FIRENZE - «Quando avremo un vaccino contro l'Aids?». Sono più di vent'anni che Robert Gallo viene assediato e assillato con questa domanda. Per la precisione dal 1984, quando (nella celebre contesa con Luc Montagnier dell'Istituto Pasteur di Parigi) rivelò al mondo che il responsabile della terribile Sindrome da immunodeficienza acquisita era un retrovirus di nome Hiv. «In questi vent'anni racconta lui stesso sono state espresse speranze, promesse, previsioni e, a dire la verità, sono state sparate anche parecchie bufale. La verità è che oggi nessuno può permettersi di dire né se, né quando».
Al fuoco di domande però, lo scienziato qualcosa deve pur rispondere. Anche ieri, in Italia per ritirare la terza edizione del Premio Firenze sulle scienze molecolari promosso da Ente Cassa di Firenze, Banca Cr Firenze, Camera di commercio e Università Gallo non ha fatto altro che replicare al solito ritornello interrogativo. «L'unica buona notizia che posso dare ha detto durante un lungo colloquio con il Sole-24Ore è che siamo vicini a risolvere i problemi connessi con le mutazioni dell'Hiv. Il che è un grande passo». Ma che dire della provocazione di Richard Horton, direttore di The Lancet, che sul New York Books Review ha scritto che è ora di abbandonare gli studi sui vaccini, a suo parere destinati solo a sprecare fondi pubblici e privati? «L'impresa è ardua, ma non possiamo non provarci>, sentenzia Gallo.
La pandemia chiamata Aids ha già mietuto oltre 20 milioni di vite umane e quasi 40 milioni sono oggi infettate dall'Hiv. «La terribile peculiarità del retrovirus osserva lo scienziato, oggi direttore dell'Institute for Human Virology di Baltimora è che muta a velocità impressionanti. Ma il vero problema è che si insidia dentro ai geni della "vittima", per restarci». L'antica peste era come un tornado, osserva, che distruggeva tutto quello che trovava, per poi andarsene. «Ma l'Hiv è come un temporale cronico: non distrugge in maniera indiscriminata, ma non se ne va mai». Ecco perché tutte le strade tentate finora hanno dato esito negativo. «Semmai, è stata una sorpresa scoprire che si potevano fabbricare molecole capaci di limitare la diffusione della malattia: il che ha reso sin qui possibile la diminuzione e il rallentamento della mortalità».
Però ci sono dei però. Per definizione, il retrovirus si replica tramite la cosiddetta trascriptasi inversa dall'Rna al Dna e non viceversa come avviene nelle nostre cellule e così è talmente incline agli errori di copiatura che «si possono addirittura avere più mutazioni in un solo paziente». Il risultato è che sta crescendo la resistenza dei vari ceppi di Hiv ai trattamenti farmacologici. «La metà dei nostri 4.200 pazienti a Baltimora racconta Gallo riscontra ormai una resistenza ai farmaci. E nel mondo circa il 15% dei nuovi infetti non trova miglioramento con le cure attuali». Il che è una prospettiva sinistra.
Nelle ultime settimane si è saputo di un paziente di New York che ha contratto l'Aids in pochi mesi (di solito l'incubazione richiede anni) in una forma resistente a tutti i farmaci, sbattendo sulle prime pagine dei giornali di mezzo mondo lo spettro di una sorta di SuperAids in arrivo. «Sono tutte fandonie taglia corto Gallo al momento non c'è mezza prova che si tratti di qualcosa di radicalmente nuovo. Forse non è il virus ad essere speciale, ma il paziente che l'ha contratto».
Però una verità c'è: mentre gli scienziati continuano a dare la caccia a un vaccino che potrebbe arrivare fra decenni (nell'84 si disse che sarebbero bastati due anni), dovranno anche proseguire nel perfezionamento di nuovi farmaci, per tenere il passo con le migliaia di mutazioni di un virus che ha un genoma con appena 9.700 basi. «Ecco perché s'infiamma Gallo il mio istituto continua a criticare l'idea della semplice donazione di farmaci al Terzo Mondo: senza training e senza strutture adeguate, non si risolverà nulla. Dopo due anni sarà tutto come e peggio di prima».
Gli altri strali del virologo più famoso del mondo vanno a tutti coloro che hanno qua e là annunciato («anche in Italia») l'imminente arrivo di un vaccino; a tutti coloro che hanno ingannato l'opinione pubblica pur di rastrellare finanziamenti («come la californiana Vaxgen, che aveva portato un vaccino fino all'ultima fase di sperimentazione clinica, ben sapendo che non avrebbe funzionato») adducendo che «qualunque soluzione potrebbe funzionare». «E se funzionasse una cura con le foglie d'acero?», chiede provocatoriamente Gallo.
Ma la verità è che in questi vent'anni ne ha viste delle belle. «Ai tempi della contesa con l'istituto Pasteur, che poi si riduceva alla proprietà dei brevetti sui test diagnostici, oggi ormai scaduti, la stampa mi aveva fatto nero». Certo, è facile immaginare che a Gallo piacerebbe più passare alla storia come colui che ha risolto il problema dell'Aids, e non solo come colui che lo ha descritto. Ma non è detta l'ultima parola.
«Il mio istituto ha di recente scorporato una società, battezzata Profectus, che è titolare di tre brevetti», racconta. Fra una ventina di giorni, dovremmo annunciare un accordo di partnership con una grande gruppo farmaceutico. Gallo si rifiuta di farne il nome, dice soltanto che «è un gruppo americano», ma il buon senso e qualche indiscrezione lasciano intendere che dovrebbe trattarsi della Wyeth. «Abbiamo elaborato un nuovo percorso: in poche parole, abbiamo notato che durante l'infezione c'è un particolare momento in cui il "ventre della bestia" è scoperto. E crediamo di essere quindi vicini a risolvere il problema delle mutazioni, anche se restano due problemi: la breve durata di questo effetto e il livello degli anticorpi che resta ancora basso». Anche la sua voce è bassa, quasi sussurrata, mentre lo racconta. Non sia mai detto che un altro giornalista vada a raccontare un'altra fandonia. Del tipo: il vaccino dell'Aids sta per arrivare.