da questa parte dell'oceano, a 10.800 chilometri di distanza da Kabul. «Qui alla moschea arrivano telefonate di minaccia. Una donna è stata spinta in terra da un energumeno che passava di qui. Troppa gente ci guarda con sospetto». Non c'è più niente che assomigli a un sogno.
Nella comunità afghana di Flushing, che fino a ieri si sentiva pienamente accettata nel Paese delle grandi opportunità, vige una gerarchia tutta ispirata alle antiche tradizioni della sua religione. L'emir è rispettato e ascoltato da tutti, si capisce a prima vista. «A questo punto dice Weish la mia preoccupazione è come fare a prevenire i problemi. Sto tenendo delle lezioni ai più giovani, cerco di addestrarli. Devono imparare a gestire eventuali situazioni difficili, a spiegare con calma che con il terrorismo non c'entrano niente, che hanno le mani pulite». Ma l'atmosfera non è più quella di un tempo.
«Fino a un mese fa assicura Saeed Azimi, proprietario del Kouchi Supermarket, a due isolati dalla moschea qui si vedevano donne col nostro velo tradizionale camminare per strada. Se ci fa caso, non ce n'è più una». Qualche giorno fa, un suo dipendente s'è visto minacciare da un tizio con una pietra in mano che gli ha urlato di tornarsene al suo Paese. «Ecco perché molte famiglie se ne stanno chiuse in casa».
Ahmar Weish è sposato con un'americana del Bronx. Ma gran parte della sua famiglia è divisa fra Kabul e Kandahar, due città sotto i bombardamenti. Lui è convinto che i civili vittime dei raid aerei siano molto più numerosi delle cifre ufficiali. «Si dice che la gente abbia lasciato le città, ma non ci credo. Dove vuole che vadano? C'è una povertà spaventosa. Lì non manca il cibo, manca tutto. Manca l'acqua. Mio padre è tornato dall'Afghanistan due mesi fa e mi ha detto di aver sentito gli animali piangere per la sete». L'America e l'Afghanistan saranno anche lontani. «Ma io lì ho fratelli, cugini, nipoti e sono in pena per loro».
E Bin Laden? I talebani? «Bin Laden non l'ha mai visto nessuno», risponde Weish. E poi snocciola a memoria una frase del Profeta: se i tuoi vicini non si sentono a loro agio quando stanno accanto a te, non sei un vero credente. «Non basta questo a capire chiede che l'Islam sta dalla parte della pace? Eppure, a quanto mi risulta, fra le vittime del World Trade Center ci sono almeno 700 musulmani e questo nessuno l'hai mai ricordato».
Ma ci sono anche altri problemi. La lista dei 22 terroristi "most wanted", tutti con tratti somatici simili gli uni agli altri, incoraggerà per forza di cose il ricorso a denunce anonime contro irreprensibili cittadini americani. Il che comincerà a tarpare le ali a quelle equal opportunities, che sono l'anima e il cuore del celebrato sogno americano. Weish ha già qualcosa di cui lamentarsi: aver denunciato alla polizia le minacce telefoniche senza ottenere in cambio una qualche protezione. Anche se, quel tizio che da un'ora se ne sta fermo in macchina, a trenta metri dalla moschea, fa sperare che la lamentela sia priva di fondamento.
Il proprietario del ristorante afghano di Kassina Road è pakistano. Si chiama Tariq Awan, è venuto in America da due anni e si vede subito che è un uomo colto. Ha studiato per otto anni in una scuola di religione a Peshawar, quindi è stato un taliban nel vero senso del termine: uno studente. «Nel Corano racconta ci sono alcune raccomandazioni del Profeta per la jihad, la guerra santa: non uccidere anziani, donne e bambini, non distruggere proprietà o campi coltivati. Il mondo arabo conosce e studia il Corano. E sa che quel che è successo in America non è la jihad. Non ha niente a che fare, con la jihad». Ma intanto ai tavoli di Awan siede solo un commensale e viene da pensare che sian comunque tempi duri, per i ristoranti afghani.
Il sogno americano esce rafforzato dall'ondata di patriottismo che ha avvolto l'America e ha sospinto George W. Bush, suo malgrado, dentro alla Storia. Ma il sogno afghano di vivere con rispetto e dignità in questo Paese esce indebolito, almeno agli occhi di un popolo che non ha una patria a cui inneggiare e su cui piovono gli strali della storia triste di oggi.