«Cina più forte, mondo più instabile»
Pechino non è solo un concorrente commerciale sui mercati globali, ma anche sulla scena politica e militare: «Nel lungo periodo c'è il rischio che si arrivi a un duro contrasto con gli Stati Uniti, una sorta di nuova guerra fredda»


( da «il Sole-24Ore», 27 settembre 2003)

a colloquio con MARCO MAGRINI

(DAL NOSTRO INVIATO)

PARMA — «Una volta un amico giapponese, un economista, mi disse: la Cina sarà per il Giappone quel che il Giappone è stato per l’America negli anni 80. Aveva ragione». Ma Ronald Dore, professore della London School of Economics e profondo conoscitore dell’economia giapponese sulla quale, dal 1958 a oggi, ha scritto venti libri e innumerevoli pubblicazioni, si spinge anche più in là. Parecchio più in là. «La forte crescita della Cina – dice Dore durante una pausa del Convegno nazionale di economia e politica industriale organizzato dalla casa editrice il Mulino – pone seri problemi all’economia mondiale nel breve periodo e buone opportunità nel lungo. Ma tutto dipende da quanto tempo ci vorrà prima che la Cina riesca a sviluppare un’adeguata tecnologia militare. Perché quel giorno, a mio avviso, la forte competizione con gli Stati Uniti potrebbe risolversi in una nuova guerra fredda.


Scusi, ma cosa intendeva il suo amico economista?
L’aspra concorrenza, le frizioni commerciali. A partire dagli anni 50 il Giappone è riuscito a sviluppare industrie sempre più sofisticate: prima il tessile, poi la cantieristica, l’acciaio, fino all’elettronica. Con l’arma dei bassi salari e dei tassi di cambio sottovalutati, è riuscito a dotarsi di una qualità e di un’efficienza che in soli 30 anni hanno finito per mettere in difficoltà gli Stati Uniti. Adesso, la Cina sta facendo lo stesso con il Giappone. Nel Sol Levante, il gioco ha funzionato fin quando la forza lavoro agricola (originalmente al 40%) ha portato all’industria braccia fresche e a basso costo: quando i contadini sono diventati il 10% della forza lavoro, il meccanismo si è rotto. E la Cina, dove oggi il 60% delle braccia sono impiegate nei campi, ne ha di strada da fare.

In compenso, la Cina non provoca mal di testa solo al Giappone…
Così come Usa e Europa sono state a loro tempo arricchite dalla produzione giapponese, adesso Usa, Europa e anche il Giappone beneficieranno di quella cinese. Ma le frizioni commerciali sono inevitabili, come dimostrato dall’intervento del ministro Tremonti che ha proposto dazi che l’Unione Europea non approverà mai. La Cina è accusata di dumping, di voler tenere bassi i corsi del renminbi. Il lavoro fatto dal Wto potrà minimizzare un giorno queste difficoltà, ma resta il fatto che – nonostante i problemi di breve periodo – la crescita cinese è una buona notizia per l’economia mondiale.

E per la stabilità mondiale?
Questa è la grande domanda. Bisognerà vedere come si evolvono i rapporti fra Usa e Cina sotto il profilo politico, strategico e militare. Ci sono buone possibilità che Pechino smetta di tollerare il ruolo da poliziotto che l’America svolge nel Sudest asiatico: come gli arei spia del Pentagono pattugliano Taiwan, un giorno la Cina chiederà di poter volare sopra l’Oregon…

Eppure le relazioni fra Stati Uniti e Cina paiono eccellenti: accordi di scambio fra università, cooperazione tecnologica e, soprattutto, ingenti investimenti da parte americana.
Ah, non c’è dubbio. A Washington, nella fila del Congresso, il partito dei filocinesi s’ingrossa. E gli investimenti sono davvero ingenti. Però devo dire la verità: a me sembra che Pechino sia interessata a imparare il più possibile, a sfruttare l’alleanza per proprio tornaconto. E non escludo che un giorno questo idillio si interrompa.

Per colpa delle tensioni commerciali?
No, no. Tutto dipende da quanto tempo ci vorrà prima che la Cina riesca a sviluppare un’adeguata tecnologia militare. Quel Paese non è soltanto un concorrente sui mercati globali, ma anche sulla scena politica internazionale. E, visto che non avrebbe problemi a dotarsi di un vero arsenale di distruzione di massa, potremmo assistere a un a nuova guerra fredda: i presupposti ci sono.

Ma la guerra sì, che scatena il protezionismo: pensa che la Cina potrebbe permetterselo?
Sì, potrebbe. Prenda Singapore: oggi è devota all’alleanza militare con gli Usa, eppure i suoi legami con la Cina stanno aumentando. Le dirò di più: credo che un giorno verrà risolta positivamente anche la disputa di Taiwan.

E perché? Per affinità culturali e etniche? Allora un giorno potrebbe anche nascere un blocco economico Cina-Giappone-Corea. Di recente, i tre Paesi hanno firmato un’alleanza in campo tecnologico che, solo dieci anni fa, sarebbe parsa impensabile…
Non è un’idea peregrina. I rapporti fra Giappone e Corea sono migliorati, negli ultimi anni. E, qualora dovessero scoppiare tensioni fra Usa e Cina, il Giappone sarebbe chiamato a una difficile scelta. È vero che gli attuali rapporti diplomatici portano ad escludere categoricamente un tradimento nipponico ai danni dell’America. Ma in Giappone c’è un detto: cinesi e giapponesi condividono i caratteri di scrittura e i geni. E io aggiungo che condividono anche la cultura: il confucianesimo ha influenzato notevolmente il Giappone (e assai di più la Corea).

In compenso, crescono i timori per la tenuta dell’economia cinese, con un sistema bancario afflitto da crediti in sofferenza che – secondo alcuni – sono arrivati a un pericoloso 30% del totale. Che ne pensa?
Il debito cinese è in gran parte debito interno. Per cui credo che finiranno per lavarsi in casa i panni sporchi, con difficoltà ma senza catastrofi. Il discorso diventa diverso se l’economia mondiale dovesse crollare: la Cina, la cui ricchezza dipende dalla esportazioni, crollerebbe anche lei.

Il miglioramento dell’economia giapponese cambia lo scenario?
Dipende da cosa intende per miglioramento. La deflazione è tutt’altro che finita. La vera novità è che dalla scorsa primavera la Borsa di Tokio ha ripreso sensibilmente quota – perlopiù grazie a investimenti provenienti dall’America – il che ha generato una ventata di ottimismo non del tutto giustificato. I mercati azionari sono sempre più scollegati dalla realtà, alimentati dai troppi soldi che attendono di essere investiti. Il risultato è che sono diventati totalmente imprevedibili: ma questo è vero in tutto il mondo…

Un’ultima domanda: e l’Europa? Quali sono le sorti del Vecchio Continente nello scenario geopolitico che lei ha immaginato?
L’Europa potrebbe avere un importante ruolo diplomatico nel caso si avverassero le forti tensioni fra Cina e Usa. A mio avviso, nel lungo periodo potrà riuscire a competere – stretta fra il fuoco americano e quello asiatico – solo se investirà in scienza, in ricerca e in innovazione. Ma lo deve fare subito, con lungimiranza. Altrimenti saranno dolori.

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