(DAL NOSTRO INVIATO)
PASADENA «La battaglia al cancro è entrata in una nuova era che promette, se non miracoli, successi un tempo impensabili. Eppure ci vorranno ancora venti o trent'anni per raccoglierne i frutti». Il biologo David Baltimore, rettore del California Institute of Technology, premio Nobel nel 1975 all'età di 37 anni per la scoperta dell'enzima della trascriptasi inversa, smorza gli entusiasmi di chi profila successi scientifici e trionfi economici alle porte. Ma ammette: «Per fare passi da gigante, la ricerca non può prescindere dal sistema capitalistico».
Negli ultimi due anni, sull'onda dell'infatuazione tecnologica alimentata anche dalla mappatura del genoma, gli analisti di Wall Street avevano prospettato successi roboanti. Li condivide?
Nel 1979 il mio laboratorio fece le scoperte di base che hanno portato alla nascita del Glivec, un farmaco molto efficace che la Novartis ha commercializzato solo nel 2001, quasi vent'anni più tardi. I tempi sono più o meno questi. Fra ricerca di base, sperimentazione sui composti, test clinici e procedure di approvazione ci vogliono come minimo quindici anni. La ricerca è molto promettente, ma non nel brevissimo periodo.
Resta il fatto che il Glivec è efficace contro due soli tipi di cancro. Quanti altri ce ne sono?
Fondamentalmente centinaia. Ma è difficile dirlo con precisione, perché gli strumenti usati per stabilire le categorie tumorali erano in origine molto rozzi. Più di recente, grazie all'osservazione a livello molecolare, ci siamo imbattuti in casi dove, tanto per fare un'esempio, tre patologie diverse che rispondono ai farmaci in modo diverso vengono abitualmente chiamate con lo stesso nome.
Dunque è esagerato dire che una nuova èra sta arrivando?
Una nuova èra sta arrivando, ma non è dietro l'angolo. Nel 1979, ai tempi di quel progetto di ricerca, la comunità scientifica già conosceva un centinaio di geni legati al cancro, eppure il Progetto Genoma ancora non era ancora nato. É ovvio che questa conoscenza aggiuntiva sta per innescare una rivoluzione, ma ci sono altri campi d'indagine, oltre alla genomica.
Le aziende puntano su numerosi cavalli: anticorpi monoclonali, farmaci capaci di arginare il "nutrimento" delle cellule tumorali e c'è anche chi, come Genentech, sta cavalcando i vaccini. Qual è il più promettente?
Forse gli anticorpi monoclonali: ce ne sono già un paio sul mercato e pochi altri in fase di test. Il loro problema è che possono agire solo sulle molecole che si trovano nei fluidi, come il sangue, o sulla superficie: non possono "entrare" nelle cellule. Per quanto riguarda i vaccini anticancro, da anni sono al centro del dibattito, ma non è ancora stato dimostrato che si possa indurre l'organismo a produrre anticorpi protettivi. Personalmente sono abbastanza scettico.
L'industria è a caccia di molecole e tecnologie capaci di fa
tturare miliardi di dollari. Non c'è una sorta di contraddizione etica fra ricerca del profitto e cura delle malattie?
La domanda è: la ricerca dev'essere per forza condotta secondo i canoni capitalistici o c'è una via "socialista" alternativa? Il mio sogno sarebbe trovare una soluzione alternativa, ma la mia esperienza mi dice che non è possibile. La ricerca ha bisogno del sistema capitalista, perché i Governi non sono affatto bravi nella ricerca farmacologica.
Eppure lei, che ha sempre lavorato nella ricerca indipendente, ha scelto di non entrare nell'industria...
Apprezzo molto la mia libertà di accademico. Guadagno meno, ma faccio quel che desidero. Quando mi è stato offerto di dirigere il Caltech ho accettato di venire solo a una condizione: poter trasferire il mio laboratorio dal Mit a qui, con tanto di strutture e ricercatori.
Ha brevettato le sue scoperte?
Le dico la verità: nel 1980 non mi venne neppure in mente. Ma non importa granché: a quest'ora il brevetto sarebbe già scaduto... Neppure nel caso della trascriptasi inversa avrei fatto in tempo a raccoglierne i frutti.
