La demografia, grande dramma umano
Il disastro previsto da Malthus non ci sarà. Ma il mondo va ugualmente incontro a una fase di spaventosi rivolgimenti. Un giorno saremo 10 miliardi. E un bel giorno l'Aids non ci sarà più.

(da «il Sole-24Ore», 28 febbraio 2003)

a colloquio con MARCO MAGRINI

(DAL NOSTRO INVIATO)

NEW YORK – «Il più grande dramma umano, più grande di Shakespeare o di chiunque altro». Joseph Chamie, direttore della Divisione demografica dell’Onu, la stessa che ha appena riconsiderato i tassi di crescita della popolazione mondiale, definisce il suo lavoro in termini romantici. «Non si tratta di arida statistica — dice — ma di studiare il rapporto fra questo pianeta e i suoi abitanti. Un rapporto dove si intersecano le nascite e le morti, le malattie e le vecchiaie di miliardi di esseri umani, ma anche i loro amori e le loro speranze. È un lavoro dove ci confrontiamo con problemi incommensurabili, come l’Aids. Ma anche con qualche innegabile successo».


Thomas Malthus, l’economista inglese del Settecento che profetizzava un disastro demografico, si sbagliava. Non potreste sbagliarvi anche voi, in queste previsioni di lungo termine?
Malthus non aveva ragione. Anche noi potremmo sbagliarci ma, al contrario di Malthus, i nostri modelli matematici tengono conto di numerose variabili. Ad esempio la crescita della longevità: il numero di persone viventi che hanno più di 100 anni è ancora modesto, ma in vent’anni è aumentato di 16 volte. Lei diceva dell’Aids, che io ormai definisco — con un termine di moda — una «malattia di distruzione di massa»: ebbene, noi calcoliamo che entro il 2020 avremo a disposizione un vaccino per interrompere il flagello attuale. Possiamo sbagliarci, ma non di molto.


Sì, ma le cose cambiano. Se non sbaglio, solo una dozzina di anni fa le previsioni parlavano di 9,8 miliardi di persone nel 2050, poi di 9,3 e oggi di 8,9…
È vero. Non a caso, abbiamo rivisto le stime di due anni fa. La demografia cambia perché cambia la cultura: le famiglie si muovono verso le città, dove i figli non sono più una risorsa per arare i campi. Le donne lavorano e cambiano i loro costumi. Una tendenza che si è accentuata in Brasile, in Messico, in Thailandia, in Indonesia. Ma anche in paesi arabi come l’Iran, dove le donne stanno avendo — di media — poco più di due figli a testa: circa il livello del mondo industrializzato.

Crede che un giorno la marcia demografica si arresterà? Che avremo un periodo di stabilità?
Sì, credo di sì. Stiamo adesso lavorando su un altro rapporto di più lungo periodo, che sarà pubblicato fra due mesi e che parla proprio di questo.

Può anticipare qualcosa?
Secondo le nostre proiezioni, alla fine di questo secolo la popolazione mondiale potrebbe stabilizzarsi poco al di sotto dei 10 miliardi di abitanti. E potrebbe restare intorno a quel livello, e magari scendere un po’, per un lungo periodo di tempo.

Forse il dato più sconcertante del rapporto è quello relativo all’India, destinata a superare la Cina. Come potrà sostenere 1,6 miliardi di abitanti?
Speriamo che Malthus non abbia ragione neppure qui e che ci non debbano essere carestie e conflitti per rendere vivibile il subcontinente indiano. La Cina è riuscita a imporre una pianificazione familiare, laddove Indira Gandhi non riuscì. Le offro un dato: quest’anno, la popolazione dei 15 Paesi dell’Unione Europea crescerà di 300mila persone. All’India, per fare altrettanto, è bastata la prima settimana dell’anno.

Beh, a modo suo, anche l’Europa ha dei bei problemi…
Certo: nel 1950 gli italiani avevano un’età media di 29 anni, che oggi è di 40 e nel 2050 sarà di 52… I problemi del vostro mercato del lavoro (ma anche di quello tedesco, greco o spagnolo) possono essere risolti solo con l’immigrazione. Per mantenere gli attuali livelli di popolazione in Italia, dovreste fare entrare 250mila immigrati all’anno per 50 anni. Il che è un’impresa ardua.


E l’impresa delle Nazioni Unite? Qual è il bilancio del vostro impegno per il contenimento demografico?
I progressi raggiunti dalla medicina e dalle campagne d’informazione sono stati significativi. Molto c’è ancora da fare e i fondi non sono mai sufficienti. Ma a me non interessa solo il contenimento, ma anche il benessere. Mi sono incontrato di recente con una classe di liceali e mentre parlavo una quindicenne mi ha interrotto per chiedermi: «Cos’è la poliomelite?». Fra qualche anno, mi piacerebbe incontrarne un’altra che mi chieda: «Scusi, che cos’è l’Hiv?».

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