L'industria lamenta che 20 anni di brevetto, a partire dalla fase preclinica e non dal via libera alla commercializzazione, siano troppo pochi.
Più o meno credo sia giusto così. E badi bene: dico questo anche se sono consigliere di amministrazione della Amgen (la prima società biotecnologica del mondo, ndr).
Lei ha criticato le decisioni dell'amministrazione Bush in merito alle cellule staminali...
Il Governo ha scelto di revocare i finanziamenti pubblici alla ricerca su quel fronte, ma i privati possono andare avanti. Ora però il Congresso vorrebbe impedire la clonazione tout court: sarebbe la prima volta che alla ricerca viene proibito qualcosa per legge. Posso essere d'accordo con una normativa contro la clonazione riproduttiva, ma sono del tutto contrario a impedire la clonazione terapeutica. Nel primo caso si ottiene (in teoria) un nuovo essere umano. Nel secondo si ottengono cellule staminali utilissime per fini terapeutici o di ricerca.
La genetica potrà riuscire a interrompere la catena di trasmissione dei geni "difettosi" che inducono le malattie?
Se quei geni ce l'hai non c'è più nulla da fare, è troppo tardi. Non si può tornare indietro.
Eppure Hollywood ha già immaginato casi di "cosmetica genetica" in cui i genitori scelgono il quoziente d'intelligenza e il colore degli occhi del figlio...
Ogni bambino nasce da una cellula che si divide esponenzialmente. Se vuoi cambiare la genetica di quel bambino devi manipolare i suoi geni partendo da una cellula, non quando sono ormai milioni. Un giorno, non so dire quando, saremo in grado di applicare tecnologie per la modificazione genetica. Sarà un'impresa monumentale. Potremo riuscire a vedere i problemi in anticipo (che so, la predisposizione alla fibrosi cistica) e poi cambiare la genetica di una cellula attraverso una terapia genica.
Ma le terapie geniche sono già in sperimentazione, no?
Sì, in laboratorio, sugli animali, si è già sperimentato l'inserimento di un gene "buono" per sopraffare gli effetti di uno cattivo. Ma quando un bambino nato così avesse dei figli, sarebbe ancora in grado di trasmettere i geni "cattivi" dei nonni: il problema originario non sarebbe risolto. Senza contare che nessuno può predire gli effetti di questo inserimento genetico casuale sulla pelle dei propri discendenti.
Tutt'altra cosa sarebbe sostituire i geni...
Certo: se riuscissimo a togliere il gene cattivo e rimpiazzarlo con uno buono, non ci sarebbero problemi. É possibile che fra trenta o quarant'anni riusciremo a fare anche questo. Ma credo che nessuno lo farà mai per dare al figlio gli occhi blu. Francamente non capisco tutto questo baccano sulla clonazione. Qualcuno potrà anche arrivare a farla, ma non sarà mai una cosa desiderabile. Senza contare che vengono spesso dette delle sciocchezze: anche se un bambino venisse clonato da una mia cellula, nascerà comunque in un mondo completamente diverso da quello in cui sono vissuto io, sarà un essere umano diverso da me. Per assurdo, la cosa migliore sarebbe usare i geni di un pluricentenario. Regalaremmo al nuovo nato una grande libertà: la libertà dal cancro e dalle patologie cardiache.
Che cosa intende?
Nel mondo c'è un piccolo numero di persone che vive oltre i cento anni: non si ammalano di tumore, né di malattie cardiache, non sono obesi. Statisticamente la probabilità di ammalarsi di cancro diventa molto alta dopo i 60 anni, ma dopo i 90-100 si abbassa drasticamente. Le persone longeve devono avere un gene che le protegge dal cancro, oppure non hanno il gene che favorisce il tumore. Non credo molto all'ipotesi di un gene della longevità.
Insomma: la ricerca ha fatto passi da gigante ma ha ancora una prateria davanti a sé.
Ah, non c'è dubbio. Ci sono tumori dei quali non sappiamo assolutamente nulla.